Antonella Fabiani

Pronti ad agire

Selezionati, addestrati, equipaggiati. Sono gli uomini delle Unità operative di primo intervento, impiegati in caso di eventi critici

Pronti ad agire

Più sicurezza nelle nostre città. È questa la richiesta immediata che viene a grande voce all’indomani dell’attacco contro Parigi del 13 novembre. Una risposta sempre più concreta alla richiesta di protezione dei centri urbani del nostro Paese. Perché gli attacchi hanno aperto ferite nell’emotività di tutti i cittadini europei, e fanno respirare un clima di paura non solo in Francia. A questa richiesta la Polizia di Stato ha cercato di dare risposte concrete ed efficaci partendo dalla formazione e specializzazione degli operatori, angeli custodi sulle strade reali e virtuali. Una di queste risposte è stata, all’indomani dell’attentato alla sede di Charlie Hebdo, la costituzione delle Unità operative di primo intervento (Uopi), con personale selezionato, addestrato e adeguatamente equipaggiato. Ora dopo un secondo feroce attentato a Parigi, la polizia italiana è di nuovo pronta a trovare soluzioni operative che possano rispondere sempre meglio a situazioni di possibile guerriglia urbana anche nel nostro Paese. Realtà ormai in 20 città italiane (Roma, Milano, Torino ma anche Lecce, Venezia… tanto per citarne qualcuna) le squadre (ciascuna formata da cinque uomini e incardinate nell’Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) sono addestrate ad hoc per intervenire in caso di emergenza criminale di alto profilo.
«Queste squadre sono state create con l’intento di coprire qualsiasi esigenza spazio-temporale in un evento critico che richieda l’intervento del reparto speciale dei Nocs – commenta Maurizio Vallone dirigente del Servizio controllo del territorio della Direzione centrale anticrimine – il lasso di tempo che intercorre fino al loro arrivo viene gestito da loro. Chiaramente questo team può anche risolvere interamente la criticità oppure mantenere lo status fino a quando arriva il Nocs».
Le squadre di intervento speciale fanno parte di un complesso sistema di controllo del territorio in cui le Volanti rimangono comunque il primo “sensore”. In caso di eventi critici l’unità operativa arriva in aiuto alla volante per gestire la situazione che non necessariamente deve essere legata a una minaccia terroristica.
Le squadre sono composte da operatori della polizia che hanno scelto di farne parte su base volontaria. Prima di tutto vengono sottoposti a vari test psico-attitudinali e fisici da parte di psicologi, medici ed esperti del Nocs. Quelli che superano le selezioni sono poi avviati a un percorso di formazione della durata di quattro settimane: le prime due presso il Centro nazionale di tiro di Nettuno, mentre, nelle seconde due settimane, la formazione prosegue presso il Reparto del Nocs. «La prima parte dell’addestramento mette gli agenti selezionati in grado di usare al meglio la nuova arma lunga che hanno in dotazione – precisa il dirigente Maurizio Vallone – e per fare pratica di tecniche di tiro operative. La seconda li prepara a lavorare in squadra secondo le tecniche utilizzate dal Nocs come coprirsi reciprocamente e avanzare sparando. Sempre in queste quattro settimane, contemporaneamente, presso il Centro di formazione del controllo del territorio di Pescara anche il personale delle Volanti viene preparato per capire come devono agire in sinergia con la squadra».
Anche in questo caso la professionalità del Nocs è preziosa, gli istruttori che ne fanno parte spiegano agli operatori delle Volanti quali sono le tecniche operative che hanno insegnato alla squadra, così che, in caso di intervento, sanno come muoversi insieme senza farsi colpire in caso di fuoco incrociato e in che modo coprire una zona.
Una preparazione specifica che gli permette di indossare e utilizzare dotazioni particolari come un casco di protezione balistico (44 magnum), utilizzato dai reparti speciali, un giubotto antiproiettile a prova di Ak47 (il Kalashnikov), e un’arma lunga (la tedesca Hk, Heckler&Koch) ma anche bodycam, sistemi di puntamento laser, una torcia. Inoltre le squadre operative godono della massima protezione muovendosi su Ranger Rover con blindatura totale del nucleo dei trasportati a prova di Kalashnikov. «Tutto questo ha un costo – osserva il dirigente – anche in termini di uomini che sono impiegati in via esclusiva nelle città per questo servizio».
Le squadre hanno la base logistica presso la questura e il percorso che seguono nei centri urbani non è sempre lo stesso. Gli obiettivi sensibili da sorvegliare sono indicati dal questore e dal Comitato per l’ordine pubblico ed esse intervengono solo su segnalazione della centrale operativa nel momento in cui c’è una criticità da dover risolvere. Anche se non ci sono esigenze terroristiche possono comunque intervenire così come è già successo a Milano nel caso di una rapina in banca dove erano stati sequestrati degli ostaggi. Oppure nel caso di manifestazioni come l’Expo di Milano, l’esposizione della Sindone a Torino, o per il Giubileo romano.
Una per tutti l’esperienza delle squadre di Napoli. Il primo dirigente Michele Spina, comandante dell’Upgsp (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) di Napoli spiega che l’impiego di queste squadre è soprattutto verso gli obiettivi sensibili che possono essere luoghi di culto o anche legati alla Francia, individuati lungo un itinerario logico che viene percorso facendo delle soste.
«Fin da subito ho impiegato gli uomini anche in un’attività di studio di obiettivi diversi – spiega il dirigente Spina – come possono essere grossissime realtà commerciali o grandi supermercati appartenenti a delle multinazionali che potrebbero essere coinvolte in azioni terroristiche. Cerchiamo di perlustrare i luoghi acquisendo più informazioni possibili come sapere dove sono entrate e uscite, i circuiti di videosorveglianza, facendoci dare la planimetria dai responsabili e acquisendo tutti i numeri di telefono degli addetti alla sicurezza. Un lavoro che serve per compilare una scheda che una volta archiviata potrebbe servire nel caso di intervento del Nocs. Senza contare – precisa il dirigente – che ultimamente ho fatto inserire le squadre non solo allo stadio durante lo svolgimento delle partite di calcio ma anche nei concerti, o in manifestazioni, insomma dovunque ci siano grandi quantità di persone».
Particolari poi, alcuni momenti dell’addestramento svolto dalle Uopi di Venezia che si è tenuto presso il reggimento Lagunari “Serenissima” dell’Esercito italiano sotto la supervisione di un addestratore del Nocs. Perché i pericoli possono giungere anche dal mare.
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Voci operative
Stimoli, motivazioni e rapporto con i cittadini e i colleghi, ce li siamo fatti raccontare da Raffaele, 31 anni, che fa parte dell’Unità operativa di primo intervento di Napoli.

La partecipazione è su base volontaria, cosa ti ha spinto a entrare a far parte di queste unità?
La minaccia terroristica è elevata e nei giorni scorsi si è addirittura concretizzata negli attentati a Parigi. Tutto questo per me è stato di stimolo per coniugare la volontà di accrescere la mia preparazione specialistica con quella di entrare a far parte di questa nuova realtà operativa.

Che tipo di selezione hai superato per entrare nella squadra?
Abbiamo dovuto superare delle selezioni nelle quali era presente oltre all’équipe medica della Polizia di Stato anche quella del Nocs. Alle prove fisiche sono seguiti colloqui per capire le motivazioni e test attitudinali. Superati questi siamo stati avviati allo specifico corso di formazione.

Qual è il tuo rapporto con i colleghi della questura?
Ottimo, anzi devo dire che veniamo visti con un occhio particolare e si percepisce nei nostri confronti un clima di grande stima e fiducia. Noi interveniamo a fianco dei colleghi che possono sempre contare sul nostro supporto, questo loro lo sanno.

Da cosa si accorgono i cittadini che fate parte di unità particolari?
Probabilmente dal fatto che siamo inquadrati e agiamo sempre in gruppo. Non siamo però visti come dei Rambo ma come poliziotti specializzati che con la loro presenza contribuiscono a farli sentire più sicuri e protetti.

Come sono composte le squadre?
Sono composte da 5 operatori e ognuno è in grado di ricoprire il ruolo dell’altro.
Mauro Valeri

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Quella sera al Bataclan
«Ho assistito a tanti eventi tragici anche legati al terrorismo, ma sempre attraverso il racconto di giornali e televisioni. Ma viverne uno, trovandosi nel luogo in cui si svolgono i fatti, fa capire realmente cosa sia il terrore che ti si cuce sulla pelle e difficilmente se ne va». A parlare è Francesco Ricca, giornalista freelance catanese, che si trovava in quei giorni a Parigi e la sera del 13 novembre era a non più di 200 metri dal teatro Bataclan. Questa la sua testimonianza che abbiamo raccolto pochi giorni fa.
«Sono arrivato a Parigi giovedì mattina per ritagliarmi un weekend e visitare la città. Venerdì sera mi trovavo a circa 200 metri in linea d’aria dal Bataclan. Lì per lì non abbiamo realizzato cosa stesse accadendo; lo abbiamo capito quando i nostri telefonini hanno iniziato a squillare all’impazzata per le telefonate di amici e parenti preoccupati. Si è capito che a Parigi stava accadendo qualcosa quando le strade si sono riempite di auto della polizia, ambulanze e camionette dell’esercito. Non si parlava di attentato, ma di una sparatoria in atto. Ci siamo resi conto di essere nella “zona calda” quando abbiamo visto arrivare una vera e propria marea umana che scappava dalla zona di boulevard Voltaire (dove si trova il teatro Bataclan, ndr). Presi dal panico, siamo schizzati via dal bistrot dove stavamo cenando, lasciando lì giacche, borse, telefonini e computer, cose che qualche minuto dopo siamo tornati a recuperare con la paura che si era impadronita di noi, solo che i proprietari e i ragazzi che lavoravano nel bistrot si erano barricati dentro. A quel punto abbiamo trovato rifugio nell’atrio di un palazzo insieme ad altre persone. Eravamo una trentina, di ogni nazionalità ed etnia; molti tremavano per il panico, con il terrore dipinto negli occhi e anche con un minimo di diffidenza nei confronti dei “compagni di disavventura”. Sentivamo dei botti provenire dalla zona del teatro, ma non avevamo minimamente idea di cosa stesse realmente accadendo; uscendo da lì, abbiamo capito la tragicità di quel che si stava consumando. Recuperato un po’ di sangue freddo ho seguito la mia vocazione di cronista, ho preso il cellulare e mi sono diretto verso la zona più calda documentando quel che accadeva. Non dimenticherò mai quella scena. I feriti erano davvero tantissimi e venivano trasportati con qualsiasi mezzo disponibile nei ristoranti vicini al Bataclan adattati a vere e proprie sale di pronto soccorso. Verso le 3 di notte abbiamo deciso di tornare a casa. Il mattino dopo ho aperto la finestra per ascoltare i “suoni” di Parigi: regnava un silenzio irreale, sono sceso in strada e sembrava di trovarsi in una città fantasma. Si è rimessa in moto lentamente nel pomeriggio. Quel che mi ha impressionato è stata la capacità dei francesi, già mostrata in altre occasioni, di reagire subito. Come quando si sono radunati a migliaia in place de la Republique per una veglia in ricordo delle vittime. Di questa esperienza mi rimarrà per sempre impressa la paura negli occhi delle persone, anche in quelle che, sforzandosi il giorno dopo volevano, tornare alla normalità».
Cristiano Morabito

01/12/2015