Cristina Di Lucente

La mia Napoli noir

Lo scrittore Maurizio De Giovanni racconta in esclusiva a Poliziamoderna dei suoi personaggi di carta, e il rapporto con i poliziotti in carne e ossa

La mia Napoli noir

Da quando ha iniziato, nel 2005, vincendo un concorso letterario riservato a giallisti emergenti presso lo storico Caffè Gambrinus di Napoli, Maurizio De Giovanni non si è più fermato, diventando uno degli scrittori noir più amati in Italia. Sarà perché i suoi romanzi trascendono il “giallo” e raccontano un’umanità viva e palpitante, sarà per quel suo modo di raccontare che trascina il lettore dritto nella storia fin dalle prime pagine, lo scrittore campano è andato ben oltre i confini partenopei: è tradotto in 7 lingue e spopola nelle hitparade dei libri più venduti. È autore di due fortunati filoni narrativi, quello dedicato al commissario Ricciardi (il primo, cronologicamente, giunto alla decima pubblicazione) ambientato nella Napoli degli Anni ’30 e il più recente I bastardi di Pizzofalcone, protagonisti gli operatori di uno “scalcinato” commissariato alla periferia di Napoli. Maurizio De Giovanni è uno scrittore molto letto e amato anche dai poliziotti, ed è uno dei motivi per i quali lo abbiamo incontrato a Viterbo durante la manifestazione Caffeina, in occasione della presentazione del volume che raccoglie i racconti vincitori del concorso letterario di Poliziamoderna (dove ha commentato il volume insieme a noi).

Nei tuoi romanzi c’è una profonda introspezione psicologica ma anche grande perizia nella ricostruzione delle scene del crimine e più in generale, nel documentare le modalità utilizzate dalla polizia. Questo lascia pensare che i poliziotti li frequenti davvero.
Ho straordinari amici che fanno i poliziotti nel capoluogo campano (il capo della digos di Napoli, Luigi Bonagura, il portavoce della questura Valeria Moffa, l’ex questore Luigi Merolla, Francesco Mainardi, dirigente del commissariato di Montecalvario, Fabiola Mancone, dirigente del gabinetto interregionale di polizia scientifica per la Campania e il Molise e più di recente Paolo Cortis, dirigente del Compartimento Polfer di Bari) quando sono quasi pronto per un nuovo romanzo della serie dei contemporanei, organizzo un incontro con loro per discutere le procedure operative seguite nei commissariati. Propongo la mia trama e loro mi spiegano per filo e per segno cosa succede in situazioni specifiche, così mi attengo rigorosamente alle procedure consuete. Se rilevano un’incongruenza con la mia indagine letteraria, sono io che cambio il plot. Faccio in modo che i miei poliziotti si comportino esattamente come si comporterebbero nella realtà.

Quanto l’atmosfera della Napoli del Commissario Ricciardi ritrovi nella tua esperienza di partenopeo e nella serie contemporanea I bastardi di Pizzofalcone?
Raccontare questa città così diversa da tutte le altre nell’ambientazione Anni ’30 o raccontarla oggi, prevede molti aspetti comuni. La Napoli storica è rimasta invariata, a pianta spagnola e costruita su se stessa. Da un punto di vista urbanistico è sedimentaria, fatta di strade strette per una necessità abitativa, con molte case e poche vie; una città di luci e di ombre, con i palazzi costruiti l’uno a ridosso dell’altro. Queste caratteristiche comportano l’universalità di alcuni elementi: gli abitanti hanno poca libertà di movimento, contare su un minimo di privacy da noi è praticamente impossibile, c’è un forzato contatto e una rumorosità che suscita fastidio, che genera rivalità e collisioni costanti tra le persone. Ieri come oggi la città presenta nell’ossatura un’economia parallela fortissima, fatta di commerci illegali, con un’elevata percentuale di disoccupazione giovanile che è in realtà più bassa di quello che risulta sulla carta, tenendo conto del mercato nero. Allo stesso tempo Napoli è accogliente, tollerante e molti degli aspetti caratteriali dei napoletani sono rimasti. Tutti questi fattori li valuto accuratamente al momento della stesura della trama.

Quali sono invece gli elementi di diversità?
Negli Anni ’30 a Napoli si viveva a finestre aperte 10 mesi l’anno, presupponendo così una comunità allargata che oggi non c’è per via della climatizzazione, dettaglio apparentemente insignificante, in realtà con conseguenze importanti. Tutto era poi differente dal punto di vista della scala dei valori: quello della famiglia, come l’onore del nome, era predominante ed è un aspetto che trovo particolarmente affascinante. Allo stesso tempo era anche un’epoca in cui un ragazzo su due non arrivava all’età di dieci anni, afflitta da malattie terribili come tifo, colera o tubercolosi. Raccontare alternativamente entrambe le realtà è ormai un’esigenza per me, mi diverto a spaziare da una parte all’altra.

Entrambe le serie sono connotate da elementi metereologici come il caldo, il freddo, la pioggia eccetera. È una tua strategia?
Credo che un libro sia paragonabile al biglietto per un viaggio, che vale nel momento in cui riesce a portare via chi lo legge. La prima cosa che il lettore deve percepire è il senso del clima, così come al mattino ci si affaccia alla finestra per capire che tempo fa, è il mio modo per portarlo dentro la narrazione il prima possibile. Ma più che l’elemento atmosferico sono gli odori, i sapori e la musica gli strumenti di cui mi servo e, più in generale, la pelle, le attrazioni tra i personaggi. Gli amori, come nella realtà, ancora prima che elegiaci rispondono a richiami estetico-sensoriali.

Anche le feste religiose sono un elemento importante.
Proprio così, si tratta di momenti particolari, rappresentano un vero e proprio “clima” fatto di alimenti specifici e di tradizioni. Le feste religiose hanno un ruolo significativo per le persone, tanto che ho dedicato a esse la trilogia precedente nella serie del Commissario Ricciardi. Nell’ultimo romanzo ho iniziato con le canzoni come nuovo tema conduttore. Quelle napoletane, a differenza delle canzoni in genere, non contengono solo il racconto di un’emozione, raccontano una storia e in quella storia si inquadra un sentimento. Ho la fortuna, come scrittore, di poter utilizzare questo patrimonio meraviglioso, unico al mondo.

Come nascono i tuoi personaggi?
Credo di non avere un difetto che abbonda nella letteratura italiana: l’autofiction. Non parlo di me stesso, faccio un passo indietro rispetto alla storia e lascio che i personaggi abbiano una loro tridimensionalità. Parto sempre dal loro aspetto fisico e dall’impatto che particolari caratteristiche hanno sul carattere. Maione, ad esempio (il fidato brigadiere che aiuta Ricciardi nelle indagini, ndr) è dotato di una mole imponente che si riflette sui suoi modi e sull’atteggiamento che ha nei confronti degli altri: è conciliante, ma anche uno che impone se stesso e la propria statura; queste dinamiche vengono spesso dimenticate nella narrativa. Si danno delle caratteristiche ai personaggi, senza però tenerne conto nel loro sviluppo psicologico. Così come nella vita ci sono persone che amano il caldo e altre che ne sono distrutte, o c’è chi soffre il freddo e si chiude e chi ne ricava un’energia particolare, lo stesso avviene con i personaggi che creo. La cosa interessante per me è cercare reazioni diverse a fronte dello stesso elemento. I miei personaggi presentano spesso una duplicità che traduce una doppia esigenza sentimentale: se da un lato hanno bisogno di qualcuno che li rassicuri, su cui poter contare e che non sia troppo imprevedibile, dall’altro necessitano talvolta di una scossa di adrenalina da parte di qualcuno che non riescano a decifrare completamente. È ciò che rappresentano Livia ed Enrica per il commissario Ricciardi, un uomo che ha bisogno di tranquillità, ed è quello che sono Laura Piras e Letizia per Lojacono (l’ispettore del commissariato di Pizzofalcone, ndr), un uomo nel quale prevale il secondo elemento. Diverse esigenze sentimentali convivono negli stessi personaggi.

È possibile rintracciare qualcosa di te in alcuni dei tuoi protagonisti?
In loro vivono le cose che ho incontrato, conosciuto e letto, quello che ho visto recitare al cinema. Se dovessi riconoscermi maggiormente in uno di loro, forse mi identificherei in Maione per quanto riguarda la paternità, l’amore e l’integrazione con la città, ma spero di avere anche un po’ della compassione di Ricciardi nei confronti delle persone, del dolore altrui. Mi piace l’idea di custodia della famiglia che c’è in Lucia e mi fa tenerezza Enrica nel suo sentirsi inadeguata al combattimento, lasciandosi un po’ trasportare dalla corrente. In ogni caso cerco sempre di evitare di mettere me e la mia storia nei personaggi.
Nella serie contemporanea I bastardi di Pizzofalcone, a differenza del Commissario Ricciardi, prevale la coralità, il punto di vista è quello del lavoro di squadra che si svolge in commissariato.
La scelta è stata quella di avere non uno solo, ma tanti protagonisti che non hanno di se stessi l’opinione di poter fronteggiare un ruolo tanto importante, ma diventano consapevoli che lavorando insieme “l’unione fa la forza”. Spero che un punto di vista policentrico renda una maggiore similitudine della narrazione rispetto alla realtà, prendendo in considerazione persone diverse infatti, anche l’approccio ai problemi diventa eterogeneo. La necessità di fare squadra e di non lasciar prevalere il proprio individualismo secondo me rende un gruppo di lavoro migliore di un altro; credo che nei bastardi di Pizzofalcone, il loro nascere così gravemente e profondamente divisi, per rendersi poi conto che la somma è maggiore del totale delle parti, rappresenti un arricchimento per la narrazione.

L’uscita di ogni tuo nuovo libro è ormai un evento atteso da un pubblico in crescita. Qual è il segreto della tua scrittura?
La mia idea è quella di una scrittura non fine a se stessa o narcisista. Corrisponde a un divano, con una struttura solida, di legno, essenziale e lineare (la trama), priva di troppe complicazioni (pomelli e bottoni non sono troppo comodi). I personaggi sono come i cuscini, ognuno dotato di una propria identità, morbidi e colorati, con un tessuto e un’intelaiatura gradevole che li sostiene (l’ambientazione). Ciò che a tutti i costi cerco di evitare è il manicheismo letterario, nel racconto poliziesco è particolarmente semplice incorrere in questo errore narrativo. Quando i buoni e i cattivi sono immediatamente riconoscibili si crea un’immediata consapevolezza su quello che succederà e di chi sarà la colpa. Per questo i poliziotti li rappresento come persone imperfette, così come per i criminali indago le motivazioni delle loro azioni che a volte seguono logiche se non secondo la legge, quantomeno secondo la giustizia, due oggetti, credo, completamente diversi.

Perché il genere noir, che esplora gli aspetti più inquietanti dell’animo umano, è così popolare in questo momento?
Il perché risiede nella mente di qualcuno che ha coltivato un sentimento; soltanto al narratore, che racconta la storia, è consentito di portare la propria telecamera all’interno della testa di qualcuno. A volte proprio raccontando, mi capita di trovare le motivazioni di un comportamento criminale, di trovare le radici di un sentimento, di un’emozione che fa sembrare terribilmente e atrocemente logico un certo tipo di evento. È competenza esclusiva del narratore, ed è il motivo per cui invece di provare orrore, siamo affascinati da queste storie.

Anche la lettura è un’attività che reputi fondamentale, tanto da considerarla un pilastro che sostiene la scrittura.
Non esiste qualcosa di così profondamente attivo come la lettura, ognuno di noi immagina personaggi con un volto, una profondità e un’estensione, la ritengo un’attività che richiede talento. Il lettore ricostruisce una storia per ogni libro che legge facendo il casting, il direttore della fotografia, la regia e l’interpretazione del film di cui è spettatore unico. Differentemente, quando si guarda uno schermo si osservano cose immaginate da altri, per questo penso che nulla potrà mai avere lo splendore della lettura; le altre modalità narrative saranno forme digeribili, già masticate, come un fast-food dello storytelling. La lettura è come un fluido che passa dal cuore di qualcuno che vende una storia a qualcun’altro che l’ascolta.

Nel caso dei tuoi libri è diventata quasi un’esperienza condivisa.
Ho avuto la fortuna di presentare molti libri a Napoli. In un’occasione recente c’erano 1.000 persone in piazza, erano le 19 di un giorno feriale e faceva piuttosto caldo. Considerando che si tratta di una delle città d’Italia dove si legge meno e che non c’erano attori di fama internazionale o testimonial televisivi, vedere tutte quelle persone che si sono incontrate per parlare della storia di personaggi di carta che diventano veri è stato come assistere a una magia. Nella mia città queste sono cose che possono accadere, me ne accorgo quando vengo rimproverato dalle persone che incontro casualmente, per la sorte dei miei personaggi. Molti si preoccupano perché «il povero Ricciardi non ha ancora avuto una vera storia d’amore». In fondo è un bel modo di condividere i personaggi, di farli diventare vivi.

Dalla Russia agli Stati Uniti, i tuoi libri hanno superato da tempo i confini nazionali. Viene spontaneo chiedersi se forse (ed è soprattutto il caso del Commissario Ricciardi) i lettori internazionali non si perdano qualcosa della narrazione.
Credo che i sentimenti siano un linguaggio universale, è una grande soddisfazione vedere come i miei personaggi siano seguiti con tanto affetto. Avere tanta gente che si interessa delle mie storie in altri Paesi, anche in luoghi dove non ti aspetti si possa capire una città così diversa, strana, particolare come Napoli è per me una grande soddisfazione.

Come spesso accade per i personaggi dei romanzi particolarmente amati, arriva il momento in cui si materializzano attraverso trasposizioni cinematografiche o televisive. È anche il tuo caso?
Al momento sto lavorando a un progetto tv per Rai1 su I bastardi di Pizzofalcone, la mia serie contemporanea. Stiamo finendo di scrivere le puntate che verranno girate in autunno, parte del cast è già stato selezionato. La rete nazionale ha mostrato interesse anche per il Commissario Ricciardi, tuttavia ho espresso perplessità in proposito, dal momento che presenta delle situazioni di linguaggio che non so fino a che punto possano essere rese attraverso il mezzo televisivo. Il protagonista è particolarmente complesso da spiegare, non potendo utilizzare la scrittura, così come l’entità del dolore che si porta dentro. Gli editori sono molto felici di queste trasposizioni perché il pubblico televisivo è enorme rispetto a quello dei lettori, i riflessi sulle vendite sarebbero fortissimi. Ci sarebbe un attore straordinario, Luigi Lo Cascio, appassionato lettore di Ricciardi, ma non so fino a che punto l’intensità di un’interpretazione possa rendere tutte le caratteristiche del personaggio, senza che io possa spiegare che cosa stia pensando.

Veniamo a noi: cosa pensi della sfida lanciata da Poliziamoderna con un concorso letterario aperto, nell’ultima edizione, non solo ai poliziotti ma anche ai ragazzi, invitati a raccontare il loro rapporto con gli uomini in divisa?
Considerando il tema che è stato dato a questo concorso e le persone che hanno partecipato, diventava quasi impossibile scrivere dei racconti. Poliziotti che parlano di un incontro con i ragazzi, e ragazzi che hanno fatto altrettanto, essendo innocenti per loro natura, non è stata certo cosa semplice. Personalmente ho affrontato la lettura di questo libro con molti pregiudizi: mi aspettavo di trovare racconti nella migliore delle ipotesi, retorici. Devo dire che non è stato così; è vero, a volte soprattutto nel finale interviene una sterzata verso il lieto fine, o perlomeno verso quello che si ritiene giusto, ma molte storie sono caratterizzate da un profondo senso della realtà, un rispetto di quello che è il corso narrativo. Il rischio della retorica è stato evitato, sono rimasto piacevolmente sorpreso da un’antologia che ha una sua unità data da un filo conduttore che li tiene legati insieme: raccontare del rapporto tra la società civile e la Polizia di Stato.

Per concludere: qual è il tuo rapporto con la Polizia di Stato?
Al di là della mia conoscenza e frequentazione che dura ormai da molti anni, con i poliziotti della questura di Viterbo attraverso l’associazione letteraria Mariano Romiti, mi viene in mente un episodio. Durante la presentazione sulla piazza del Campidoglio del mio ultimo libro, Anime di vetro, sono stato avvicinato da due poliziotti che erano in servizio proprio lì quella sera, ci tenevano a stringermi la mano e a ringraziarmi per i libri che scrivo. Mi hanno davvero commosso, il fatto di essere apprezzato da chi fa questo mestiere è una cosa per me straordinaria.

01/10/2015