di Raffaele Camposano*

La P.S. e la Grande Guerra

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La P.S. e la Grande Guerra

1. Grande Guerra, piccola Polizia
Lo scoppio della “Grande Guerra” colse la Pubblica Sicurezza non adeguatamente preparata a tutelare la sicurezza del Paese nello stato di guerra.
Diversi furono i fattori che portarono a questa condizione di precarietà che neppure le frequenti modificazioni introdotte negli organici della P.S. e i seppur modesti incrementi di fondi per essa stanziati erano riusciti a scongiurare fino a quel momento,.
Al malcontento generale del personale della P.S., dettato dal mancato riconoscimento dei più basilari diritti, già riconosciuti agli altri impiegati dello Stato, si aggiungeva la necessità di una più razionale organizzazione dei servizi di P.S., ricorrentemente invocata nei dibattiti parlamentari (per poi essere puntualmente disattesa sul piano normativo dal Governo in carica), sull’onda emotiva di scandali o di gravi deficienze verificatesi nei servizi di ordine pubblico, come nel caso ultimo dell’attentato alla vita del Re, compiuto a Roma da Antonio D’Alba il 14 marzo 1912.
Vi era, poi, la mancanza cronica di personale ben addestrato, pronto e preparato a concorrere, oltre che all’ordinario servizio di istituto, alle straordinarie incombenze finalizzate al controllo del “nemico interno” e alla gestione di tutti i problemi sociali che la guerra comportava, cui si andavano ad aggiungere gli ulteriori vuoti degli organici, creatisi a seguito dell’invio di una parte del personale nella zona di guerra (che nel tempo si andrà allargando a tutta l’Italia del Nord) e i non pochi casi di funzionari, di impiegati e di agenti che avevano risposto volontariamente alla chiamata alle armi.
Ad aggravare non poco la situazione furono anche le restrizioni normative, emanate nel 1915 dal Governo in virtù dei pieni poteri straordinari per la guerra che gli erano stati conferiti, riguardanti le economie da praticarsi nelle varie amministrazioni pubbliche che vietavano, peraltro, i concorsi pubblici e la scelta consapevole del ministero dell’Interno di non ricorrere al reclutamento di “avventizi”, così come avevano fatto molte altre amministrazioni statali in base al decreto del 9 aprile 1916 n. 400.
Dopo il disastro di Caporetto, ci fu una graduale inversione di tendenza dettata dalla necessità contingente di contrastare nuovi e più preoccupanti problemi di ordine pubblico: scioperi e agitazioni operaie, la caccia ai disertori e alle spie.
L’on. Orlando, succeduto il 29 settembre 1917 all’on. Boselli alla Presidenza del consiglio dei ministri, conservando il portafogli del ministero dell’Interno, acconsentì infatti all’avvio di un concorso straordinario per 40 posti di vice commissario e per 200 da delegato aperto a coloro che, in possesso dei requisiti necessari, si trovassero sotto le armi, eccezion fatta per gli ufficiali in servizio effettivo.
L’affluenza dei concorrenti fu enorme e senza precedenti nell’Amministrazione della P.S., spiegabile solo con la speranze di molti giovani di sottrarsi in tal modo al servizio militare.
Altri concorsi furono banditi contemporaneamente per 60 posti di applicati e per 15 di comandante di 3^ Classe, per ripianare, in parte, le carenze di organico del personale della P.S.
Di questo periodo sono altresì alcuni provvedimenti volti al miglioramento delle aspettative stipendiali e di carriera del personale della P.S.
Ma il vero passo in avanti compiuto dal ministero dell’Interno per riformare ed innovare la Pubblica Sicurezza si ebbe con l’istituzione nel mese di gennaio e di ottobre del 1917 di due importantissimi Uffici: l’uno destinato originariamente alla lotta all’abigeato in Sicilia e successivamente deputato “incidentalmente” alla ricerca dei disertori e, più in generale, al contrasto alla delinquenza; l’altro avente compiti specifici di spionaggio e controspionaggio “civile”.

2. Finché si spia c’è speranza
In Italia l’esigenza di un moderno servizio di spionaggio e controspionaggio, dipendente dall’autorità politica, fu avvertita prepotentemente solo dopo l’ingresso in guerra, allorquando una serie di clamorosi “incidenti” e sabotaggi colpirono navi, porti ed industrie e si diffuse incontrollato il sospetto indiscriminato contro gli stranieri e gli italiani “neutralisti e “disfattisti”.
Nel periodo della neutralità, pur essendo divenuto il nostro Paese un “crocevia” strategico per lo spionaggio europeo, la risposta della Pubblica Sicurezza si rivelò poco incisiva per l’insufficienza di fondi e di personale da impiegare nel settore dell’intelligence nonché per la mancanza di un efficace coordinamento centrale.
Fu questo il motivo per cui detta amministrazione si limitò a corrispondere prevalentemente alle richieste di informazioni provenienti dal presidente del Consiglio e delle autorità militari.
La nascita dell’Ufficio centrale investigazioni risale al 12 settembre 1916, anticipata da un breve e segreto periodo di preparazione.
Col decreto luogotenenziale del 14 ottobre 1917 n. 1732 si provvide, poi, al suo riconoscimento legale con la nuova denominazione di Ufficio speciale d’investigazione (che per comodità all’interno di questo inserto chiameremo Usi) e alla disciplina del relativo ordinamento organico.
L’Usi nacque in un momento di gravissima emergenza e di insuccessi clamorosi del controspionaggio, in primis i disastri della corazzata ammiraglia Benedetto Brin (27 settembre 1915) e della Leonardo da Vinci (2 agosto 1916).
Esso si trovò ad operare in uno scenario complesso caratterizzato da un lato dalla diffusa psicosi del “tradimento”, ingiustamente sbandierata dal Comando supremo, per cui moltissimi connazionali vennero sospettati di far parte delle reti informative avversarie (divenendo vittime di una vera e propria caccia alle streghe); dall’altro dalle crescenti manifestazioni di dissenso, sotto forma di scioperi e agitazioni operaie per le durissime condizioni del lavoro in fabbrica e per i salari bassi o da tumulti di piazza originati dal carovita, dalla scarsezza di generi alimentari e dall’aumento dei balzelli.
L’Usi, che si articolava in 4 sezioni, operò accanto all’Ufficio affari riservati, già presente nell’ambito della Direzione generale della P.S. che, pur essendosi occupato di questioni di ordine politico, non aveva mai agito come una vera e propria struttura di intelligence affidata a funzionari di polizia.
Al nuovo organismo furono affidati la prevenzione e la repressione dello spionaggio, l’anagrafe e la vigilanza degli stranieri sospetti, il perseguimento del disfattismo.
Più in generale, esso curò l’attività informativa sulle persone di qualche pubblica rilevanza o su quei partiti e movimenti che potessero essere considerati pericolosi per la sicurezza dello Stato.
Il presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando volle a capo del controspionaggio “civile” Giovanni Gasti, un brillante funzionario di P.S. di origini piemontesi che si era distinto, negli anni precedenti, nella preziosa opera di collaborazione offerta al fondatore della Scuola di polizia scientifica di Roma, Prof. Salvatore Ottolenghi.
All’epoca in cui fu chiamato a dirigere l’Usi Gasti era direttore del “Bollettino delle Ricerche”. In seguito, nel febbraio 1918 Gasti fu nominato ispettore generale delle P.S.
La raccolta di informazioni da parte dell’Usi era basata sull’opera di fiduciari, selezionati con grande accuratezza sia in Italia che all’estero a cominciare dalla neutrale Svizzera, e si differenziava da quella dell’Ufficio riservato della Direzione generale della P.S. che si affidava, in patria, alle “reti” delle questure con i suoi “soffioni” locali e, all’estero, allo spirito d’iniziativa di alcuni funzionari di P.S., distaccati presso le sedi diplomatiche, cui competeva di reclutare i confidenti.
Nel mirino dell’intelligence italiana finirono, ben presto, non solo coloro che potenzialmente potessero essere collusi col nemico (oggetto di particolare controllo erano gli artisti stranieri di caffè-concerto e dei circhi equestri, i cantanti, le ballerine e le prostitute ai quali si poteva vietare di soggiornare in determinate località per ragioni di pubblico interesse o addirittura intimarne l’espulsione) ma anche quelli che non nutrivano simpatie per il governo o addirittura lo criticavano apertamente: giornalisti, politici, sindacalisti, “disfattisti” e “pacifisti” (i cd. “nemici interni”).
L’Ufficio svolse indagini anche sugli “imboscati”, in seguito alla molte denunzie pervenute e si occupò anche della diffusione di notizie false e di dicerie fantastiche che, si sosteneva, venissero diffuse ad arte per “sobillare” lo spirito pubblico.
Oltre ai tradizionali strumenti utilizzati per contrastare lo spionaggio, il personale dell’Usi ricorreva a diverse forme di censura (sulla stampa con particolare riferimento agli annunci pubblicitari e ai necrologi, sulla corrispondenza, ecc..).
Fu potenziato altresì il servizio di intercettazioni telefoniche per mettere sistematicamente sotto controllo le utenze di alcune sedi di partito (in particolare quella del Partito socialista) e di abitazioni private, attività questa già in atto a partire dal 1915.
L’Usi svolse una gran mole di lavoro testimoniata dai circa 4.000 fascicoli trattati.
Alla data dell’11 giugno 1917 i processi per spionaggio definiti o in corso erano almeno 60; le persone denunciate 107, delle quali 91 arrestate e 16 latitanti; mentre 15 risultavano le persone condannate.
In questo stesso periodo altri servizi informativi agivano alle dipendenze della Presidenza del consiglio e del ministero degli Esteri.
Il proliferare dei servizi d’intelligence comportò un’inevitabile dispersione di energie e l’instaurarsi di rivalità e gelosie reciproche, dannose per “l’interesse del servizio e del sentimento morale”.
Poco prima dell’entrata in guerra, anche la struttura bu

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01/12/2014