di Claudio Galzerano e Luca Scognamillo

Il terrorismo cambia pelle

Fronteggiare le nuove tattiche del terrore, come la strategia dei “mille tagli”. Il ruolo del Terrorism working party della Ue

Il terrorismo cambia pelle

Nel febbraio del 2009, presso una struttura detentiva negli Stati Uniti, un secondino trovò su un tavolo del cortile adibito alle attività ricreative dei detenuti quella che sembrava essere una radio transistor am/fm.
Non appena l’agente sollevò l’oggetto, avvertì solo un sibilo e poi l’apparecchio prese fuoco, provocandogli, fortunatamente, solo lievi ferite alla mano.
Il controllo radiogeno degli artificieri evidenziò che l’ordigno improvvisato (Improvised explosive device/Ied) era attivato dalla molla compressa di una penna biro a scatto, utilizzata per spingere la cannuccia di plastica dell’inchiostro e innescare il meccanismo esplosivo.
Nell’ottobre 2013, presso la redazione di un quotidiano torinese, venne recapitato un plico anonimo indirizzato a un giornalista, da tempo oggetto di accese contestazioni da parte degli ambienti no Tav più oltranzisti, contenente un foglio dattiloscritto e un hard disk esterno con il cavetto di collegamento. Il plico postale superò tutti i controlli di sicurezza, compreso quello radiogeno. La missiva invitava il reporter a visionare con attenzione il contenuto del supporto informatico, poiché al suo interno il giornalista “avrebbe trovato quello che stava cercando”. Insospettito, il cronista vinse l’impulso di esplorare il contenuto dell’hard disk e chiese l’intervento della Digos di Torino e del Nucleo artificieri della Polizia di Stato.
Solo questa lucidità, nata alla consapevolezza di poter essere il target di un attentato terroristico, gli ha permesso di evitare guai molto seri: in realtà, l’hard disk conteneva 50 grammi di polvere da ricarica, collegata a una resistenza, che sarebbe detonata al momento dell’inserimento al computer del cavetto usb.
Gli esempi che precedono, collocati in contesti geografici diversi e riconducibili a matrici terroristiche eterogenee, hanno un tratto in comune: mirano a colpire di sorpresa, con modalità inaspettate e imprevedibili, obiettivi normalmente ritenuti al riparo da azioni terroristiche.
Dalle formazioni separatiste/nazionaliste a quelle anarco-insurrezionaliste per arrivare persino a quelle della galassia jihadista, sono molti i gruppi che fanno un ricorso sistematico a tecniche terroristiche ingegnose, economiche e particolarmente efficaci quali quelle che prevedono di raggiungere il loro scopo grazie a ordigni incendiari o esplosivi che, mimetizzati all’interno di oggetti d’uso comune, vengono attivati in ragione dell’inconsapevole collaborazione della vittima (Victim operated Ied, come ad esempio le trappole esplosive ).
La caratteristica principale degli atti terroristici, condotti attraverso l’utilizzo di mezzi e/o metodi insidiosi, è la loro attitudine a diffondere terrore e insicurezza poiché in grado di cogliere di sorpresa l’obiettivo nei cui confronti l’atto di violenza è perpetrato.
Celandosi dietro l’apparente inoffensività, l’azione terroristica congegnata attraverso queste modalità risulta particolarmente difficile da individuare e neutralizzare in anticipo.
Lo stesso metodo, a ben vedere, può essere utilizzato anche per attuare un attacco Cbrn (Chimico, biologico, radiologico e nucleare) come nel caso in cui venga aperto un pacco o un plico al cui interno è occultato un aggressivo batteriologico quali le spore di antrace.
Cerchiamo allora di comprendere meglio in quale scenario terroristico questa tipologia di attentati si colloca.
Da un’analisi svolta da Europol emerge che, dal 2011 a tutto il 2013, nei Paesi dell’Unione europea si sono registrati complessivamente 794 attacchi terroristici (compresi quelli falliti o sventati).
La maggior parte di questi attentati sono stati realizzati con l’utilizzo di esplosivi, perlopiù a “bassa” potenzialità offensiva; il resto sono consistiti in attacchi incendiari.
Nel periodo preso in considerazione, i decessi causati da attacchi terroristici condotti con diverse modalità sono stati complessivamente 34. In tre casi, peraltro, l’unica vittima è risultata essere lo stesso attentatore e un quarto caso attiene a un estremista islamico rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia francese.
La divergenza tra quantità e frequenza di incidenti di natura terroristica e l’entità dei danni causati, specie sotto il profilo di perdite di vite umane, è del tutto evidente.
Indipendentemente però dalla loro matrice e al netto dei danni effettivamente provocati, anche gli atti terroristici di basso profilo possiedono l’intrinseca capacità di moltiplicare i loro effetti e diffondere terrore generalizzato nel caso in cui arrivino a colpire – con modalità inaspettate e imprevedibili nonché con costi irrisori – obiettivi ritenuti (erroneamente) al riparo da azioni violente.
Nella logica del terrorista, il suo gesto assume una valenza maggiore del danno materiale provocato perché egli è consapevole che l’atto di per sé (o anche il suo mero annuncio) costringe la controparte a vivere, appunto, nel terrore e, quindi, a modificare le proprie abitudini e a impiegare energie e risorse economiche per difendersi.
Si ricordi al riguardo cosa pubblicava la rivista jihadista Inspire nel 2010 nel suo “numero speciale” dedicato alla Operation Hemorrahage riguardo la cosìddetta strategia dei mille tagli: “L’America ha speso tempo, energie e denaro per prevenire che un attacco su larga scala come quello dell’11 settembre possa verificarsi di nuovo (…) In ogni caso, per abbattere l’America non abbiamo bisogno di colpire in grande. In un’atmosfera di fobia securitaria come quella che si è impadronita dell’America, è molto più fattibile mettere in cantiere attacchi di dimensione più contenuta che necessitino di meno attori e molto meno tempo per essere lanciati in modo da aggirare le barriere di sicurezza che l’America ha faticato così tanto per erigere. La strategia di attaccare il nemico con operazioni apparentemente meno spettacolari ma molto più frequenti la potremmo definire come la strategia dei mille tagli. Lo scopo dichiarato è quello di far sanguinare il nemico a morte…”.
Come dimostrato dal caso del giornalista torinese, una strategia davvero molto simile a quella dei mille tagli – che contempla l’attuazione di una molteplicità di attacchi, anche di dimensioni relativamente contenute, per spargere terrore e, nel contempo, attirare l’attenzione dei media sulle proprie campagne antisistema – è da tempo perseguita anche dalle compagini anarco-insurrezionaliste.
Soprattutto in Italia, Grecia e Spagna si è registrato il ricorso sistematico da parte degli anarco-insurrezionalisti a una tecnica terroristica ingegnosa e particolarmente efficace, quella che prevede l’utilizzazione della comune corrispondenza per occultare manufatti esplosivi o incendiari innescati inconsapevolmente dalla vittima all’apertura del plico.
Questo modus operandi è divenuto nel tempo un tratto caratterizzante della frangia più estrema dell’insurrezionalismo italiano, quello della Fai - Federazione anarchica informale, che ha rivendicato l’invio di ordigni occultati in plichi inviati nel 2003 ai rappresentanti, tra gli altri, di Europol, della Banca centrale europea, di Eurojust e del Parlamento europeo. Nel 2010 un simile ordigno ha provocato la morte di George Vassilakis, collaboratore del ministro dell’Interno greco, Michalis Chrisochoidis.
Per restare al solo contesto europeo, in un suo recente rapporto analitico Europol ricorda come questi metodi/mezzi insidiosi siano stati di recente utilizzati per realizzare attacchi terroristici in Corsica, Irlanda del Nord e Spagna .
Non di rado, peraltro, questa tipologia di attacchi si riscontra anche in casi non riconducibili a un’area politicamente orientata, essendo posti in essere da individui affetti da psicosi o devianze. Si pensi, a questo riguardo, agli attentati compiuti da Theodore Kaczynski, condannato negli Usa per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, durante un periodo di quasi diciotto anni, provocando tre morti e 23 feriti, o dall’Unabomber italiano, che ha colpito obiettivi indiscriminati nel Nord-Est dell’Italia tra il 1993 e il 2006.
Pensando a questa fenomenologia, in occasione del semestre di Presidenza italiana dell’Unione europea, la Direzione centrale della polizia di prevenzione ha lanciato un originale progetto nell’ambito del Gruppo terrorismo (Terrorism working party) del Consiglio dell’Unione europea teso ad analizzare in profondità l’utilizzo dei mezzi insidiosi per commettere atti di terrorismo.
Il “Gruppo terrorismo” è un organismo al quale partecipano, tra gli altri, i rappresentanti degli uffici antiterrorismo dei 28 Paesi Ue oltre a importanti attori delle Istituzioni europee quali l’Ufficio del coordinatore antiterrorismo dell’Ue, IntCen (il Centro di analisi congiunta che riunisce i rappresentanti dei servizi di informazione e sicurezza degli Stati membri) ed Europol.
Al “Gruppo terrorismo” compete la responsabilità, sul piano tecnico-operativo, dell’applicazione delle decisioni adottate dai ministri della Giustizia e degli Affari interni in occasione delle riunioni del “Consiglio Jai” ed è la sede naturale per lo scambio di analisi, informazioni e per l’avvio di iniziative comuni.
Il progetto italiano sull’approfondimento dell’utilizzo dei mezzi insidiosi per commettere atti di terrorismo, attraverso la condivisione delle esperienze investigative e/o d’intelligence maturate dai Paesi dell’Unione europea, mira a individuare le migliori pratiche per la prevenzione degli attentati realizzati con mezzi/metodi insidiosi, allargando il proprio ambito anche alla ricognizione delle procedure di monitoraggio e controllo.
Il progetto è stato strutturato in tre fasi:
la prima fase ha visto la disseminazione di un questionario finalizzato a far emergere un panorama delle esperienze e delle procedure di sicurezza poste in essere in ciascun Paese, non solo quindi dalle autorità nazionali competenti nella lotta al terrorismo, ma anche da quei soggetti pubblici/privati interessati dalla minaccia, ritenendo che proprio l’individuazione di possibili sinergie pubblico/privato possa conferire maggiore incisività ed efficacia all’azione di prevenzione e di protezione;
grazie al bagaglio conoscitivo garantito da questo momento esplorativo, la tematica è stata sviluppata compiutamente nel corso di un seminario ad hoc ospitato a Roma il 2 e 3 ottobre scorsi dalla Scuola di perfezionamento delle forze di polizia di piazza di Priscilla che – accanto a 20 Paesi dell’Unione europea e ai rappresentanti del Segretariato generale del consiglio, della Commissione europea, di Europol, di IntCen e dell’Fbistatunitense – ha visto l’intervento anche di esponenti del settore privato interessati dalla problematica. Nell’ambito dell’evento si è discusso dei gruppi terroristici che più frequentemente utilizzano ovvero propugnano l’uso di mezzi e metodi insidiosi per realizzare i loro attacchi, esplorando anche le modalità di diffusione del know-how necessario per la preparazione degli attentati. L’attenzione è stata quindi portata sulle metodologie di attacco utilizzate, dagli aggressivi chimico/biologici ai cosiddetti Victim operated Ied. Sono stati quindi analizzati i sistemi di prevenzione adottati dagli Stati e anche enti privati, come i vettori postali, sono stati chiamati a illustrare i propri sistemi di prevenzione e valutazione del rischio, con specifico riferimento al possibile utilizzo della corrispondenza per occultare ordigni oppure aggressivi biologici. Un particolare contributo è stato poi apportato dalla testimonianza delle vittime di atti di terrorismo commessi con l’utilizzo di mezzi insidiosi, che hanno messo in luce le vulnerabilità dei sistemi di prevenzione da loro adottati e, attraverso una rievocazione a volte toccante, come è cambiata la loro vita dopo aver subito gli attentati;
sulla base degli esiti del seminario è stato redatto un documento conclusivo contenente delle best practices che, attraverso la condivisione proattiva delle esperienze maturate negli Stati membri dell’Ue, intende favorire la migliore comprensione della minaccia e un approccio integrato all’insidia attraverso una più efficace sinergia tra tutti gli attori, pubblici e privati, potenzialmente coinvolti.


*primo dirigente della Polizia di Stato, presidente del Terrorism working party del Consiglio dell’Unione europea
**vice questore aggiunto della Polizia
di Stato, capo della Delegazione Italiana al Terrorism working party.

01/10/2014