Annalisa Bucchieri

Lotta agli affari sporchi

Il procuratore nazionale antimafia Roberti dà la caccia al traffico illegale di rifiuti in tutto il mondo. In attesa che la legge sui reati ambientali sia approvata

Lotta agli affari sporchi

Pecunia non olet, dicevano i latini, e se anche fosse, i mafiosi si turano il naso pur di non rinunciare agli introiti stellari che la monnezza, proprio quella più pestilenziale e tossica, garantisce. Anche quest’anno è il traffico illegale dei rifiuti il principe dei reati ambientali, come si evince dal Rapporto Ecomafia 2014, curato da Legambiente e presentato lo scorso giugno. Un fatturato stabile di circa 3,1 miliardi di euro che non ha conosciuto flessioni nell’ultimo lustro, a dispetto della crisi. Considerato già dal 2010 tra i reati di maggior pericolosità compiuti dalle cosche, ha spinto la Procura nazionale antimafia (Pna) a dotarsi di una sezione apposita che si sta rivelando efficientissima: 235 le inchieste conclusesi nel 2013 e 13 i procedimenti tuttora in corso nelle Direzioni distrettuali antimafia (Dda). È il fenomeno che il procuratore Franco Roberti, a capo della Pna, considera attualmente più preoccupante. Sarà perché è un napoletano doc e quindi ha visto la sua Campania felix trasformarsi in Terra dei fuochi, sarà perché il destino lavorativo lo ha portato fin da subito a occuparsi della Monnezza connection (era tra i relatori del primo Rapporto Ecomafia, presentato a Potenza nel 1994), sta di fatto che questa bestia nera a cui da anni dà la caccia è già riuscito a metterla parecchie volte al tappeto. Ma per sconfiggerla c’è bisogno di maggior collaborazione tra tutti gli attori in campo che in questa intervista rilasciata a Poliziamoderna, il procuratore chiama all’appello. Non c’è tempo da perdere.

Ultimamente la Pna è stata impegnata in importanti appuntamenti: la presentazione del Rapporto ecomafia 2014, la 31^ conferenza mondiale dei Servizi antidroga (Idec), il terzo meeting organizzato da Europol sul crimine organizzato italiano all’estero (Edoc). Dalle vostre relazioni sembra emergere che nonostante resista il tradizionale flusso affaristico legato agli stupefacenti, i clan mafiosi italiani (321 quelli evidenziati nel dossier di Legambiente) sono sempre più orientati a investire nel business verde, in particolare nel business illegale di rifiuti speciali che si attesta come il più redditizio degli ecocrimini. Sta veramente cambiando pelle il padrino?
Per la precisione sta cambiando la pelle del fenomeno. Il termine ecomafia è superato da una realtà criminale più complessa ben espressa dal traffico illegale organizzato di rifiuti, che non solo non ha subito flessioni di introiti nell’ultimo lustro ma che registra anche un aumento di reati del 14%. Come ho già detto nei miei ultimi interventi e come abbiamo scritto anche nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia (Dna), il traffico illegale di rifiuti non è un delitto mafioso è un delitto di impresa. Cioè nasce da una domanda di servizi illeciti che gli imprenditori rivolgono alle organizzazioni mafiose. L’imprenditore può cercare di smaltire i rifiuti della sua produzione aziendale in maniera illegale per risparmiare, soprattutto quando si tratta di rifiuti tossici o pericolosi, ma è stimato che tantissimi sono costretti a smaltire “al nero” i rifiuti derivanti da un buon 47% di produzione “al nero” lavorata da personale tra l’altro anch’esso non regolarizzato. Quindi si parte da un’esigenza delle imprese che si rivolgono per l’esecuzione di questo procedimento sporco a coloro che controllano il territorio, solitamente i mafiosi, ma non necessariamente. Spesso sono organizzazioni di malaffare che si comportano però in maniera similare.

Visto che ha parlato di delitti di impresa, quanto può incidere l’azione e la collaborazione di Confindustria per contrastarli?
Confindustria può fare moltissimo. Intanto cercando di sensibilizzare i propri iscritti ad accettare di buon grado i controlli riguardo al rispetto delle norme ambientali, che seppur rallentano il ritmo produttivo sono una garanzia di legalità. Sono intervenuto proprio per questo al Convegno dei giovani imprenditori svoltosi poco tempo fa a Santa Margherita Ligure. La loro risposta è stata, per la verità, molto positiva. Hanno mostrato disponibilità perché ci sia nel mondo imprenditoriale un recupero di legalità e credo che sia nel loro interesse riuscire a responsabilizzare i propri iscritti nei confronti di questo problema e mantenere la linea dura dell’espulsione qualora cedessero alle sirene delle scappatoie ai controlli, dell’evasione fiscale, delle mazzette per ottenere più facilmente commissioni e appalti.

Secondo il Rapporto ecomafia 2014 i boss della Monezza connection non solo rimangono leader indiscussi dell’ecocrimine ma hanno sviluppato nuove forme di illecito nel loro campo. Quali?
Sicuramente c’è una continua evoluzione del loro modus operandi. Questi personaggi continuano ad offrire i soliti servizi economici e sbrigativi ai produttori di scarti, soprattutto industriali, scaricando i veleni nelle cave, sversandoli nei fiumi, bruciandoli come succede nella Terra dei fuochi o interrandoli nei campi agricoli, tombandoli nelle fondamenta delle opere pubbliche o impastandoli nel calcestruzzo. Ma hanno aggiunto nuovi stratagemmi al classico giro-bolla che serviva al declassamento del rifiuto tossico: usano l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali e le autorizzazioni a trattare rifiuti per ideare truffe erariali o per riciclare il denaro sporco delle mafie. Ma soprattutto sono entrati nel circuito globale del rifiuto in nero e del finto rifiuto con falso smaltimento.

Quindi il traffico illegale dei rifiuti ha acquistato ormai un carattere transnazionale?
Esattamente, perché oggi è aumentato il controllo delle forze di polizia sulle attività di smaltimento illecito sul territorio nazionale, quindi si tende a proiettarsi verso l’estero. Oltre all’Africa, adesso i traffici si sono estesi ai Paesi dell’Est Europa, Bulgaria e Romania in primis, cioè proprio laddove si è delocalizzata la produzione italiana. E poi c’è l’Asia, in particolare la Cina con la quale abbiamo rapporti commerciali molto vasti nel cui ambito si possono verificare commercializzazioni illegali. La maggior parte delle materie prime usate nelle fabbriche a ciclo continuo in Africa e Asia si basano sui nostri scarti, scorie di alluminio dei veicoli, tessili, copertoni, plastiche, come ha dichiarato l’ufficio centrale intelligence delle Dogane. Così i rifiuti tossici che i clan mafiosi mandano laggiù ci ritornano indietro sotto forma di giocattoli, utensili, vestiti.

Attualmente si è attivata una cooperazione internazionale antimafia per questo problema della globalizzazione del business legato al rifiuto?
Qualcosa si sta muovendo. Per ciò che riguarda l’Italia, siccome considero questo fenomeno la vera sfida che abbiamo davanti, il mio ufficio si è già attrezzato per fare un lavoro di coordinamento investigativo indispensabile. Abbiamo cominciato a parlare con rappresentanti delle forze dell’ordine di altri Paesi, con organizzazioni che vogliono collaborare, e anche all’estero cominciano a capire la gravità dell’impatto del fenomeno. Lo ha ribadito la recente assemblea Edoc, il meeting organizzato da Europol sul crimine organizzato italiano che ha impatto all’estero (durante il quale è stato presentato anche @on, il network antimafia, progetto del semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, ndr). Edoc infatti ha dedicato la sessione centrale dei lavori all’Ecocrime alla quale ha partecipato il magistrato Pennisi che dirige la sezione Ecomafia della Pna.

A proposito di questa sezione speciale della Pna, voi avete allargato il campo d’indagine e d’incrocio delle banche dati anche a reati di criminalità non organizzata in senso stretto, a differenza di quanto avveniva in passato. Ci spiega perché e come funziona?
Alla Pna partiamo dall’accesso ai registri e documenti delle procure distrettuali e verifichiamo tutti i soggetti che sono iscritti per i reati in materia di smaltimento e traffico illegale di rifiuti (art. 260 del testo unico ambientale). Poi incrociamo questi dati con le iscrizioni presso le procure ordinarie degli stessi reati ma di tipo “disorganizzato”, e quindi non di nostra competenza, quelli che chiamiamo reati spia. Per esempio il reato di smaltimento non organizzato di rifiuti, di esercizio di discarica non autorizzato che tra l’altro sono ancora solo contravvenzionabili. Perché interessa tutto questo? Perché andiamo a vedere le cosiddette ricorrenze, nel senso che se la stessa persona fisica o più persone fisiche risultano iscritte e quindi risultano aver commesso reati spia presso più territori nazionali o più distretti, più circondari è probabile che queste persone facciano parte di un’organizzazione e se fanno parte di un’organizzazione può scattare l’ipotesi dell’art. 260. Per giunta, se queste stesse persone i cui nomi vengono verificati nella banca dati antimafia risultano avere a carico anche denunce per reati esponenziali di origine mafiosa e reati di mafia o per contiguità con la mafia, si può arrivare addirittura a ipotizzare che questa organizzazione criminale dedita ai traffici organizzati illegali di stupefacenti e rifiuti sia anche un’organizzazione mafiosa. Tutto questo poi se viene verificato positivamente diventa oggetto di un atto di impulso verso la Dda, la procura distrettuale competente, che viene sollecitata ad indagare nei confronti di quelli che risulta essere una vera e propria organizzazione di traffico di rifiuti.

Guardando ai risultati delle indagini condotte, con arresti, confische e denunce appare che sia la magistratura che le forze dell’ordine stiano facendo un gran lavoro, ma forse il tallone di Achille in questo quadro è quello normativo: il disegno di legge che inserisce gli illeciti ambientali nel codice penale si è arenato al senato.
C’è da auspicare che questo disegno di legge si traduca al più presto in legge e che ci dia strumenti più appuntiti per indagare per i reati di riferimento (finora sanzionabili solo con una contravvenzione amministrativa), e ci dia la possibilità di svolgere attività tecniche per un tempo più lungo (il 35% dei reati, compreso quello di corruzione, decade per prescrizione e i termini di custodia cautelare sono brevissimi), nonché di utilizzare le intercettazioni. Infatti, quello che finora siamo riusciti a scoprire di valido e sostanzioso sulle trame ecocriminali è dipeso dall’ex art. 260 del dlgs 152/2006 che ci ha permesso di occuparci del traffico illegale di rifiuti come una delle espressioni più feroci e dannose dei clan mafiosi. Certo rimane sempre il problema organizzativo da risolvere sul quale pure si sono fatti molti passi in avanti. Gli organi di polizia oggi, specie il Corpo forestale dello Stato, il Noe dei Carabinieri, e la Guardia di Finanza hanno acquisito una qualificazione professionale notevole. Senza dimenticare l’Agenzia delle Dogane che è molto attiva sui controlli in tutti i porti italiani dai quali partono i container per i commerci illegali transanazionali.

A ciò si aggiunge Perla, la scuola di formazione sul crimine ambientale inaugurata a fine maggio a Castel Volturno dal Corpo forestale dello Stato e aperta a tutte le forze dell’ordine. Sembra un’opportunità importante soprattutto per la Polizia di Stato che non ha in prima battuta una vocazione e competenza specifica ambientale. Non crede?
Assolutamente sì. La possibilità offerta ai poliziotti di sviluppare un knowhow investigativo in questo settore si aggiunge al già importante ruolo rivestito dalla Polizia di Stato nel monitorare il territorio e far percepire il controllo di legalità in maniera capillare.

Ventuno amministrazioni comunali sciolte per condizionamento mafioso e 78 inchieste relative a funzionari pubblici comprati dai clan ecocriminali. Qual è il peso della corruzione della pubblica amministrazione nei reati ambientali?
Le aggiungo un ulteriore dato: la Commissione Europea ha stimato che in Italia, prima in classifica tra i Paesi membri, il peso della corruzione equivale a 60 miliardi di euro annui. A prescindere dall’esattezza e attendibilità della stima, è tristemente vero che la corruzione è il collante tra mafia, riciclaggio ed economia, come aveva con lucidità individuato Falcone negli art. 8 e 9 della Convenzione di Palermo. La corruzione è uno strumento tipicamente mafioso che non riguarda purtroppo solo la Pubblica Amministrazione, ma riguarda la politica e l’economia. La corruzione è un fenomeno di sistema come l’evasione fiscale. È assolutamente dilagante perché è stato per troppo tempo tollerato, in qualche modo giustificato e quindi non efficacemente contrastato né a livello giudiziario né a livello di prevenzione. Ora la legge Severino nella parte relativa alla prevenzione, se ben attuata, potrebbe effettivamente giovare. Però un recupero dovrebbe essere molto più ampio sul piano dell’etica pubblica e civica perché, lo voglio ribadire, la corruzione non è un reato contro la Pubblica Amministrazione la corruzione è un gravissimo reato contro l’economia. Perché altera i rapporti di concorrenza, crea crisi di mercato, favorisce certe rendite di posizione, premia i peggiori sostanzialmente. Quindi bisogna contrastarla innanzitutto a livello giudiziario, ma anche a livello imprenditoriale, come ribadito con i dirigenti di Confindustria, e soprattutto, ribadisco, a livello politico.

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Il poliziotto che scoprì le ecomafie
Una brutta storia che riguarda il nostro futuro, così viene definita la Terra dei fuochi nel Rapporto ecomafia 2014, argomento a cui è dedicato un intero capitolo del volume e che si lega indissolubilmente al nome di Roberto Mancini, sostituto commissario della Polizia di Stato di Roma. Deceduto lo scorso 30 aprile per un linfoma, una malattia professionale contratta per l’esposizione a materiali tossici e scorie radioattive durante i continui sopralluoghi nei territori dei disastri ambientali, Roberto fu il primo a mettere nero su bianco quello che stava accadendo a proposito dell’intreccio tra camorra, riciclaggio di denaro sporco e traffico illegale di rifiuti. Già nel 1986, quando era in servizio presso la Criminalpol, cominciò a indagare sulle attività camorristiche del basso Lazio, intuendo l’ampiezza del giro d’affari legato allo smaltimento illecito dei rifiuti tossici. «Nel 1995 consegnò alla Procura di Napoli il risultato di un’informativa che teneva conto anche del dossier di Legambiente sulle ecomafie», ci ricorda Enrico Fontana, attuale direttore di Libera e fondatore dell’osservatorio Ambiente e legalità, un lavoro minuzioso e documentato nel quale riuscì a creare una vera mappatura delle società coinvolte, avendo compreso, già in tempi non sospetti, lo stretto legame tra business dei rifiuti e interessi economici, non solo camorristici, dedicando grande attenzione al profilo dell’imprenditoria eco-criminale. Un’amicizia quella con Roberto Mancini, che risale ai tempi della scuola e destinata a ritrovarsi. Il direttore di Libera incontrò infatti nuovamente il poliziotto in occasione dell’operazione che portò all’arresto del camorrista Ciro Mariano. Fontana ricorda il grande intuito dell’amico, dotato di un vero talento per l’investigazione «basti pensare che quando condusse le prime indagini, vent’anni fa, non poteva avvalersi di strumenti sofisticati, ma solo delle proprie capacità di investigatore». In questo modo, mettendo insieme le tessere del puzzle, Roberto Mancini ha seguito la traccia di segnalazioni su operazioni finanziarie sospette, che hanno permesso di svelare l’intreccio societario alla base dello smaltimento illegale dei rifiuti. «Un uomo che ha servito lo Stato con passione e sacrificio, e che lascia una grande lezione, quella di non sottovalutare mai i fenomeni criminali, anche se a volte si presentano in forme che possono indurre alla sottovalutazione», conclude Fontana. Completa il ritratto del poliziotto la moglie Monika, che ne ricorda «la determinazione nel portare le cose fino in fondo, l’impegno nel rimanere sulle carte fino a notte fonda, la grande capacità di analisi nel collegarle e interpretarle». È il ricordo di un uomo dai modi decisi, che sapeva comunicare e riusciva a guadagnarsi la fiducia delle persone, varcando confini che per molti risultavano inviolabili. A lui si deve la scrittura di pagine importanti nella storia della lotta alla criminalità mafiosa, una battaglia riconosciuta anche dal capo della Polizia, il prefetto Alessandro Pansa, che in un incontro con i famigliari ha espresso tutta la vicinanza e la solidarietà dell’Istituzione.
Cristina Di Lucente

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Una PERLA tra i rifiuti
Finalmente la Campania, terra di eccellenza agroalimentare, tornerà ad essere felix. Ne sono convinti oltre agli abitanti anche i promotori del Progetto europeo recupero legalità ambientale (www.perla-progettopon.eu), finanziato dallo Stato italiano e dal Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), nell’ambito del Programma operativo nazionale. L’iniziativa coinvolge non solo tutte le forze dell’ordine competenti in materia ambientale, ma anche altri soggetti impegnati nell’ambito della sicurezza e del mantenimento della legalità: Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo forestale dello Stato, Capitanerie di Porto, Corpo forestale della Regione Siciliana, Polizia Provinciale, Polizia Locale, Arpa e rete degli Enti locali. L’intenso programma didattico si terrà nelle aule del Centro di formazione nazionale di Castel Volturno del Corpo Forestale dello Stato, luogo simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Il percorso sarà articolato su tre livelli. Il primo è quello della formazione trasversale, che prevede 40 moduli di lezioni frontali, ciascuno dei quali della durata di 5 giorni. Il secondo è invece dedicato alla formazione specialistica, ed è composto da 10 seminari, della durata di un giorno ciascuno, sui reati propriamente ambientali e sulle novità legislative. Il terzo livello riguarda invece la formazione digitale “a distanza”, che prevede la realizzazione di 30 moduli e-Learning e 50 video formativi. L’inaugurazione (vedi foto a fianco)è stata l’occasione per confrontarsi sul tema della legalità ambientale con addetti ai lavori e rappresentanti della società civile. Il ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Maurizio Martina è intervenuto in videoconferenza, mentre hanno arricchito la discussione alcune autorità tra le quali Andrea Olivero, vice ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, che ha sottolineato la peculiarità del luogo dove si è realizzato il progetto: «Una scuola formativa a Castel Volturno, in una struttura del Corpo Forestale dello Stato sottratta alla criminalità organizzata, e una presentazione nella sala dedicata a don Peppino Diana sono aspetti non secondari. Ci dicono che lo Stato è qui, con la sua eccellenza investigativa e le sue istituzioni, pronto a fare la sua parte a fianco dei cittadini che chiedono sicurezza e degli imprenditori che contrastano illegalità e inquinamento». All’evento ha partecipato anche il capo del Corpo forestale dello Stato, Cesare Patrone, che ha focalizzato l’attenzione su come Perla consenta la sinergia tra i diversi soggetti coinvolti. «La cultura del “sistema” vince – ha proseguito Patrone – è infatti fondamentale la presenza fisica delle forze dell’ordine a presidio di un territorio martoriato quale è quello di Castel Volturno». Lo dimostrano i dati raccolti dall’Istituto di ricerche economiche e sociali della Campania: dalla fine degli anni Novanta ad oggi i clan della camorra hanno sversato sul litorale domizio 341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160mila di rifiuti speciali non pericolosi e altre 305mila di immondizia solida urbana. Gli abitanti del casertano “galleggiano” su oltre 5mila discariche illegali, senza considerare quelle rimaste occulte. Ma l’attività investigativa degli operatori continua. E la Campania, come ogni anno, secondo il rapporto Ecomafie 2014, detiene il primato assoluto della classifica per numero di reati ambientali: ben 4.703, con 4.072 persone denunciate e 1.339 sequestri effettuati. Per fermare questa e tante altre “pattumiere tossiche” italiane occorre formare al meglio le forze dell’ordine che operano in materia ambientale. Proprio per questo il PON Sicurezza, che ha già finanziato 86 progetti per oltre 117 milioni di euro, nell’ambito dell’Obiettivo operativo 1.5 ha finanziato Perla con oltre 3,5 milioni di euro. L’importanza dell’iniziativa è stata sottolineata dall’Autorità di gestione del PON Sicurezza, prefetto Matteo Piantedosi, vice direttore generale della pubblica sicurezza: «La partecipazione dei diversi operatori coinvolti consente di acquisire e uniformare conoscenze e prassi e di arricchire le competenze dei vari attori, armonizzandone le specificità, per migliorare l’azione di prevenzione e repressione di reati ambientali. Per quanto riguarda, in particolare, la Polizia di Stato, l’iniziativa costituisce una novità assoluta, che consente percorsi formativi specifici in un ambito operativo che chiede di disporre di personale appositamente preparato e costantemente aggiornato».
Valentina Pistillo

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Un posto al Sole: “Operazione Terra Madre”
Come classificare per genere un’opera televisiva? A cosa dare maggiore importanza, alla struttura o ai temi trattati? Se volessimo basarci sul format, etichettare Un posto al sole come una soap opera sarebbe semplice ma, come minimo, riduttivo e impreciso. Paolo Terracciano, sceneggiatore della serie, ha le idee chiare in proposito: «I temi rosa e le scene divertenti rappresentano solo una parte delle vicende che coinvolgono gli abitanti di Palazzo Palladini, per questo potremmo definire la serie un docu-drama. Affrontare temi e problematiche sociali in modo verosimile, credibile, è una scelta che portiamo avanti da sempre, affidandoci alla consulenza di ricercatori, giornalisti, esperti del settore come le forze dell’ordine. Per questo, quasi tre anni fa, abbiamo iniziato a parlare e raccontare della Terra dei fuochi, una realtà drammatica, legata al territorio dove ambientiamo le nostre storie».
Terracciano ha tessuto una trama intricata e credibile, impegnando il commissario Giovanna Landolfi, interpretata dalla bravissima Clotilde Sabatino, nell’operazione denominata “Terra Madre”, dove lo smaltimento illegale dei rifiuti s’intreccia inevitabilmente con il destino della Terra dei fuochi. Come nella realtà, la gestione illegale delle scorie inquinanti e dei rifiuti speciali, passa dalla connivenza tra la Camorra e gli imprenditori locali, minacciati o alla ricerca di un facile guadagno. La vicenda prevede una svolta nelle indagini proprio grazie alla collaborazione di quei cittadini che, pentiti dal proprio coinvolgimento con l’organizzazione mafiosa, avranno il coraggio di collaborare con la polizia. Dopo gli arresti e l’inizio del processo, tuttavia, il commissario Landolfi non potrà dormire sonni tranquilli e considerare il caso chiuso, come avviene spesso nelle fiction: la poliziotta dovrà guardarsi dalle rappresaglie del clan camorristico volte, in primis, a manipolare l’esito del processo. La storia continua, in attesa di nuovi imprevedibili sviluppi, nella serialità della fiction così come nella realtà, puntata dopo puntata.
Un posto al sole riesce a raccontare in modo verosimile problemi reali, andando oltre il semplice intrattenimento, facendosi veicolo di messaggi improntati, come in questo caso, sull’importanza della fiducia e della collaborazione tra polizia e cittadini.
Nicola Marchetti

01/07/2014