Luca Boldrini*

Tesori nascosti fra i tessuti

CONDIVIDI

Dietro alle fabbriche tessili, Prato nasconde una miniera di pregi artistici e gastronomici. Ma anche un mix di culture tra virtù e difetti

Tesori nascosti fra i tessuti

Se esiste una città piena di contraddizioni, quella è Prato. Uno dei suoi figli più illustri, Curzio Malaparte, che volle essere sepolto in cima a una delle sue colline per dominare in eterno le sue terre, scriveva che “... non soltanto la storia d’Italia, ma quella di tutta Europa finisce a Prato”. Non era presunzione campanilistica, che pure in Toscana è forte e radicata come in poche altre realtà dello Stivale, ma la consapevolezza che il suo ruolo di capitale del tessile europeo, detenuto per secoli, sarebbe stata la sua croce e la sua delizia. Città strana, Prato. Per mille motivi. Innanzitutto la conoscono in pochi, nonostante sia la terza città dell’Italia centrale con i suoi 180mila abitanti. Una stima al ribasso, perché il dato effettivo di chi vi abita supera senz’altro i 200mila, ponendola alle spalle solo di Roma e Firenze. Eppure ben altre realtà più piccole hanno più fama. Forse perché mentre il resto di Toscana si beava della sua storia, delle sue glorie artistiche, a Prato si pensava agli stracci, o meglio: ai cenci, come si chiamano qui. E Malaparte a questo si riferiva: che le divise degli eserciti napoleonici, del Regno d’Italia, ma anche di quelli austro-ungarici, tutte finivano nei cumuli di stracci a Prato per essere rigenerate. Secoli fa c’erano solo un po’ di telai, al culmine della produzione, negli Anni Ottanta, oltre 10mila imprese e 50mila addetti. Roba da Pil di un piccolo Stato. Qui, nell’alta Toscana centrale, sopra i resti di una delle più grandi necropoli etrusche esistenti, i pratesi sfruttarono prima l’acqua che scendeva dall’appennino tosco-emiliano per le tintorie, poi il vento di tramontana che sovente spazza la città per ripulire l’aria dai fumi delle ciminiere. Eppure, ecco la più grande delle sue contraddizioni, dietro tessiture e cardature, dietro filature e carbonizzi, c’è un piccolo tesoro. Un tesoro di arte, maturato in secoli di storia, ben visibili nelle chiese del centro storico dove gli affreschi del Lippi testimoniano il passaggio del Rinascimento, con le terrecotte dei Della Robbia e il pulpito di Donatello sulla cattedrale di Santo Stefano, la basilica delle Carceri, una delle poche a croce greca esistenti in Italia, il castello dell’Imperatore, a pianta ottagonale, altro esempio raro di architettura simile ad eccezione della Puglia. Un tesoro agroalimentare, con i vini pregiati della zona del Carmignano, una tradizione pasticcera pluripremiata e simboleggiata dai suoi cantuccini. Un tesoro di cultura, con il suo centro per l’arte contemporanea Pecci, il museo del tessuto, il museo civico appena riaperto dopo 30 anni, il teatro Metastasio che ricopre il ruolo di teatro stabile della Toscana. E anche fucina di sportivi, se qui son nati e cresciuti i vari Yuri Chechi, i Vieri, Paolo Rossi.
Ma è la sua scheda anagrafica a renderla una città unica nel suo genere e per questo a complicare la vita alle Istituzioni che la devono gestire. L’Italia è piena di città medie che, in quanto capoluoghi di pr

...


Consultazione dell'intero articolo riservata agli abbonati

01/06/2014