Annalisa Bucchieri

Arturo l'antiboss

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Pif racconta a Poliziamoderna perché il giovane protagonista del suo film fa la differenza contro la mafia

Arturo l�antiboss

Cosa nostra raccontata attraverso gli occhi di un bambino, Arturo, che cresce nella Palermo travagliata dalla stagione più cruenta degli attentati. È questa visione ingenua e acerba la grande novità del film La mafia uccide solo d’estate, scritto, interpretato e diretto da Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, finora cimentatosi nella serie di inchieste di successo su MTV intitolata Il Testimone. Aggiunge qualcosa al nostro già ricchissimo immaginario cinematografico sulla mafia? Moltissimo. Attingendo cucchiate d’ironia dalle proprie vicende personali, Pif riesce a evidenziare il filo neanche troppo sottile che lega la possibilità di imparare a scuola e l’emozione del primo amore con la lotta di magistrati e uomini in divisa per un mondo migliore. Grazie a questo stile il film è riuscito a piacere ai giovani e a comunicare “cosa è stato” affinché non succeda più. Ci é sembrato importante parlarne con l’autore a ridosso della giornata della memoria delle vittime di mafia.

Partiamo dalla fine, dalle ultime scene del film nelle quali porti tuo figlio appena nato a vedere le lapidi delle vittime della mafia a Palermo, molte delle quali in stato di abbandono. Hai percepito nelle ultime generazioni una grave perdita di memoria? A Palermo si è forse dimenticato quello che successe negli Anni ‘70 e ‘80?
L’idea del finale del film nasce da una puntata de Il Testimone dedicata agli orfani di mafia. Per girarla andai sul luogo, segnato da una lapide, dove fu ucciso Calogero Zucchetto, il poliziotto che girava in borghese sul motorino con il commissario Ninni Cassarà per i vicoli di Palermo a dare la caccia ai boss. Al solito la mafia è molto più brava a scoprire i talenti nei poliziotti e ucciderli di quanto lo Stato purtroppo sia capace di proteggerli. Quando è stato ammazzato Calogero aveva 27 anni e si stava per sposare. La lapide che lo commemora sta di fronte all’ex cinema storico della città, il Fiamma, che ora ha chiuso. Da ragazzo ci andavo spesso e non mi sono mai accorto dell’esistenza di questa targa. Girando quella puntata mi resi conto che non solo l’ultima generazione ma anche la penultima non aveva contezza di ciò che era accaduto in quegli anni. Anche i palermitani più anziani tendono ad allontanare quei ricordi: è una sorta di sopravvivenza al dolore. Per questo dobbiamo ricordare ai nostri figli come sono andate le cose. Alcuni sono arrivati a negare l’olocausto, figuriamoci quanto si fa presto a dimenticare le stragi di mafia.

Da tempo non vivi più a Palermo, ma ci sei ritornato per girare il film. L’hai trovata cambiata? Ci sono segnali di reazione?
Sicuramente siamo più maturi: il 1992 ci ha svegliato, anche il palermitano più ottuso non poteva non vedere… l’Arturo di oggi vive meglio dell’Arturo degli anni Settanta, il bambino protagonista del film. Oggi la mafia non è più così potente. Un Vito Ciancimino o un Salvo Lima faticherebbe ad avere il ruolo di allora. Qualche politico colluso va anche in carcere adesso. I progressi arrivano a piccoli passi che paghiamo però a un prezzo altissimo. Da quando uccisero Boris Giuliano c’è un elenco di morti lunghissimo che arriva fin dopo il ’92. Ma sono ottimista. Cito sempre il comitato Addio pizzo creato da un gruppo di studenti che con un gesto apparentemente infantile, cioè quello di mettere gli adesivi sulle vetrine dei negozi, ha mandato in crisi parecchie persone. Ci sono pentiti che hanno detto che quando vedevano l’adesivo di “addio pizzo” preferivano andare da un’altra parte. Abbiamo preso solo una parte di quello che ci conveniva da Il Gattopardo. Ci siamo dati una giustificazione intellettuale che niente può cambiare e che quindi è inutile lottare, invece non è vero. Io, per esempio, ho girato il film senza pagare il pizzo.

Quali riscontri hai avuto dai cinespettatori giovani?
Quando con il direttore della fotografia Roberto Forza, lo stesso de I cento passi, rivedemmo il montaggio in “technicolor, sperammo che potesse avere la stessa sorte de I cento passi che quando uscì non ebbe tanto successo ma col tempo se ne capì il valore e divenne il classico film che ti fanno vedere a scuola. In qualche modo questo è successo anche a La mafia uccide solo d’estate. Se accettassi tutti gli inviti delle scuole sarei tutti i giorni in aula. Mi dispiace non poter soddisfare tutte le esigenze perché è la parte più bella del lavoro. Il fatto che il protagonista è un bambino ha permesso maggiore identificazione. A vedere il film ci può andare tutta la famiglia: dal nipote al nonno. Anche mio nipote l’ha visto che ha 8 anni (assistito da un adulto). Questo non l’ho fatto scientificamente ma indubbiamente è la grande novità della pellicola: la prima volta che cosa nostra viene vista con gli occhi di un bambino di 10 anni, che vive durante la guerra di ammazzamenti e attentati. Tutti i film di mafia finiscono con l’uccisione del protagonista qui, invece, si va oltre: si narra come si reagisce e si vive la propria antimafia quotidiana.

Ti aspettavi critiche per il tuo modo di narrare che strappa il sorriso?
Temevo arrivassero dal mondo dell’antimafia, ma non è successo. Perché non è un modo irrispettoso. Capisco che qualcuno potrebbe innervosirsi per il mio atteggiamento. Il fatto di essere palermitano mi ha portato ad auto-autorizzarmi a trattare l’argomento perché l’ho vissuto… un po’ come gli ebrei che raccontano le barzellette sugli stessi ebrei. Se il mio film ha interessato i ragazzi è perché attraverso la risata riesce a far vedere e trasmettere loro realtà pesanti e complesse. Quando vado agli incontri nelle scuole penso che non mi hanno seguito, che si distraggono, invece poi mi scrivono delle mail sorprendenti. Questa è la fase della semina, dopo si raccoglierà anche se noi non ci saremo…

A quali fonti hai attinto per ricostruire gli accadimenti del film?
Poliziotti, giornalisti e molti libri. Ho intervistato Ciccio Merenda, mitico poliziotto di un commissariato di Palermo il quale mi ha raccontato, ma questo purtroppo nel film l’ho dovuto tagliare, che arrestava i mafiosi con la sua Cinquecento gialla; la sua squadra aveva un furgoncino che ormai anche la mafia conosceva. Vedeva il mafioso al bar, posteggiava la sua Cinquecento, gli puntava la pistola, metteva una manetta, lo faceva salire sul furgone e lo faceva guidare e così arrivava in commissariato. Come fai a non stimare queste persone! Ciccio è vivo per miracolo: gli fecero saltare l’auto e gli misero una bomba sotto casa. È gente che paradossalmente non la ricorda nessuno: già i morti non vengono ricordati, ma loro proprio scompaiono.

Ci sono altre figure di poliziotti che fanno parte del tuo immaginario antimafia?
Antonio Montinaro, parte della scorta di Falcone e tutti i poliziotti che hanno contribuito alla cattura dei latitanti. È bello scoprire tutto il lavoro che c’è dietro. Quando sento casi di soprusi da parte degli uomini in divisa o di poliziotti corrotti penso che vadano sicuramente puniti ma che non è la categoria intera così. Se la mafia non si è impossessata completamente della mia città è solo grazie ad alcuni uomini delle forze dell’ordine coraggiosi, vedi Cassarà, Boris Giuliano, che non si sono voltati dall’altra parte come altri hanno fatto. La resistenza alla mafia l’hanno fatta loro, da soli, quasi sempre in assenza dello Stato. Negli anni Settanta se vedevi un omicidio a Palermo è ovvio che dicevi che non avevi visto niente, neanch’io l’avrei detto, perché lo Stato non c’era… ora con tutti i limiti ci si sente un po’ più protetti… Certo io faccio “il fico”, parlo di mafia e poi però vivo a Roma; la difficoltà vera è parlare di mafia e continuare a vivere lì in Sicilia.

Poco tempo fa si è parlato dell’attentato stile Chinnici che Totò Riina stava progettando contro Di Matteo. La stagione dei morti ammazzati che racconti nel tuo film non fa parte solo di un passato che va ricordato nel rispetto dei sacrifici umani, ma un monito a tenere sempre alta la guardia?
Credo che quello di Riina sia stato lo sfogo di un anziano che si lamenta che non ci sono più i valori mafiosi di una volta. Certo mi è dispiaciuto che Di Matteo non sia potuto andare al processo. Se fossi stato io il presidente del consiglio (allora Letta, ndr) avrei prima di tutto risposto per le rime a Riina – che non è possibile condizioni ancora le nostre vite dopo 20 anni di carcere – e poi avrei schierato l’esercito pur di permettere a Di Matteo di assistere al processo.

Il tuo stile è efficace e piace molto ai ragazzi. Puoi dare un suggerimento alla Polizia di Stato per comunicare ai più giovani i valori della legalità?
Caspita, è difficile! Noi italiani purtroppo critichiamo tutto: anche quando c’è un posto di blocco della Stradale e noi siamo in regola, vediamo comunque il poliziotto come un nemico. Dovremmo capire che la sicurezza è un bene comune e non dovrebbero esserci contrapposizioni, io contro di te… Bisognerebbe lavorare nella stessa direzione e capisco che per un fatto storico questo purtroppo non avviene. Quando ero piccolo e mio padre mi dava i soldi per fare il biglietto dell’autobus io salivo ma avevo difficoltà a pagarlo: mi sentivo un cretino perché non lo faceva nessuno. Sicuramente io che parlo oggi di antimafia cerco di essere il più coerente e rispettoso della legalità possibile, ma in Italia è difficile essere onesti. A volte fai fatica non solo a chiedere una fattura ma anche ad emetterla. Per cui ammiro il lavoro del poliziotto: è un’impresa far rispettare la legalità! 

01/03/2014