Anacleto Flori

Vita spericolata

Nicola Longo, da semplice ragazzo del sud a infiltrato nel clan dei marsigliesi, passando per l’amicizia con Federico Fellini. La storia di un poliziotto che ha fatto della lotta alla criminalità il proprio credo, senza mai venir meno alla propria umanità

Fellini e la dolce vita, la mala romana e il clan dei marsigliesi. Salti nel vuoto e tuffi spericolati nel Tevere, sparatorie infuocate e inseguimenti all’ultimo respiro. E ancora il lavoro da agente infiltrato, da figlio dei fiori in piazza di Spagna a barone siciliano nei night della Capitale a caccia di trafficanti. La vita di Nicola Longo e un po’ tutto questo. Come una di quelle storie che si raccontano la sera davanti a un bicchiere di vino e che non ti stanchi mai di ascoltare, perché ogni volta si arricchiscono di particolari inediti, di nuove emozioni. Una storia che sembra un film e che forse finalmente (come anticipato in questa intervista) lo sarà...

Visto che vieni da una famiglia di carabinieri, come mai hai scelto di diventare un poliziotto e di “tradire” l’Arma?
A dire il vero non volevo diventare poliziotto e neanche carabiniere, perché ho vissuto sulla mia pelle cosa vuol dire avere un padre appartenente alle forze dell’ordine e andare a scuola assieme ai figli di persone che lui aveva arrestato. Mi chiamavano “figlio di carne venduta“ o “figlio di sbirro” ed è stato per difendermi che ho imparato a fare a pugni per strada. Poi la boxe è diventata una vera e propria passione, ma soprattutto mi ha offerto l’occasione per cambiare la mia vita e riuscire ad evadere da un ambiente chiuso e senza prospettive come quello di Polistena, un piccolo centro della provincia reggina.

In che modo il pugilato ti ha cambiato la vita?
Perché è stato grazie alla boxe che poi sono finito in polizia. La mattina, prima di andare a scuola, mi allenavo correndo lungo il letto asciutto delle fiumane, poi il pomeriggio, senza dire nulla a casa, arrivavo in biciletta fino a Reggio Calabria per “fare i guanti” in palestra. Ogni tanto però tornavo con un occhio nero... Alla fine mio padre scoprì tutto, ma con la promessa che avrei continuato a studiare con lo stesso impegno, mi permise di continuare gli allenamenti e anzi mi fece anche l’abbonamento per la corriera. Vinsi un bel po’ di combattimenti mandando ko i miei avversari e così fui notato dai tecnici delle Fiamme oro che mi proposero di entrare nel gruppo sportivo della polizia. Poi nel corso di un incontro mi fratturai una mano e fui costretto ad appendere i guantoni al chiodo e a passare al settore della lotta libera. Per me era uno sport completamente nuovo e, non avendo molta tecnica, puntai tutto sulla forza fisica: per potenziare i muscoli delle gambe salivo le scale con uno zaino pesantissimo sulle spalle, su e giù come una furia per centinaia di volte al giorno. Non divenni un campione, ma fui comunque convocato per le Olimpiadi di Messico 1968.

E poi che è successo?
Una volta terminata l’attività agonistica frequentai dapprima il corso sottufficiali e poi entrai a far parte della Squadra narcotici della questura di Roma. A quel punto iniziò la mia seconda vita. Nel giro di pochi anni ero passato dalla monotonia desolante di un paese al fascino della dolce vita romana: come agente undercover portavo i capelli lunghi, giravo in moto e per non dare nell’occhio vendevo piccoli quadretti ai turisti a piazza di Spagna. Era una copertura perfetta: il giorno facevo l’hippy e registravo ogni movimento sospetto, la sera invece portavo avanti le indagini e arrestavo gli spacciatori che agivano sul mercato romano. Quando la mia faccia iniziò a essere un po’ troppo conosciuta nell’ambiente, cambiai stile e personaggio: assunsi l’identità di un nobile siciliano e iniziai a frequentare i locali notturni della Roma bene dove era più facile agganciare i pezzi da novanta del traffico internazionale di stupefacenti.

Quando ti sei reso conto di essere diventato un investigatore da prima pagina?
Sicuramente il giorno che mi arrivò una telefonata dalla Dea: volevano che andassi a Palermo per occuparmi del fiume di droga che viaggiava lungo la rotta tra la Sicilia e gli Stati Uniti. Ma soprattutto quando, dopo essere riuscito ad infiltrarmi nel clan dei marsigliesi e a prendere contatti con il numero uno dei trafficanti, Jack Masia, riuscii a sequestrare oltre 40 kg di eroina: fu un’operazione pericolosissima che all’epoca fece scalpore. Nessuno prima di allora era riuscito a farsi consegnare, senza prima aver pagato in anticipo, un quantitativo così ingente di sostanze stupefacenti. Questo evento portò alla chiusura dei laboratori di Marsiglia per la trasformazione della morfina base. È stato in quel periodo che ho scritto il mio primo libro La Valle delle Farfalle, proprio per sottolineare, fin dal titolo, la metamorfosi pazzesca che era avvenuta nella mia vita.

Nel tuo libro Poliziotto, si parla molto del rapporto con Federico Fellini. Quando hai conosciuto il maestro riminese?
Grazie al manoscritto ancora oggi inedito di La Valle delle farfalle avevo avuto la fortuna di incontrare Tonino Guerra che, affascinato da quella prima stesura, lo fece leggere al suo amico Federico Fellini, dicendogli che lo aveva scritto un giovane maresciallo della polizia. Passano solo pochi giorni e Tonino Guerra mi telefona per dirmi che il grande regista era entusiasta del mio racconto e che voleva conoscermi. Pensavo fosse uno scherzo: per me Federico era un vero mito fin dai tempi di Amarcord. E invece era tutto vero e il giorno dopo ci incontrammo nel suo studio romano.

Era la prima volta che incontrava Fellini?
In realtà io Fellini lo avevo già incontrato anni prima: ero a zonzo per Roma con la mia vecchia 500 Fiat quando all’improvviso scoppiò un violento temporale di quelli estivi con tanto di fulmini e tuoni, e nel fuggi fuggi generale notai un signore di una certa età che cercava riparo sotto un balcone. Mi avvicinai con la portiera aperta per chiedere se aveva bisogno d’aiuto, e quello senza dire una parola si infilò dentro l’auto: era proprio Federico Fellini. Rimasi senza parole e lui senza scomporsi mi chiese se potevo accompagnarlo fino a piazza del Popolo, a due passi da casa sua. Qualche tempo dopo, saputo che stava girando alcune scene del film Roma, mi avvicinai al set a bordo della mia motocicletta per curiosare e vidi Fellini che parlando con l’aiuto regista indicava verso la mia parte. Io pensando che mi avesse riconosciuto mi emozionai come un ragazzino e invece quando fu davanti a me disse «Mi scusi giovanotto, potrei girare una scena con la sua moto?». Ci rimasi malissimo e per dispetto non gliela prestai.
Poi seppi che anche lui seguiva da tempo sui giornali le mia gesta di poliziotto, ovviamente senza sapere chi fossi, visto che agivo sotto copertura. Si vede che era destino che diventassimo amici.

Fu allora che a Fellini venne l’idea di girare un film poliziesco?
Federico vedeva in me una sorta di Marlowe italiano (l’investigatore nato dalla penna di Raymond Chandler, ndr) e pensava di fare un grande poliziesco prendendo spunto dai miei racconti. Andammo allora negli studi di Renzo Rossellini per la firma del contratto. A quel punto però, Fellini abituato a “girare” in interno voleva ricostruire negli studi una parte di Trinità dei Monti, ma Rossellini non ne voleva sapere perché i costi sarebbero lievitati troppo: ci fu una litigata furiosa. Alla fine il produttore disse che avendo acquistato i diritti del manoscritto o si faceva come diceva lui o altrimenti niente film. Era tutto pronto, c’erano già grandi attori hollywoodiani pronti a interpretare il mio personaggio, da Robert De Niro ad Al Pacino passando per Depardieu. Addirittura Vincenzo Mollica venne a fare le interviste per lanciare la notizia del nuovo film di Fellini. E invece andò tutto all’aria. Federico però voleva fare quel poliziesco ad ogni costo e, saltato il progetto con Rossellini, mi chiese di scrivere altre storie da cui prendere spunto per la sceneggiatura. Ci incontrammo di nuovo e registrammo le nostre chiacchierate. È ricordando quei momenti che è nata l’idea di scrivere Poliziotto.

Come mai saltò anche il nuovo progetto?
Anche in quel caso era tutto pronto, c’era un nuovo produttore, Alfredo Bini, entusiasta del progetto ed era pronto perfino il titolo La mala vita. Federico, invece, dopo un po’ iniziò le riprese di un altro film E la nave va. Quando gli chiedevo qualcosa del nostro progetto, si incupiva, mi diceva che c’erano dei problemi, ma senza darmi molte spiegazioni. Solo alcuni anni dopo seppi il vero motivo dell’abbandono del progetto: a mia insaputa i vertici della polizia avevano chiesto a Fellini di non fare il film su di me, perché svolgendo indagini delicate per conto dei servizi questa sovraesposizione mediatica avrebbe potuto mettere a repentaglio la mia vita. Seppure a malincuore Federico, pur di non farmi correre rischi, rinunciò all’idea del film. Ma soprattutto mantenne la parola di non rivelare a nessuno questo retroscena.

Nicola, tu hai rappresentato un pezzo importante di storia della polizia italiana e soprattutto romana, puoi dirci come è cambiato negli anni il mestiere di poliziotto?
La prima cosa che mi viene in mente è che se negli Anni 70 avessi avuto a disposizione tutti i mezzi tecnologici che oggi sono al servizio della polizia chissà quante altre operazioni sarei riuscito a portare a termine. Però è anche vero che l’eccessivo ricorso alla scienza e alla tecnologia rischia di mortificare l’intuito, l’esperienza e la professionalità di un investigatore e di far credere che un buon poliziotto possa fare a meno di quei percorsi di formazione che invece sono alla base del nostro lavoro. Oggi tutta la parte accusatoria si basa sulla prova scientifica che, pur rivestendo una grande importanza, lascia sempre un deficit di verità che solo un’ indagine condotta come si deve può aiutare a scoprire. Il grande investigatore indaga facendo ricorso al proprio bagaglio professionale e al proprio intuito e quindi si avvale degli strumenti tecnologici per avvalorare gli indizi raccolti.

La tua figura di poliziotto ha assunto contorni quasi mitici per la spericolatezza con cui affrontavi i criminali...
Una cronista tempo fa ha detto di essere rimasta colpita dal mio modo diretto e coraggioso di affrontare la malavita, quasi a mani nude. In effetti atleticamente ero davvero ben preparato; tutti gli allenamenti svolti con le Fiamme oro mi avevano reso una vera e propria macchina da guerra: riuscivo a fare delle cose pazzesche che a pensarci oggi non sembrano neppure vere, come saltare da un palazzo all’altro, a decine di metri d’altezza, o gettarmi nel Tevere per recuperare una partita di droga buttata giù da un ponte da alcuni trafficanti. Per gli altri questi interventi erano dei veri gesti di eroismo, per me erano cose che sapevo di poter fare.

Davvero non avevi paura della morte?
Anche nelle situazioni più pericolose e di grande stress riuscivo sempre a mantenere il necessario sangue freddo. Per questo davo l’idea di non aver mai paura. Non ero un incosciente: conoscevo i miei limiti, valutavo i rischi e quindi agivo di conseguenza. Il coraggio e l’incoscienza sono due cose completamente diverse. Amavo e amo la vita, ma al tempo stesso non avevo paura di morire per difendere un ideale di giustizia che sentivo fortissimo in me. Era questa la mia vera forza.

Nel tuo libro ci tieni a sottolineare che nonostante i tanti conflitti a fuoco, non hai mai provocato la morte di nessuno...
Ho sempre avuto un concetto molto cristiano della vita e nella mia carriera di poliziotto ho cercato di mantenere vivo un sentimento di pietà nei confronti delle miserie dell’umanità, e anche verso i criminali. Non conto più le volte che mi hanno puntato un’arma contro e che, per legittima difesa, avrei potuto rispondere al fuoco senza andare troppo per il sottile. E invece ho sempre cercato di disarmare i delinquenti a mani nude, senza spargere sangue. Non mi sono mai pentito di questa scelta, anche se a volte mi domando se per salvare una vita ne ho forse sacrificate altre, come nel caso di Laudovino De Sanctis , detto Lallo lo zoppo. Le nostre strade si sono incrociate diverse volte e in una di queste, durante un inseguimento, Lallo mi puntò la pistola contro: avrei potuto sparargli, ucciderlo prima ancora di correre il rischio che lui uccidesse me, ma anche in quel caso evitai di scatenare un conflitto a fuoco. Da lì a poco la carriera criminale di Laudovino avrebbe fatto un terribile salto di qualità, lasciando dietro di sé una lunghissima scia di sangue innocente e di colleghi uccisi senza pietà. E non posso non pensare che forse avrei potuto fermarlo prima...

Dopo il grande successo ottenuto con Poliziotto quali sono i tuoi programmi futuri?
In questi giorni sto scrivendo una nuova storia. Potrebbe essere lo spunto per un nuovo libro, ma soprattutto per un film o addirittura una serie televisiva. Si tratta della seconda parte della mia vita e che si conclude con un episodio che mi ha duramente segnato: un ordine di arresto emesso dalla procura di Palmi con un assurdo pretesto di pericolo di fuga mentre stavo andando a ritirare un premio alla carriera come poliziotto al Noir in Festival di Courmayeur. Un provvedimento per il quale è stata emessa la sentenza di non luogo a procedere perché l’azione penale non avrebbe mai dovuto iniziare. Nessuno ha mai creduto che io sia stato arrestato per davvero: gli altri detenuti, giravano alla larga, sospettosi e perfino il direttore del carcere militare di Forte Bocca era convinto che fossi un infiltrato e che mio stessi occupando della vicenda della “Uno bianca”. Una pagina dolorosa che certamente non ha fatto onore alla giustizia italiana, ma che comunque non ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Infatti, assolto da ogni accusa e reintegrato in servizio, ho ripreso la mia lotta contro il male. Lo scorso anno sono stato nuovamente invitato al Noir in Festival a presentare il mio libro Poliziotto (pubblicato da Castelvecchi), e questa volta ci sono andato davvero! Ma la cosa a cui tengo di più, e a cui sto lavorando da tempo, è la creazione di una fondazione onlus, che si chiamerà “La Valle delle farfalle” per la realizzazione di una task force specializzata nella ricerca di persone scomparse e composta da tutte le figure professianali che operano in questo delicato ambito investigativo.
Che vuoi fare, anche se sono in pensione, la divisa da poliziotto mi è rimasta cucita indosso...

01/02/2014