Gianni Sarrocco e Annalisa Bucchieri

Così ritornano cose nostre

Il direttore dell’Agenzia nazionale beni sequestrati e confiscati alle mafie, Giuseppe Caruso, spiega come e perché rafforzare l’attività di una struttura che l’Europa ci invidia

Ve lo immaginate un manager del calibro di Sergio Marchionne o di Enrico Bondi alle prese con la gestione dei patrimoni confiscati alle varie criminalità più o meno organizzate? Quanto durerebbero a dirigere l’Agenzia nazionale beni sequestrati e confiscati (Anbsc) con tutte le difficoltà che gravano sulle spalle del direttore di un organismo che rischia di morire d’asfissia, dal momento che la legge istitutiva ha bisogno di sostanziali adeguamenti? Eppure un prefetto della Repubblica, Giuseppe Caruso, già “sbirro” come lui si definisce, poi questore e prefetto di Palermo e ora direttore dell’Agenzia, riesce nonostante tutto a inanellare molte vittorie. Idea geniale quella dell’onorevole Pio La Torre di mettere le mani nelle tasche dei mafiosi e riprendersi con la forza della legge ciò che le piovre hanno sottratto alla collettività attaverso la violenza e la frode: immobili, imprese, capitali. Ora la battaglia contro la mafia è attaccarne i patrimoni e mettere a frutto nel migliore dei modi i beni confiscati. Solo così la criminalità organizzata perderà la sua forza economico-finanziaria. Basta avere gli uomini e le armi giuste. Quali? Ne parliamo proprio con il prefetto Giuseppe Caruso, da più di due anni impegnato a far quadrare i conti di una realtà immobiliare e societaria, più di 11mila beni, che nominalmente ha la forza di una manovra finanziaria, ma che poggia su un tavolino con tre sole gambe.

L’Agenzia dal 2010 svolge un lavoro encomiabile ma sembra che ci siano delle criticità anche riguardo alla sua struttura logistico-amministrativa (ad esempio la scelta della sede principale). Come pensate di risolverle?
Attraverso le modifiche alla legge istitutiva dell’Agenzia, da me proposte sotto forma di emendamenti alla legge di stabilità che dovrebbe (condizionale d’obbligo vista la crisi governativa) essere presentata il 15 ottobre prossimo. Per quanto riguarda la sede principale allora venne individuata in Reggio Calabria a seguito di un momento emozionale particolare per i falliti attentati a due alti magistrati locali. Pur essendoci stata data in comodato d’uso, visto che è di proprietà del comune reggino, è assolutamente inadeguata per la sua posizione. Così ho proposto di spostarla a Roma dove sono più veloci e facili i contatti con le autorità centrali e le istituzioni. Però non la voglio spostare nella sede capitolina attuale (via dei Prefetti, ndr) per la quale spendiamo quasi 1.000 euro al giorno in quanto i locali sono di proprietà della Provincia. Per un’Agenzia che regala beni a tutti è il colmo, per questo abbiamo già individuato un grande appartamento nel quartiere “Prati”, in via Ezio, naturalmente un bene confiscato che non ci costa nulla, e presto ci trasferiremo lì. Altra soluzione sarebbe spostarla a Palermo nel cui territorio insiste un terzo dei beni confiscati nell’intero territorio nazionale.

Sono sufficienti queste cinque sedi?
La legge ci consente di aprirne altre due e abbiamo individuato due stabili, uno a Catania e l’altro in Puglia. Il primo perché la Sicilia da sola ha il 43,3% dei beni confiscati e in Puglia, per permettere di gestire al meglio gli immobili espropriati alla Sacra corona unita. Naturalmente useremo come sedi gli stessi edifici confiscati alla criminalità.

Il problema più grosso però è quello dell’organico, attualmente di 30 unità in pianta stabile. Un po’ pochine…
Sì purtroppo. Per legge ci viene imposto un organico-quadro di 30 unità anche se la legge di stabilità del 2012 ci ha concesso di assumere fino a 100 persone provenienti dalla pubblica amministrazione e tenerle in posizione di comando o di distacco. Una soluzione a metà o come dico io, un pannicello caldo perché queste unità (sono arrivato a circa 80) provenienti dalla pubblica amministrazione finiscono il periodo di comando o di distacco proprio quando hanno perfezionato il loro percorso di professionalizzazione. Sto combattendo, quindi, per averli in quadro permanente. Ad aggravare la situazione c’è il fatto che agli stessi va applicato il contratto del comparto ministeri. Il che vuol dire che vengono meno gli incentivi riconosciuti a chi proviene dalla Ps o dalle agenzie fiscali. A causa di questi disincentivi economici e di carriera sono rimasto a corto di personale. Per ovviare all’inconveniente nella bozza presentata al Governo ho chiesto di trasformare l’Agenzia in ente pubblico economico (come il Demanio). Nel caso di accoglimento favorevole avrò un budget a disposizione per stipulare anche contratti privatistici.

A volte tra sequestro, confisca e assegnazione trascorrono anche dieci anni. Molti lamentano che queste lungaggini burocratiche possono mandare in rovina patrimoni che valgono miliardi...
Guardi, esistono tempi tecnici che non dipendono dall’Anbsc. Perché dal sequestro alla confisca la magistratura impiega dai 5 agli 8 anni e ipoteche, abusi edilizi, mutui che pendono sui beni complicano la mission dell’Agenzia che è quella di consegnare il bene “pulito”, pronto all’uso. Indubbiamente la nostra attività è appesantita dall’amministrazione anche dei beni in confisca di 1° grado. Oltre a portare avanti l’assegnazione di quelli con confisca definitiva. Ciò vuol dire fare anche l’amministratore giudiziario e quindi ci vogliono competenze specifiche e risorse umane ad hoc che non ho attualmente. Auspicherei che mi venga tolta questa incombenza che rallenta il nostro lavoro principale, se non intervengono altri strumenti e risorse.

Un’Agenzia che è un’arma formidabile e che il mondo ci invidia?
Sicuramente. La vogliono mutuare a livello europeo e ultimamente strutture analoghe sono sorte in Francia, Serbia e Montenegro. Ma non bisogna aspettare una nuova “strage di Duisburg” (ferragosto 2007, sei morti in Germania per la faida di San Luca tra i Nirta-Strangio e i Pelle-Vottari, entrambe famiglie di ‘ndrangheta, ndr) per capire che la criminalità oggi fa affari soprattutto all’estero dove investe maggiormente. Con una direttiva Ue si potrebbe istituire una struttura che replichi la nostra organizzazione in tutti i 28 Stati membri. Una specie di “superagenzia” che renda valida in tutta la Ue una confisca definitiva sancita in uno Stato per una famiglia mafiosa che ha beni altrove.

Secondo lei la legge Rognoni-La Torre andrebbe aggiornata?
L’istituzione dell’Agenzia è stata un’idea brillante perché rende il re nudo, spoglia i boss dei loro patrimoni con i quali, pur andando in galera, riescono a mantenere credibilità e autorevolezza, continuando a dare sostegno e lavoro ai propri affiliati. Sicuramente, però, un’evoluzione normativa è necessaria. La mia proposta è di dare una disciplina unitaria a prescindere dalla natura del bene, immobile o azienda che sia.

A tal proposito lei si è detto favorevole alla vendita degli immobili confiscati, subendo però molte critiche...
Per far capire le mie ragioni occorre che vi spieghi la differente normativa riguardo la vendita di beni confiscati nel caso siano singoli immobili o società. Per i primi ho l’obbligo di fare richiesta di manifestazione di interesse al Demanio o agli enti territoriali. Se nessuno si fa avanti li possiamo vendere a fondazioni bancarie, associazioni di categoria o a enti territoriali economici, questi finora non hanno espresso alcuna volontà, per cui, come spesso accade, i beni restano invenduti. Perché allora non vendere ai privati con tutti i paletti possibili (controlli e accertamenti)? Per esempio a Napoli in zona centrale c’è un magazzino dentro a un noto ristorante che nessuno ha voluto in quanto logisticamente scomodo. Il ristoratore, viceversa, pagherebbe un occhio della testa per averlo, ma non si può fare e quindi quel bene rimane inutilizzato. Invece per le imprese non ci sono ostacoli: si possono vendere a chiunque. L’ultima confisca riguarda il gruppo dell’ingegner Aiello, prestanome di Provenzano, a Palermo: 15 società, 13 edili e 2 sanitarie, il tutto per un valore di circa 1 miliardo di euro. Ebbene tutto ciò lo posso vendere anche a privati. Non vi sembra un’assurdità?

È possibile utilizzare il ricavato della vendita dei beni per bonificare i terreni inquinati dalle discariche clandestine?
È possibile apportare molti benefici al territorio con gli introiti derivati dai beni confiscati. Soprattutto dandoli ai sindaci che hanno molte ferite da “sanare” nei loro comuni. Al riguardo ho proposto che un rappresentante dell’Anci entri nel consiglio direttivo dell’Agenzia. Spesso i sindaci del Centro-Nord ignorano che i beni assegnati possono essere messi a reddito (p.e. affittati) e il ricavato utilizzato per fini sociali. Io il bene lo assegno “pulito”, libero da vincoli e ipoteche. Comunque, si potrebbe costituire un fondo di rotazione cui gli enti territoriali potrebbero attingere per far fronte ad alcune criticità dei beni in assenza di risorse economiche necessarie per la loro ristrutturazione.

Recente è la polemica sul fatto che la Dia invece di trasferire una delle sue sedi storiche di Roma in un palazzo confiscato in via Cisalpina ha preferito prendere in affitto locali privati a via Sicilia.
Veramente la confisca in via Cisalpina non è ancora perfezionata. Quando sarà definitiva il palazzo potrà andare alla Dia o ad un’altra istituzione che ne necessita.

Nel suo lavoro quale la soddisfazione maggiore?
Le ultime due a Palermo: qui due mesi fa sono stati dati al comune 30 edifici scolastici che ospitano 16 istituti tra materne, elementari e medie. Da decenni il Comune per questi stabili sequestrati e confiscati per mafia pagava oltre due milioni l’anno di affitto. Una spesa che ora il sindaco Orlando non ha più. La seconda soddisfazione riguarda la confisca dell’albergo San Paolo Palace, già dei fratelli Graviano boss di Brancaccio. Un hotel a 4 stelle, 280 camere, 14 piani con ascensore panoramico sito in via Messina Marine, che fa parte di un compendio aziendale. Lì si può realizzare un sogno: creare un campus universitario con alloggi per gli studenti fuorisede. Ebbene, il piano è pagare i debiti dell’hotel vendendo alcune pertinenze e dare il bene al Comune che lo gira al rettore dell’Università in comodato d’uso. Solo che a vedere i debiti mi sono messo le mani nei capelli. 9 milioni all’Agenzia delle entrate estinti per compensazione, un milione di sanatorie al Comune estinto per compensazione. Per i fornitori si vendono le pertinenze. Ma c’era il problema più impopolare: che fine faranno i 63 dipendenti dell’albergo? Non potevamo metterli in mezzo a una strada, mi avrebbero detto che quando c’è la mafia si lavora ma con lo Stato si licenzia. Il rettore ha però anticipato la creazione di una società di gestione, per cui i dipendenti dell’albergo continueranno a lavorare nella futura struttura universitaria e ciò potrebbe avvenire entro l’anno. Un bel regalo di Natale per gli studenti siciliani.

01/10/2013