Anacleto Flori

Beni al sole

Le mafie si possono sconfiggere anche e soprattuto colpendo le loro ricchezze. Ecco come cooperative e associazioni hanno dato nuova vita a ville, case e terreni confiscati al clan dei Casalesi

Anni di indagini, pazienti appostamenti e lunghe intercettazioni da parte delle forze dell’ordine, poi tutto precipita nel volgere di pochi secondi: l’accerchiamento e l’irruzione dei poliziotti nelle ville, la caccia nei nascondigli più imprevedibili e fin dentro i bunker e finalmente, la cattura. In questi ultimi anni sono stati molti i boss mafiosi a cadere nella rete tesa dagli investigatori. Colpi durissimi assestati alle organizzazioni criminali da uno Stato che, liberatosi da polemiche dannose, appare finalmente determinato a sottrarre intere zone del Paese al controllo delle mafie e a ribadire con forza la cultura della legalità. I colpi forse più duri da incassare per i boss sono però quelli sferrati dopo l’arresto: dapprima con la misura preventiva e cautelare del sequestro, che sottrae i beni all’indagato, poi quando nell’aula di tribunale il giudice stabilisce la confisca di primo grado per mantenere fermo il sequestro e infine quando, dopo la conferma della sentenza da parte della Corte di Cassazione, si arriva alla confisca definitiva e alla devoluzione allo Stato.
Case, ville, alberghi, ma anche, centri commerciali, industrie, impianti sportivi, bar, ristoranti, casali e terreni coltivati. Con tutte le confische effettuate nel corso di un anno si potrebbe ricostruire, come in una sorta di enorme scatola di costruzioni Lego, una città intera, perfettamente funzionante e autosufficiente. Non mancherebbe davvero nulla, basti pensare che nell’elenco ci sono anche box auto, cantine e perfino 3 cave.
I dati aggiornati al 7 gennaio 2013 dall’Anbsc ( l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata istituita nel 2010 e diretta dal prefetto Giuseppe Caruso) parlano da soli: 11.238 immobili e 1.708 aziende per un totale di 12.946 beni confiscati definitivamente su tutto il territorio nazionale. E sì perché non bisogna pensare che le infiltrazioni mafiose siano un fenomeno che riguardi solo il sud del nostro Paese. In particolare la lettura dei dati sulla distribuzione geografica dei beni immobili confiscati riserva più di una sorpresa: se infatti la parte del leone (circa il 75%) viene fatta dalle tre regioni più “calde” (Sicilia, che da sola raggiunge quasi la metà con il 44,54%, Campania con il 14,82% e Calabria con il 13,99%) il resto d’Italia non è da meno e raggiunge quasi il 25%. In particolare ai 4.892 beni immobili confiscati alla criminalità siciliana e ai 1.571 campani fanno riscontro i 505 del Lazio, ma soprattutto i 963 della Lombardia. Unica regione al momento apparentemente immune dalla piaga mafiosa rimane la Val d’Aosta, mentre continuano ad essere virtuose l’Umbria (3) e il Molise (2). Il comune in assoluto più colpito dalla confisca di beni immobili è ancora una volta Palermo (1.945, più del 17% del totale), seguono, più distanziate Reggio Calabria (250) Milano (230) Roma (230) e Napoli (162).
Confiscare però non basta e la fase più importante e delicata rimane quella della destinazione. Si tratta di una strategia d’attacco rivelatasi particolarmente vincente negli ultimi anni: da un lato forze dell’ordine e magistratura sequestrandone i beni colpiscono e indeboliscono il potere economico delle mafie, dall’altro lo Stato riutilizzando a fini sociali quegli stessi beni ne intacca la presenza e il consenso sul territorio. Come in una partita a dama tutta particolare, nello scontro Stato-mafia non basta mangiare le pedine dell’altro giocatore: è necessario occupare subito le caselle lasciate vuote dall’avversario con le proprie pedine, impedendo che possa in qualsiasi modo riappropriarsene. Il percorso è apparentemente semplice: i beni sottratti definitivamente alla mafia sono devoluti allo Stato che, attraverso l’Anbsc, decide se mantenerli per scopi istituzionali o donarli a un ente locale che, a sua volta, li assegna a cooperative di categorie svantaggiate (giovani disoccupati, disabili), comunità terapeutiche, centri di recupero tossicodipendenti, associazioni di volontariato e di protezione ambientale che ne faranno richiesta. Seguendo questo iter, al 31 dicembre 2012 l’impegno dell’Agenzia ha reso possibile la destinazione e l’uscita di gestione di 7.243 immobili, pari al 64,45% di quelli confiscati, di cui solo 900 non ancora consegnati perché (ed è questo il vero punto debole della intera procedura) gravati da ipoteche o resi fatiscenti dalle lungaggini burocratiche: basti pensare che dal sequestro cautelare alla confisca definitiva e relativa assegnazione possono trascorrere anche 10 anni. Difficoltà e polemiche (ultima in ordine di tempo quella scoppiata sulla proposta di legge di rendere alienabili e quindi mettere all’asta, trascorsi 6 mesi, i beni immobili confiscati non ancora assegnati) che non si possono ignorare e che spesso rendono tortuoso e accidentale il percorso di confisca). Al di là del valore economico, pure non indifferente visto che la stima parziale su 162 beni immobili in gestione (pari a poco più del 4%) ammonta a circa 25 milioni di euro, quello che in queste pagine vogliamo raccontare è la rilevanza sociale e simbolica che sta dietro all’assegnazione di tali beni. Il nostro racconto, che mese dopo mese attraverserà tutta la Penisola, inizia da un pugno di paesi del casertano assediati dalla camorra, e da chi, come gli uomini della questura di Caserta, già diretta da Guido Longo e attualmente da Giuseppe Gualtieri, e in particolar modo della Squadra mobile guidata da Alessandro Tocco, in questi anni ha risposto colpo su colpo, arresto dopo arresto ai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata. E ancora una volta sono i numeri a parlare. Sono 57 i beni fin qui confiscati ai boss e agli affiliati del clan dei Casalesi finiti in carcere, da Walter e Francesco Schiavone (detto Sandokan) a Michele e a Vincenzo Zagaria, da Salvatore Iovine ad Alfredo Zara. Ogni confisca effettuata è una bandierina piantata sulla mappa della legalità, la testimonianza della tenace riconquista del territorio da parte delle forze dell’ordine: 16 a Casal di Principe, 4 a Casapesenna, 3 a San Cipriano D’Aversa, 33 a S. Maria La Fossa e 1 a S. Marcellino. Case, ville e terreni sgomberati e ristrutturati sui cui oggi sorgono biblioteche, parchi pubblici, fattorie didattiche, sportelli antiracket, centri sportivi, agricoli e di avviamento al lavoro, scuole e asili nidi e ambulatori. Riqualificazione del territorio, servizi sociali offerti alla cittadinanza, ma anche nuove opportunità di lavoro pulito. È questa la scelta fatta da Massimo, Enzo, Peppe e agli altri ragazzi quando hanno deciso di aprire proprio in quei paesi un caseificio, un centro sociale per autistici e una trattoria. Una scelta coraggiosa dettata dall’amore per la propria terra, una scelta di vita. Come dimostrano le loro storie.

Pane e legalità
Una pausa pranzo del tutto particolare, e forse irripetibile, quella che ha visto protagonisti gli allievi commissari all’interno della sala mensa della Scuola superiore di polizia.
Commensale d’eccezione è stato infatti il capo della Polizia Alessandro Pansa invitato dal direttore della Scuola Roberto Sgalla al tradizionale pranzo della legalità che si è tenuto lo scorso 26 settembre. Un appuntamento dal sapore altamente simbolico, visto che le portate del menù erano state cucinate utilizzando esclusivamente ingredienti provenienti dalle terre confiscate alla criminalità organizzata. Pasta, vino, pomodori e mozzarelle acquistati presso ‘’Libera Terra Mediterraneo” (un consorzio costituito da cooperative siciliane, calabresi, pugliesi e campane) che gestisce centinaia di ettari di terreno da cui si ottengono prodotti di alta qualità attraverso metodi biologici rispettosi dell’ambiente, della dignità delle persone e della legalità. Quella stessa legalità la cui difesa è alla base della formazione dei futuri commissari ai quali è andato il saluto e l’augurio del prefetto Pansa «Voi siete il futuro, in voi c’è la speranza di tutto il nostro lavoro, perché la vostra efficienza si traduce in sicurezza e in servizi al cittadino».
All’iniziativa hanno partecipato anche Gilda Ammatura, figlia di Antonio, dirigente della Squadra mobile di Napoli, ucciso dalle Brigate rosse il 15 luglio 1982 e Franco La Torre figlio di Pio assassinato dalla mafia il 30 aprile 1982.

Il G(i)usto della Mozzarella
La scommessa è stata lanciata il 19 marzo 2009, in occasione del 15° anniversario della morte di don Diana, ucciso dalla camorra nella sua parrocchia di Casal di Principe. Quel giorno di fine inverno l’associazione “Libera” di don Ciotti e il “Comitato don Peppe Diana” grazie a un protocollo sottoscritto dalla Regione gettavano le basi della prima cooperativa Libera Terra della Campania, per la produzione di mozzarelle e ricotte di bufala su quel terreno di 7 ettari confiscato al boss della camorra napoletana, Michele Zaza.
Ci sono voluti mesi di paziente lavoro, ma oggi il caseificio della cooperativa “Le terre di don Peppe Diana - Libera Terra” si staglia all’orizzonte della piana di Castel Volturno come un simbolico avamposto di legalità, una spina nel cuore del potere del clan dei casalesi. I segni di paura e di isolamento che caratterizzavano la proprietà di Michele Zaza hanno lasciato spazio ai murales colorati che inneggiano a don Peppe Diana. Tutt’intorno c’è un buon odore di latte fresco e di pulito, mentre i lavoranti, in camice bianco, rimescolano la pasta filante nelle grandi vasche d’acciaio per poi “mozzarla” con mano sapiente.
«A vent’anni ho deciso di andare via da Caserta ero stufo di vedere intorno a me solo segni di indifferenza e di abbandono. Ho vissuto 10 anni a Roma, poi è arrivato il momento di tornare e di fare qualcosa per la mia terra». Massimo Rocco, presidente della cooperativa racconta così la sua fuga e il ritorno a casa, in quel territorio dalle grandi potenzialità agro-alimentari, tanto da essere chiamato, prima di essere degradato da abusi edilizi e sversamenti di veleni di ogni tipo, la Campania felix. La sua, assieme a quella degli altri soci della cooperativa, è la storia esemplare di chi si è rimesso in gioco con le proprie competenze o con la voglia di imparare un mestiere: qualcuno fa il “casaro” cioè lavora il latte, qualcun altro l’agronomo o il responsabile del prodotto. Non manca neppure un trattorista per preparare i campi da seminare. E sì perché nel frattempo la cooperativa è cresciuta e da quella prima sospirata mozzarella di bufala prodotta a maggio 2012 di strada ne ha fatta tanta: oggi il caseificio è aperto dal lunedi al venerdi e dagli iniziali 2 quintali di latte lavorato al giorno si è passati a oltre 4 e alla produzione casearia si è affiancata anche quella agricola (in poco tempo i terreni confiscati si sono estesi fino a 100 ettari). Cosi mentre Il G(i)usto della Mozzarella de “Le Terre di don Peppe Diana” viaggia in tutt’Italia (finendo anche sulla tavola del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del pranzo del 2 giugno 2012), la cooperativa ha iniziato a raccogliere i primi prodotti dei campi. Lenticchie, cicerchia, farro, ma soprattutto quel grano duro che ha reso famosi i Paccheri, un formato particolare di pasta, simbolo e prodotto di punta delle cooperative agricole di Libera Terra. E da quest’anno si è aggiunta anche la raccolta di pesche, mele e albicocche nei frutteti confiscati alla camorra nel comune di Teano.
«Tutte queste attività ci hanno portato, dopo un primo anno in pareggio – racconta ancora Massimo – a produrre degli utili da reinvestire nella creazione di nuovi posti di lavoro, attraverso la valorizzazione del territorio: siamo convinti che non può esistere un progetto di riutilizzo dei beni confiscati che non parta dal coinvolgimento delle realtà locali». L’idea è quella di mettere la cooperativa al centro di un percorso sociale e culturale, avviando campi di lavoro e visite didattiche per gli studenti delle scuole campane e aprendo al pubblico la propria biblioteca. «Il sogno però – continua Massimo – è quello di arrivare a produrre una mozzarella interamente biologica, fatta con il latte delle nostre bufale. Lo sappiamo che è un progetto ambizioso e che per mettere su un allevamento ci vorranno diversi anni, ma ora sappiamo che certe scommesse si possono vincere. Basta volerlo».

Amata terra mia
I fori dei quattro colpi sparati la notte di Capodanno contro il portone d’ingresso della Nuova cucina organizzata, nel cuore di San Cipriano d’Aversa, sono ancora là sotto gli occhi di tutti, li osserviamo stupiti e ci domandiamo il perché di quel gesto intimidatorio contro una piccola trattoria di paese. Attraversiamo il cortile guardandoci intorno e cercando in giro i segni della paura. Invece arrivati davanti al ristorante siamo accolti da un’aria rilassata e quasi festosa: sotto il piccolo patio un gruppo di ragazzi chiacchiera allegramente sorseggiando un caffè mentre dall’interno del locale arrivano echi di voci e di risate. La sala non è grande, i tavoli sono apparecchiati con le tovaglie di carta a quadretti e alle pareti spiccano le fotografie di Falcone e Borsellino. Nonostante siano passare ormai le 14 il posto è ancora pieno di gente. Dalla cucina esce un ragazzo, ci viene incontro con il sorriso accogliente e caloroso della gente del Sud: è Peppe Pagano (nella foto in alto), responsabile della cooperativa Agropoli che gestisce la trattoria. Ci invita a mangiare qualcosa e in pochi minuti la tavola è piena di piatti colorati e profumati e di buon vino. «La particolarità della nostra trattoria – racconta Peppe – è quella di cucinare o di conservare sott’olio solo prodotti biologici provenienti dalle terre confiscate alla camorra e coltivate dai ragazzi delle cooperative di Libera Terra. Fin dalla nascita della trattoria, nel 2007, la sfida è stata quella di diventare un punto di riferimento della zona, creando un circuito produttivo legale che facesse da contraltare al potere di attrazione dell’economia controllata dalla camorra. Per questo era necessario diventare competitivi sul mercato, proponendo una buona cucina a prezzi onesti (per una pizza e una coca bastano 5 euro, ndr) e offrendo il servizio di consegna a domicilio delle pizze, che per San Cipriano rappresenta una vera novità. Oggi con i soldi guadagnati possiamo recuperare altri beni confiscati, creando così un circolo virtuoso che può contribuire a cambiare aspetto all’intero territorio».
Ma la Nuova cucina organizzata ha anche un’altra particolarità, quella cioè di impiegare in cucina e al servizio ai tavoli un gruppo di 7-8 persone psichicamente svantaggiate. L’idea è al tempo stesso semplice e rivoluzionaria: attraverso una legge regionale all’avanguardia la Nco ha ottenuto l’assegnazione di parte dei fondi che la Asl avrebbe dovuto spendere per seguire quelle stesse persone all’interno di costose strutture. La Asl può cosi risparmiare sui ricoveri e le degenze, ma anche su i farmaci, dal momento che fuori da una camera d’ospedale la qualità della vita delle persone migliora notevolmente e di conseguenza migliora anche la loro salute.
Intanto i tavoli e i bicchieri di vino si sono ormai svuotati, ma il racconto di Peppe continua e torna indietro nel tempo, alla scelta di quel nome così curioso per la sua trattoria che, riecheggiando la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, suona come uno sberleffo ai boss della zona. «E pensare che io sono camorrista mancato – confessa Peppe con una luce divertita negli occhi – Da ragazzino i miei idoli erano boss del calibro di Iovine e Bardellino e sognavo di diventare come loro. A 15 anni, per imitare i ragazzi più grandi comprai una pistola “scacciacani” opportunamente modificata per farla sembrare vera: la portai a casa tutto contento, ma quando mia madre la vide “me facett’ nu mazziatone veramente esagerato”, poi guardandomi negli occhi disse che non mi avrebbe permesso di far del male agli altri e agli altri di farmi del male. Aveva da poco perso un fratello a causa di una guerra tra clan e non voleva che io facessi la stessa fine. Mi portò in parrocchia dove ho avuto la fortuna di conoscere persone straordinarie che parlavano di disagio, di libertà e di territorio. Ed io che amo la mia terra più della mia vita, da quel momento ho iniziato a immaginare che attraverso gli ultimi si potesse fare qualcosa per salvare questa città e che quello di Iovine e Bardellino non fosse l’unico esempio da seguire. Ecco, la Nco nasce da quel sogno, da quell’idea di riscatto». Nell’eco delle ultime parole colgo tutta la sua incrollabile determinazione. E capisco il perché di quei quattro colpi.

La Forza del silenzio
Tra massicci portoni, alte cancellate e inferiate alle finestre Casal di Principe sembra una cittadina stretta nella morsa di un perenne stato di assedio. E non potrebbe essere diversamente visto che proprio qui, in via Bologna, in una villa di due piani viveva il più potente e temuto boss del clan dei Casalesi, quel Francesco Schiavone detto “Sandokan”, caduto nelle mani della polizia l’11 luglio 1998 mentre tentava di sfuggire ancora una volta alla cattura, nascondendosi in uno dei tanti bunker sotterranei che, collegati tra loro, corrono da un palazzo all’altro al di sotto del piano stradale.
Oggi quello stesso edificio dopo la confisca è diventato, grazie alla caparbia volontà di Vincenzo Abate poliziotto della questura di Caserta e padre di due gemelli affetti da una grave forma di autismo, sede de “La forza del silenzio“ un‘associazione all’avanguardia nell’assistenza ai bambini autistici (nella foto in basso Abate, primo a destra, davanti all’ingresso della sede). Forte dell’esperienza personale nel luglio del 2010, Vincenzo chiede ed ottiene per la propria associazione la gestione di quel palazzo che a molti casalesi incute ancora timore. Vincenzo però non ha alcuna paura e il giorno dopo l’inaugurazione va a bussare alla porta della signora Nappa Giuseppina, moglie di Sandokan che vive ancora in un’ala della villa. «Sono 27 anni che faccio il poliziotto e che ogni mattina rischio la vita – racconta Vincenzo – e poi sapevo che non c’era nulla da temere: un boss di un certo livello non si sarebbe mai messo contro un gruppo di bambini. Così, per mettere le cose in chiaro, mi sono presentato alla signora Nappa dicendo di essere il presidente dell’associazione ma soprattutto un poliziotto: lei ha detto di essere contenta che la struttura potesse ospitare dei ragazzi autistici e che da lei, come vicini di casa, non avremmo avuto problemi». E si perché la confisca ha riguardato solo una parte del palazzo ed ora quel poliziotto, che da quasi trent’anni dà la caccia al clan dei casalesi, vive e lavora proprio sotto lo stesso tetto della moglie di Sandokan il boss dei boss. Il segno più emblematico della coabitazione è rappresentato dalla immensa scalinata di marmo blu che una volta avvolgeva in una spirale il grande salone centrale e che ora sparisce misteriosamente contro quel muro bianco, tirato su dritto per tutta la casa, fino al tetto. Scala o non scala, il riutilizzo della villa di Schiavone è però un’altro dei piccoli miracoli della lotta alla mafia portata avanti da cooperative e associazionei della zona; e così nel giro di alcuni anni i ragazzi seguiti da “La forza del silenzio” sono diventati 150, provenienti da tutta la Campania, ma anche dal resto d’Italia. «Un numero davvero alto per una struttura come la nostra – ci racconta la dottoressa Imma Chiatto che dirige il centro – e che ci ripaga di tutto l’impegno profuso in questi anni. Lo sforzo più grande è stato però quello di far capire alle famiglie che di fronte all’autismo non serve minimizzare o rassegnarsi ma prendere atto e organizzarsi». Non a caso lo slogan che Vincenzo Abate ama ripetere è semplice: «L’autismo si può trattare, senza promettere miracoli ma cercando di offrire il nostro piccolo aiuto». Un successo ottenuto grazie alle terapie innovative introdotte nella cura dell’autismo: dalla sedute di ossigenoterapia all’interno della camera iperbarica alla dieta con prodotti privi di glutine (entrambe aiuterebbeo a ridurrebbe l’intensità delle crisi autistiche) dalle uscite nei parchi ai progetti di gioco e animazione che vedono insieme ragazzini autistici e “normotipici”. Ma Vincenzo guarda già al futuro, alle sfide che lo attendono, dal momento che l’associazione ha avuto in assegnazione anche la villa di Walter Schiavone, fratello di Sandokan. I lavori di ristrutturazione si preannunciano lunghi (prima di venire sgombrata la palazzina è stata oggetto di gravi atti vandalici) ma alla fine dovrebbe ospitare un Centro polifunzionale in cui realizzare laboratori artigianali, prepare pane e biscotti senza glutine e allestire un servizio di accoglienza per autistici adulti. La sfida contro la camorra e l’autismo non conosce sosta. Che la “forza (del silenzio)” sia con te, Vincenzo.

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La legge Rognoni-La Torre
Una strategia, quella dei sequestri e delle confische che, se da un lato appare sempre più imprescindibile e decisiva nella lotta alla mafia, dall’altro rischia di apparire come uno strumento ormai acquisito, una norma da sempre (e per sempre) presente nel nostro ordinamento giudiziario. Al punto da farci dimenticare i volti e i nomi di coloro che per quella norma si sono battuti e, in molti casi hanno perso la vita. Basta tornare indietro di trent’anni, al 30 aprile 1982. A Palermo è una mattina come tante, quando una moto, in pieno centro, affianca una Fiat 131 con a bordo l’onorevole Pio La Torre e il suo autista Rosario Di Salvo. La Torre, palermitano doc, è da pochi mesi il nuovo segretario regionale del Pci e da anni sta lavorando a un disegno di legge da far approvare in Parlamento: la nuova norma dovrebbe introdurre, per la prima volta nel codice penale italiano, il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis) e la confisca dei beni ai boss e il loro riutilizzo a fini sociali. «La cosa più importante – va ripetendo da tempo il parlamentare siciliano – è spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale». Non tutti in quella primavera di 30 anni fa sono in grado di valutare la portata rivoluzionaria di quella intuizione nel quadro della lotta alla mafia. Di certo la pericolosità della nuova legge non è sfuggita ai padrini e ai boss dei clan mafiosi e così da quella moto partono decine di colpi mortali che crivellano i corpi di Pio La Torre e del suo autista (per il duplice omicidio nel 1995 verranno condannati all’ergastolo Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci). Nel frattempo però, grazie all’impegno dell’allora ministro dell’Interno, il democristiano Virginio Rognoni, il disegno normativo su cui stava lavorando Pio La Torre va avanti pur tra mille difficoltà e dibattiti parlamentari, fino al 13 settembre dello stesso anno, quando diventa legge dello Stato: la Rognoni-La Torre, appunto.

 

01/10/2013