Anna Lisa Spitaletta

No,non è la gelosia

Dalla cronaca dei quotidiani al piccolo schermo, al teatro e all’editoria per guardare attraverso questi occhi mediatici il dolore delle donne, le violenze subite e a volte la salvezza

“Dove sono Ella e Kate morte, entrambe per errore, una di aborto, l’altra d’amore. E Maggie uccisa in un bordello dalle carezze di un animale… Dormono, dormono sulla collina”. Una carezza leggera giunge dalle note della poesia in musica di Fabrizio De André come una moderna Spoon river, se riusciamo a immaginare per davvero un’ideale collina dove possano riposare finalmente in pace le migliaia di donne, prima amate e poi uccise, come Kate e Maggie, in questi ultimi anni per mano degli uomini.
Cerca di andare oltre la notizia di pura cronaca, che rimbalza nuda e cruda dai tg come un lungo necrologio senza fine, il grande orecchio dei media, contenitore, interprete e divulgatore degli umori e malesseri della società che cambia: dal giornalismo alla televisione, dalle arti rappresentative alla scrittura. La mutazione stessa dei termini con cui definire e circoscrivere queste violenze passa attraverso strumenti di analisi e interpretazione dei fenomeni sociali come il rapporto Italia Eurispes, in cui nel 1997 s’introducono gli “omicidi domestici” riferiti ai delitti che si consumano all’interno della cerchia interparentale, affettiva o di amicizia, mentre “femminicidio” entra nel linguaggio giornalistico nel 2009, intendendo la violenza nei confronti delle donne che arriva fino all’omicidio. Tra i quotidiani, La Stampa on line, dedica uno spazio fisso ai volti delle 116 donne uccise dall’inizio del 2012 a novembre, una ogni sessanta ore, accompagnate da un piccolo tratto biografico. Nei palinsesti del piccolo schermo spopolano programmi che passano al setaccio la cronaca più o meno nera riproponendola in varie tonalità di realismo e spettacolarizzazione dei casi, da mamma Rai alle reti Mediaset.
Tra i volti più familiari della televisione c’è senz’altro Serena Dandini, che di recente è apparsa in libreria con il suo ultimo libro “Ferite a morte”, che è diventato anche un reading teatrale itinerante di successo, come lettura singolare della violenza alle donne, per essere loro stesse a raccontare post mortem, e con un velo d’amara ironia, il perché e il per come delle loro tristi storie. Su un punto sembrano essere tutti d’accordo, oltre all’introduzione di strumenti legislativi più incisivi, la questione da affrontare è su un piano culturale, il cambiamento deve essere profondo, efficace e duraturo.
Per una lettura più ampia e organica del fenomeno attraverso gli occhi esperti di alcuni professionisti del giornalismo d’inchiesta e delle docu-fiction, abbiamo raccolto le testimonianze dirette di chi realizza e conduce la trasmissione di Rai3 “Amore Criminale” e di “Presa diretta”. Parliamo dei volti noti di Barbara De Rossi e di Riccardo Iacona, autore quest’ultimo di un interessantissimo punto di vista maschile, unico al momento in ambito editoriale sul tema, dal titolo “Se questi sono gli uomini”.

Amore Criminale
Il critico televisivo Aldo Grasso in un suo editoriale sulla trasmissione di Raitre ne ha delineato il profilo narrativo intercettando nell’iniziale edizione in seconda serata un’impostazione da true-crime, «Poi, gli eventi della cronaca italiana tanto drammatici da fare entrare nel dibattito sul tema il termine “femminicidio”, usato per dare il senso di quella che è diventata ormai una vera e propria strage, l’hanno piegato in una direzione molto più realista e d’intervento, sul modello di una tv che ambisce a trasformare la società».

La parola alla conduttrice, Barbara De Rossi
Quando ti hanno proposto di condurre il programma quanto ci hai pensato prima di accettare?
Se avessi potuto l’avrei proposto io perché era un argomento che mi è stato sempre a cuore per le violenze. Mi ritengo in fondo un poliziotto mancato per l’interesse che ho per i casi giudiziari e ho interpretato anche diversi ruoli in divisa, per la “Stagione dei delitti”, ero di casa nella caserma di polizia di via Guido Reni a Roma.

Quali sono i campanelli d’allarme più ricorrenti?
Sicuramente la gelosia ossessiva e immotivata, poi l’isolamento, la riduzione progressiva della libertà personale. L’intento di questi uomini è di fare terra bruciata intorno alle loro donne anche con una violenza economica mascherata da altruismo che mira invece a creare una dipendenza totale.

Come donna e madre, in che modo ti sei calata nel ruolo della conduttrice di queste storie di violenza femminile, qual è stata la tua mission?
Non l’ho considerata proprio una conduzione, ma una narrazione che ha accompagnato il telespettatore dentro un argomento delicato, in un mondo di emozioni e interiorità.

Quali sono i passi più urgenti da attuare in ambito legislativo?
Partire dalla denuncia subito. Sono poi assolutamente a favore dell’intervento delle forze di polizia senza limiti, dopo tre sms di minaccia di morte non possono non avere i pieni poteri d’azione e d’intervento.

Viste da lui
Il punto di vista maschile Poliziamoderna è andato a cercarlo da chi, Riccardo Iacona, approfondisce la realtà sociale con il suo taglio giornalistico d’inchiesta a Presa diretta, e che sul femminicidio, ha appena pubblicato un libro “Se questi sono gli uomini”. Il registro è lo stesso delle storie raccontate in tv attraverso la viva voce delle persone, “la gente”, le loro rabbie e passioni. 

Sei l’unico uomo ad oggi, ad essere andato a fondo con un libro/inchiesta sul femminicidio, cosa ti ha spinto fin dentro le case delle vittime?
Queste storie richiamano la nostra responsabilità di uomini perché la sensazione che abbiamo nel nostro Paese è che il problema non esiste. È la cronaca che interroga noi uomini come agenti in queste relazioni di mariti o ex amanti, se in Italia morissero 120 pompieri tutti uccisi dalla stessa mano, si scriverebbe che questo Paese è ostile ai pompieri, riconoscendone immediatamente la violenza.

Perché in Italia c’è questo processo di rimozione?
Per tentare di nascondere la questione che c’è dietro, la questione femminile che io chiamo il “nostro Afghanistan”, perché quando guardiamo questo Paese siamo capaci di riconoscere subito a pelle quale è la posizione sociale della donna da loro, mentre invece facciamo fatica a casa nostra. Il gap gender italiano è molto umiliante rispetto alla Francia, alla Germania per non parlare dei Paesi del Nord, perché da noi il motivo della rimozione è politico, culturale, di potere. Se io dovessi posizionare l’Italia nel bacino del Mediterraneo per queste vicende, lo metterei più vicino alla Tunisia che alla Germania, per quanto complessivamente conta la donna. Non c’è mai stata un’assunzione vera di responsabilità politica perché per la gestione del potere, le vittorie delle donne sono ferme all’aborto, al divorzio, il nuovo diritto di famiglia e lì ci siamo fermati.

Quali sono i cambiamenti che lo Stato dovrebbe attuare?
Prima di tutto la protezione delle donne nel momento in cui denunciano le violenze, poi eliminare gli elementi dell’apartheid che ci sono nel nostro Paese dando la possibilità alle donne madri per esempio di continuare a fare carriera. In altri Paesi si sono fatte le quote per questo, come ad Oslo, in Norvegia, dove ai consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa è stato imposto con una legge che fossero rappresentati per metà da donne, pena l’uscita immediata dalla Borsa e subito grosse società come la Coca Cola, la Volvo si sono adeguate.

Quali gli auspici immediati?
Da noi, dopo l’intervento di polizia e carabinieri non succede più nulla, per questo chiedo un’assunzione di responsabilità politica a livello governativo nazionale che metta in campo le energie e quelle poche risorse che servono per costruire una rete di protezione della donna e per fare prevenzione e protezione.

In quasi tutti i casi di violenza, il passo dall’offesa verbale alla minaccia arriva presto a confinare la libertà personale della donna. Tutto questo è gelosia?
Assolutamente no, tutte le azioni che questi uomini compiono li chiamerei atti ostili, minacciosi e limitanti della libertà personale, in tutte le storie delle 120 donne uccise c’era stato già l’annuncio e la minaccia della libertà personale. Qui l’amore non c’entra niente, la gelosia serve solo da cortina fumogena per rimuovere il problema, giustificarne l’uccisione e renderli digeribili alla società, per cui si dice: «L’amava così tanto che non poteva vivere senza di lei e alla fine l’ha uccisa».

Ai giovani di oggi come bisognerebbe parlare d’amore, dalle scuole alla famiglia? Da quali parole suggerisci di partire?
Io partirei dalle parole libertà e abbandono, ai ragazzi insegnerei come lasciarsi, non come stare insieme, perché è lì che nasce il conflitto per il controllo. Se si va a vedere come sono le storie d’amore tra gli adolescenti si trova una forte funzione di controllo sociale sui sentimenti e sulla libertà della loro compagna, ancor più esasperata dall’uso dei social network dai quali io posso sapere dove sei in ogni istante della giornata. Penso che la violenza alle donne sia un oggetto narrativo importante, è una grande storia che è di tutti, non solo delle donne, perché non ci sarebbe una violenza di genere se non ci fossero gli uomini che picchiano e uccidono. È questo passaggio qui che in Italia, nel “nostro Afghanistan”, ancora non è stato fatto, ed io è per questo che mi batto.

01/07/2013