Gianni Sarrocco

La fabbrica dei (brutti) sogni

Le fasce sociali più deboli sono lo zoccolo duro del gioco d’azzardo in Italia. Un affare da 76 milardi all’anno, ma anche un’attrattiva che può sconfinare in una vera e propria malattia la ludopatia

 Con un sorriso gaudioso e tono ammiccante la giovane barista, innocente peccatrice, lancia l’esca. «Un giretto con la slot…?». e poi rilancia con «può risparmiare anche 15 centesimi sul caffè». L’avventore curioso cede alla lusinga convinto da tanta innocenza. «Ma sì, proviamo…». Ecco che inizia un probabile viaggio in un tunnel in fondo al quale può esserci una dipendenza forte come quella per la droga, una malattia chiamata ludopatia. Perché se non si vince niente si può riprovare; se invece si vince qualcosa è il momento di ritentare. Il gioco è fatto, grattino dopo grattino, slot machine dopo slot machine, poker online dopo poker on line, scommessa dopo scommessa. Poco importa che il gioco sia legale o illegale, ormai il giocatore è un ostaggio che scivola sempre più giù sul “toboga” dell’azzardo, provando vertigini di piacere curva dopo curva, tornante dopo tornante. Siamo alla fiera dei sogni, nel paese delle sette bellezze in cui l’italiano medio (neonati compresi) si gioca ogni anno 1.260 euro nel tentare la fortuna. Un settore che attanaglia più di 800mila “giocatori dipendenti” (quasi dei drogati) e 2 milioni di persone a rischio. Con un fatturato da capogiro: 76 miliardi all’anno quello legale, 10 miliardi quello illegale. Inutile dire che su questo pianeta che equivale al 4% del pil nazionale, è aperto l’ombrello della criminalità organizzata con 41 clan che si spartiscono la torta.

Un mercato in espansione
Il sistema-gioco è un’industria che dà lavoro a 120mila addetti. Naturalmente ci sono imprenditori buoni e imprenditori cattivi tra le 5mila aziende che si occupano del settore. Un mercato globale che fa registrare un incasso di 76 miliardi all’anno (più della manovra economica prevista dal nostro governo fino al 2014) ed è in espansione: +21% nel 2011 rispetto al 2010 e per il 2012 si prevede di incassare quasi 90 miliardi con i giochi online che faranno la parte del leone. Bella cifra quei 76 miliardi di euro di cui 54 ai vincitori e 9,2 allo Stato che così ha incassato il 5% in più rispetto al 2010. E le cose si complicano quando si affronta il pianeta illegale in cui opera una macchina sofisticata che muove fiumi di denaro, da quello sporco da riciclare con strutture-lavanderia a quello “pulito” da reinvestire per moltiplicare i guadagni in modo esponenziale. La mafia, se sbagliamo è per difetto, incassa ogni anno qualcosa come 10 miliardi di euro. Sì, quasi 2mila miliardi del vecchio conio (dati della ricerca Azzardopoli, condotta dall’Associazione Libera di Don Ciotti).

La febbre scorre on line
Il grosso del business viaggia in Rete e si conta che un italiano su 10 abbia giocato online comodamente seduto sul divano di casa con un pc portatile, un Ipad o uno smartphone tra le mani. Oggi, infatti, si sono invertiti i ruoli. Non è più il giocatore che si muove, che va in un casinò, in un punto scommesse oppure in una bisca, rischiando anche di esporsi agli occhi indiscreti degli abitanti del quartiere o di qualche conoscente. È il gioco che ti serve in casa, ti arriva telematicamente con tutte le diavolerie elettroniche che l’ingegno umano è riuscito a inventare. Ecco perché nessuna città reclama più l’apertura di un casinò come avveniva un decennio fa. Quelli esistenti in Italia (Venezia, Sanremo, Saint Vincent, Campione d’Italia) bastano e avanzano, il resto è tutto virtuale ma funzionante alla grande.

Effetto Las Vegas
È nei gironi infernali delle sale da gioco che piccoli e grandi bruciano le loro fortune (anche se non ce l’hanno) attratti da diaboliche macchinette elettroniche sulle quali da tempo hanno messo occhi e mani vecchie e nuove famiglie malavitose. Come un pozzo senza fondo il circuito delle slot machine che spesso vengono manomesse per rendere i guadagni esponenziali. Inoltre nel circuito illegale di tale business c’è una spietata guerra fra concorrenti senza esclusione di colpi. È il sommerso del settore che fa paura. Eppure la facciata legale ha già notevole peso specifico. Solo nella Capitale e provincia sono in attività circa 300 sale con 50mila slot; praticamente in Roma è concentrato il 12% del totale nazionale delle macchinette e in un locale romano sono a disposizione ben 900 postazioni di gioco. Per le mafie – come si denuncia nella ricerca “Azzardopoli” condotta da “Libera”, l’associazione di don Ciotti – un boccone appetitoso di circa 10 miliardi l’anno. Una corsia preferenziale in quanto il gioco, nonostante gli occhi attenti di magistratura e polizia, favorisce il riciclaggio di denaro sporco. Ecco perché nelle sale gioco italiane sono attive oltre 400mila macchinette elettroniche, un numero incredibile che è il doppio dei posti letto di tutti gli ospedali pubblici del nostro Paese. La slot attira un po’ tutti e ogni anno ci giochiamo 1.200 euro a testa, al punto che gli incassi del settore negli ultimi tre anni hanno fatto registrare incrementi del 200% e fatturati da capogiro: qualcosa come 46 miliardi di euro, più dei bilanci di Fiat, Enel e Eni. Non sono estranei i minori a incrementare questi guadagni dal momento che è difficile controllare il rispetto delle regole nei bar e nei circoli che ospitano queste diavolerie elettroniche e secondo il Cnr sono ben 500mila i minorenni dediti a questo pericoloso e costoso divertimento.

Il core business
Sono le fasce sociali più deboli a costituire lo zoccolo duro del gioco d’azzardo legale e illegale. Non sembrerebbe ma si prendono soldi sempre più ai poveri. L’attrazione del gioco, infatti, è mirata al desiderio di ricchezza. Solo che la forbice tra giocatori ricchi e poveri si allarga verso i secondi. Per cui non è raro vedere qualche pensionato che mette sul banco 200 o 300 euro pur avendo una pensione da 500 euro al mese. Sono diabolici i meccanismi di induzione che portano decine di migliaia di persone a giocarsi anche la classica camicia nel tentare la fortuna, nell’inseguire una vena d’oro che potrebbe portare alla caverna di Alì Babà solo che a beneficiarne sono sempre i 40 ladroni.
Il gioco online è il fulcro del colossale affare perché agisce in un sistema difficile da controllare e facilmente fruibile dai giocatori: li raggiunge a casa sul pc, sul telefonino e li porta a perdere una fortuna senza uscire di casa. Perché il boom del poker online o altre attrattive similari? In assenza di norme europee ferree i gestori di centinaia di siti web hanno trasformato in una jungla la speculazione sui giochi con la certezza – si legge nella ricerca di Libera – di una quasi totale impunità. È buffo notare, poi, che la maggior parte dei casinò online è logisticamente collocata nello Stato di Israele in cui è vietata la puntata telematica mentre da noi gioca in Rete un italiano su dieci e l’Italia è nella top 10 nel mercato mondiale del poker online che – prevedono gli esperti – potrebbe portare a una raccolta di denaro di circa 27 miliardi di euro, cioè un terzo dell’attuale fatturato dell’industria del gioco nello scorso anno.

Patologia
Il gioco d’azzardo può diventare in alcune persone una vera e propria malattia chiamata “gioco d’azzardo patologico” (Gap), diagnosticabile e curabile con un’adeguata psicoterapia. Questa patologia spinge a giocare in maniera compulsiva anche per vivere l’eccitazione del rischio che spesso è tanto più forte quanto più alta è la posta. Anche se queste persone sanno perfettamente come funziona questo mondo, continuano a giocare senza riuscire a fermarsi, sia che stiano vincendo che perdendo, finché non hanno perso tutto quello che potevano. Sembra un paradosso ma è come se il malato di Gap giocasse in realtà per perdere e non per vincere. Difficile in Italia curarsi per questa patologia che prende fino al 3% dei patiti dell’azzardo. Due soli centri ospedalieri, uno al Gemelli di Roma per la cura delle nuove dipendenze e l’altro alle Molinette di Torino. E questi i numeri: su 47 milioni di italiani maggiorenni il 71% ammette di aver giocato d’azzardo almeno due volte; tra questi giocatori il 5,1% è a rischio e il 2,1 è patologico. Questo vuol dire che per gli adulti 1 milione e 700mila sono a rischio e quasi 800 mila patologici. Il fenomeno si aggrava se prendiamo in considerazione i minorenni: una percentuale dell’11 % di minori tra quelli a rischio o patologici; in totale quindi più di 800mila dipendenti e 2 milioni a rischio tra adulti e minori. Infatti molti ragazzi fra i 12 e i 17 anni sono avvinti dall’azzardo spendendo circa 30-50 euro al mese in gratta e vinci, slot e poker online, eludendo i divieti imposti ai minorenni. Secondo il professore Luca Bernardo, direttore del Dipartimento di pediatria del Fatebenefratelli di Milano, il gioco d’azzardo nei ragazzi è come una droga e cresce al ritmo del 13% l’anno. Una situazione che preoccupa non poco il governo. Al punto che il ministro della Salute Renato Balduzzi ha annunciato dei provvedimenti di emergenza per affrontare la situazione. Innanzitutto proteggere i minori e non “sfregiarli” più con spot che raccontano “che una vincita può cambiarti la vita”. Chi non si adeguerà perderà la concessione. Come seconda novità, la ludopatia verrà considerata una malattia e inserita nell’elenco delle patologie.

Lo psicologo
Come si diventa giocatore? «Il gioco è sempre un incontro tra una persona e un momento della propria vita – spiega il professor Mauro Croce, docente universitario in Svizzera ed esperto di medicina preventiva in una Asl di Verbania nonché collaboratore di Libera per la ricerca “Azzardopoli” – Non esistendo una sostanza come la droga ad esempio è molto bassa l’idea da parte del soggetto che possa diventare dipendente. Per alcune persone si tratta di uno svago innocuo, per altre di un’occasione per rifarsi dei problemi della vita. Così – aggiunge lo psicologo – si innesca un meccanismo che porta a ripetere l’azione. Lo svago diventa bisogno perché se si perde scatta la rincorsa a rifarsi». Ma si può guarire? «Per riuscire a smettere – aggiunge Croce – il soggetto si deve rendere conto che l’ossessione va governata. Non è vergognoso chiedere aiuto, i servizi esistono ma purtroppo sono a macchia di leopardo invece di essere dislocati sull’intero territorio nazionale. Le percentuali di recupero sono buone. È bene lanciare questo messaggio, certo non è una passeggiata in quanto si può ricadere ma con un aiuto adeguato si può uscire dal tunnel». 

01/03/2012