Giorgio Sturlese Tosi

Pentiti a orologeria

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Il caso Ciancimino riapre il dibattito mai spento sull’uso dei collaboratori di giustizia. Il punto di vista del procuratore Piero Luigi Vigna

Per scoprire i retroscena di fatti drammatici con i quali il nostro Paese non ha ancora chiuso i conti bisogna, oggi come decenni fa, ricorrere ai collaboratori di giustizia. Tommaso Buscetta, nel 1984, rivelò la struttura di Cosa nostra. Oggi a tenere banco nelle procure sono le dichiarazioni di Vicenzo Scarantino, Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Ne parliamo con quello che è stato uno dei “mastini” dell’Antimafia fino al 2005. nei tribunali italiani, il procuratore Piero Luigi Vigna.
Procuratore Vigna, è questa la metamorfosi del collaboratore di giustizia?
Tra Buscetta e Scarantino c’è una bella differenza! Tuttavia ci sono sempre stati collaboratori che, per raggiungere oscuri obiettivi o, come nel caso di Scarantino, forse pressati da terzi, hanno dichiarato fatti non riscontrabili o addirittura mai avvenuti.
Però, per lungo tempo, a Massimo Ciancimino è stato dato un certo credito.
Massimo Ciancimino è il peggior collaboratore in cui possa incappare un inquirente. Mischia qualche fatto vero con altri del tutto falsi. Ti impegna a fare un riscontro enorme su tutto quello che dice. Se poi si pensa che gli hanno trovato in giardino dei candelotti di esplosivo… Persone del genere non le ho mai volute ascoltare, perché sono incapaci di dire la verità.

Quali contromisure sono state adottate per evitare menzogne, calunnie e depistaggi? Come è cambiata la normativa sui collaboratori di giustizia?
Ai tempi di Buscetta non c’era nessuna normativa che trattasse dell’argomento e la gestione di un collaboratore era affidata alla discrezionalità della polizia giudiziaria e del pubblico ministero. Questo aveva generato il cosiddetto ”intimismo investigativo” che si instaurava tra l’investigatore e il collaboratore. Quest’ultimo, percependo che la ... ...


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01/12/2011