Anacleto Flori

Botta e... risposta

Tra vittorie e propositi di rivincita, le nostre due atlete, regine del fioretto femminile, si raccontano a Poliziamoderna

Valentina Vezzali
A Catania a 37 anni sei tornata sul tetto del mondo dopo la delusione di Parigi. Molti ti davano per finita e invece continui a vincere imperterrita. Qual è il segreto ?
Nessun segreto: dietro ogni successo, ogni vittoria c’è sempre tanto lavoro. Fin da ragazzina ho imparato, sotto la guida del mio primo maestro, Enzo Triccoli, che se ti alleni con costanza e determinazione tutto è possibile. E se oggi sono ancora qui ai massimi livelli lo devo anche a lui. Era una persona eccezionale che aveva imparato a tirare di scherma con le canne di bambù nei campi di concentramento in Sudafrica e che mi ha trasmesso i valori della disciplina e del rigore: se a scuola prendevi un brutto voto al pomeriggio niente pedana. Questo è lo spirito con cui sono cresciuta. E poi io sono una che non si accontenta mai: mi piace scoprire quali possono essere i miei limiti e se possibile andare oltre.

Hai un figlio di sei anni, Pietro come sei riuscita a gestire il ruolo di atleta impegnata in giro per il mondo e quello di mamma?
Nelle interviste mi capita spesso di parlare di mio figlio Pietro o di mandargli dei saluti anche in diretta televisiva; il fatto è che lui ,assieme a mio marito, rappresenta una parte importantissima della mia vita. Quando era più piccolo lo portavo spesso con me, anche all’estero: adesso che va a scuola, invece, è tutto più complicato e quando è lontano mi manca moltissimo. Come tutte le donne che lavorano, la gestione familiare è faticosa: si tratta di accompagnare e riprendere Pietro a scuola, portare a passeggio Dohan, il nostro labrador nero, e poi ancora fare la spesa, il pranzo, i compiti e gli allenamenti in palestra. Insomma fino all’ora di cena non mi fermo un attimo.

Si soffre di più in una finale mondiale o sotto i riflettori di Ballando con le stelle?
A ballare sono un disastro, perciò l’esibizione sulla pista di Ballando con le stelle sotto gli occhi della giuria e di milioni di spettatori è stata una simpatica pazzia; molto meglio “ballare” in pedana…

Elisa Di Francisca
Il 2010 è stato l’anno della consacrazione, con le vittorie ai mondiali e agli europei, come è cambiata la tua vita dopo questi successi?
I titoli vinti lo scorso anno mi hanno aiutato a prendere coscienza della mia forza; mi hanno dato la certezza di essere molto migliorata dal punto di vista tecnico e mentale. E soprattutto mi hanno ripagato dei sacrifici fatti e delle amarezze mandate giù. Perché ci sono periodi in cui, anche se ti alleni tantissimo, le cose non vanno per il verso giusto e allora il rischio è quello di perdere fiducia in se stessi. Ogni vittoria, invece, ogni medaglia rappresenta un pieno di entusiasmo che ti aiuta ad andare avanti e ad affrontare con maggiore serenità la fatica degli allenamenti. Vincere aiuta a vincere e quando arrivano i successi tutto diventa più facile…

A Catania la Vezzali si è ripresa lo scettro di regina: con lei c’è una bella rivalità eppure avete in comune la stessa città, Jesi, e lo stesso gruppo sportivo, le Fiamme oro. Qual è invece l’aspetto che vi divide ?
Il fatto è che tutte e due abbiamo la stessa determinazione e la stessa voglia di vincere. Lei è fortissima, una che non molla mai. Io però non sono l’unica rivale di Valentina: c’è un bel gruppo di agguerrite ragazze che si stanno facendo strada e che ambiscono a conquistare un posto in nazionale, alla ribalta mondiale. La concorrenza è davvero dura, ma questo è un bene per tutto il movimento schermistico e i risultati si vedono.


Quando siete entrate per la prima volta in palestra?
Vezzali. Io al fioretto non ci pensavo proprio … Una sera però accompagnai mia sorella in palestra per un corso estivo di scherma e fu allora che conobbi il maestro Triccoli; non appena mi vide, fece di tutto per convincere mia madre a iscrivere anche me. Avevo solo 6 anni. È stato un segno del destino, tanto più che la mia famiglia è di origine emiliana e io sono nata a Jesi solo perché mio padre si trasferì nelle Marche per lavoro. Se fossi cresciuta a Reggio Emilia, dove non c’è tradizione schermistica, probabilmente sarebbe stata tutta un’ altra storia…

Di Francisca. A Jesi, con la sua antica tradizione , è impossibile non entrare almeno una volta in una scuola di scherma. Per me si è trattato di un vero e proprio colpo di fulmine: quando iniziai avevo 7 anni e mi ricordo che mi divertivo tantissimo anche perché all’inizio non c’era tensione agonistica: si correva, si faceva ginnastica e si “tirava” con spade di plastica. Da piccola la scherma era solo un gioco, poi pian piano è diventata una passione che non mi ha lasciato più.

Il vostro è uno sport individuale, ma anche di squadra, che rapporto c’è con le compagne di nazionale che sono spesso le rivali più temibili?

V. Il bello di questo sport è che fin da ragazzine siamo abituate ad andare in ritiro e a lavorare in gruppo: per noi è normale unire le forze per conquistare la vittoria nella gara a squadre e subito dopo scendere in pedana una contro l’altra per giocarci il titolo individuale, proprio come è successo a me e a Elisa a Catania. Tra noi c’è grande coesione e soprattutto voglia di vincere e di dimostrare di essere le migliori al mondo: chi scende in pedana ha sempre il sostegno delle compagne perché nella scherma si vince e si perde tutte assieme.

D. Prima di tutto siamo avversarie perché il sogno di ciascuna di noi è quello di vincere il titolo nel torneo individuale. Certo, quando è la volta di quello a squadre, siamo unite e compatte nel mettere insieme le nostre capacità per arrivare alla vittoria. Il rischio più grande è quello voler strafare, di voler vincere da sola, perché in questo modo si rischia di prendere tante stoccate e di far perdere tutta la squadra. Comunque, prima delle gare, un ruolo importante lo svolge il commissario tecnico, in questo caso Stefano Cerioni, che con la sua esperienza riesce a darci i giusti equilibri anche all’interno dello spogliatoio.

Come vivete questo doppio ruolo di atlete da copertina e di poliziotte?

V. Fin da bambina ho sempre guardato con ammirazione le persone che indossavano una divisa e così dicevo “Anch’io da grande farò la poliziotta”. Per me è sempre stato importante sapere che la polizia lavora tra la gente e per la gente e che in caso di bisogno è sempre lì, pronta a proteggerti. È per questo che sono davvero contenta di poter contribuire, attraverso lo sport, a trasmettere un’ immagine di legalità, di lealtà e di rispetto delle regole; valori che dovrebbero essere presenti in tutte gli aspetti della nostra società.

D. La polizia mi è sempre piaciuta, mi affascinavano sia la divisa che la tradizione del suo gruppo sportivo. Così quando si è trattato di scegliere in quale arma arruolarmi non ho avuto dubbi. Il primo giorno che sono arrivata a Peschiera del Garda, dove ho fatto il corso da allieva agente, ero scioccata, avevo le lacrime agli occhi, poi invece piano piano ho imparato a essere più disciplinata e attenta alle regole. È stata un’ esperienza importante che mi ha formato e fatto crescere. Alla fine del corso ho pianto per il dispiacere .

Avete pensato alla vostra vita senza la scherma?

V. In tutti questi anni la scherma mi ha dato tanto, ma anch’io credo di aver contribuito, attraverso i miei successi, ad aver reso popolare il nostro sport. Per questo mi piacerebbe rimanere nell’ambiente sportivo: come tecnico delle Fiamme oro o magari come commentatrice. Per ora però continuo ad allenarmi anche perché Londra (prossima sede dei Giochi olimpici ndr) è già dietro l’angolo…

D. Vedo una bella volante …anche perché non mi dispiacerebbe affatto rimanere in polizia; come ti dicevo è un ambiente che mi piace, in cui mi trovo davvero bene. E poi in futuro vedo soprattutto una bella famiglia, che per me è sicuramente la cosa più importante. Anche della stessa scherma.

 

01/11/2011