Gianni Sarrocco

Caccia ai lupi solitari

Il prefetto Stefano Berrettoni, direttore centrale della polizia di Prevenzione, delinea le nuove strategie dell’eversione nazionale e internazionale. È tempo di terroristi fai-da-te

 Uno scenario in continuo movimento. Perché lo sky-line del terrorismo internazionale e di casa nostra si muove lentamente rimodellandosi sulle mutate situazioni politiche interne e delle zone calde del mondo. Non è più tempo di schemi fissi, di gruppi organizzati che mantengono contatti grazie a fiancheggiatori, di rapine per autofinanziamento in quanto bisognosi di covi, di basi strategiche o provvisorie, di acquisti di appartamenti per trasformarli in rifugi di latitanti. Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’eversione per cui i vecchi schemi dei nostri Anni di piombo oggi sono solo accademia. Non c’è un solo modulo delle passate organizzazioni terroristiche (Nap, Br, Prima Linea, Ucc, Nar e via dicendo) che oggi valga come codice di comportamento per i criminali anarco-insurrezionalisti che pure hanno colpito di recente: pacco bomba alla caserma Ruspoli a Livorno, ferito gravemente il tenente colonnello paracadutista Alessandro Albamonte, 31 marzo scorso, attentato rivendicato dal FAI Federazione anarchica informale; e il 23 dicembre 2010 esplosioni di plichi a Roma nelle ambasciate di Svizzera e Cile. E non ci sono linee di condotta nemmeno per gli estremisti islamici legati alla Jihad. Nell’anno del Signore 2011 siamo in piena guerra santa fai-da-te e in Occidente (come anche in Italia) vivono nelle loro tane e si muovono solo “lupi solitari” che aspettano soltanto di dare qualche zannata sporadica.
Tempo da lupi ma anche di cacciatori che agiscono ugualmente nell’ombra e che spesso, nonostante le notevoli difficoltà che questa caccia comporta, riescono a far ritorno a casa con il carniere pieno evitando così giornate di lacrime e sangue. Minacce e situazioni di rischio gravi e meno gravi che giornalmente vengono vagliate dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa) ormai in seduta permanente dall’inizio della crisi libica (vedi box).
Ne parliamo con il prefetto Stefano Berrettoni, direttore centrale della polizia di Prevenzione dal dicembre 2009 nonché presidente del Casa istituito all’indomani della strage di Nassiryia. Un alto funzionario del Viminale che conosce vecchi e nuovi volti del terrorismo indigeno e d’importazione cioè quello legato a Osama Bin Laden e al Medioevo dell’Islam diventato marchio del terrore globalizzato.

Il 2 maggio scorso è stata recisa la testa del serpente ma in certe zone esistono ancora gli eredi di Bin Laden. In Italia è cambiato qualcosa? Dei due filoni del terrorismo quale preoccupa di più? Quello internazionale oppure quello interno?
Il terrorismo interno ha colpito con la matrice dell’anarco-insurrezionalismo e ciò costituisce oggi l’attualità del pericolo. Quello internazionale è uscito allo scoperto con l’attentato alla caserma Santa Barbara di Milano il 12 ottobre del 2009 in cui rimase ferito l’attentatore libico. La minaccia c’è sempre ma molte cose sono cambiate. Fino a qualche anno fa il reclutamento degli estremisti avveniva in alcuni specifici luoghi di aggregazione islamica (come la moschea di viale Jenner a Milano) dove operavano filiere di ispirazione salafita. Santuari che abbiamo smantellato con tecniche investigative intelligenti. Pur non trascurando di esercitare un controllo assai stretto sui più tradizionali centri di aggregazione, oggi però il pericolo sembra provenire dal terrorista fai-da-te, dai cosiddetti “lupi solitari”. Per cui l’attenzione viene posta sulle metodiche. Il lupo solitario si isola sempre più dalla propria comunità di riferimento per rifugiarsi nella comunità virtuale di Internet. Una volta i soggetti a rischio venivano individuati dagli Imam, oggi c’è l’autoindottrinamento con la rete per cui l’attività investigativa è molto difficile. Comunque in tre casi ci siamo riusciti e sono scattate le espulsioni per motivi di sicurezza decretate dal Ministro dell’Interno.

E oggi che Osama non c’è più? Il suo successore, il medico egiziano Al Zawahiri, uomo da zero compromessi e che non cambia mai idea, è in grado di continuare la “guerra santa”?
I riflessi della scomparsa di Osama dovranno essere valutati nel medio-lungo periodo. Per il momento ritengo che, se da un lato Al Qaeda come organizzazione non ne soffrirà più di tanto (nel corso degli anni infatti Bin Laden da capo politico-militare si era trasformato in una sorta di icona ideologica, un simbolo del jihadismo globale) dall’altro è probabile che un evento di enorme portata come la sua uccisione possa fungere da fattore scatenante per uno o più atti ritorsivi contro l’Occidente. In questo senso è indubbio che anche l’Italia, al pari degli altri Paesi impegnati nelle missioni in diversi fronti internazionali, resta esposta alla minaccia terroristica di matrice integralista.

Le recenti ondate migratorie hanno aumentato i rischi di infiltrazioni pericolose in Italia?
Il rischio c’è ed è concreto. Dall’inizio di febbraio il Servizio centrale Antiterrorismo concorre con propri specialisti alla task force della Polizia di Stato presente a Lampedusa. I controlli certosini fatti dal gruppo di lavoro sui nuovi arrivati hanno già dato frutti importanti. In più di un caso, infatti, siamo stati in grado di individuare e bloccare soggetti segnalati come potenzialmente pericolosi. L’attenzione sul fenomeno è e deve restare altissima.

Ma come è possibile individuare e mettere in condizioni di non nuocere i cosiddetti “lupi solitari”? Specialmente se si tratta di soggetti nati e cresciuti in Italia? Insomma si avranno terroristi di seconda generazione?
La nostra rete è sempre attiva con pedinamenti e intercettazioni. Molti combattono la loro guerra telematicamente e noi cerchiamo di incastrarli proprio sul web con il concorso specialistico della polizia delle comunicazioni. Il pericolo reale è che il lupo solitario può anticipare l’azione all’improvviso. Come è già avvenuto in Inghilterra che si è ritrovata con terroristi islamici nati sudditi di Sua Maestà. Anche da noi qualche sintomo c’è. Per stroncare sul nascere la minaccia occorre fare ricorso a tutti gli strumenti amministrativi e giudiziari che l’ordinamento ci mette a disposizione.

L’estremismo islamico in Italia dove trova terreno fertile?
L’azione di profilassi messa a punto dal Viminale contro i predicatori di odio – soprattutto attraverso l’utilizzo mirato, direi “chirurgico” dell’espulsione adottata dal Ministro dell’Interno per motivi antiterrorismo – è stata davvero incisiva, in grado di ridurre notevolmente la portata del fenomeno. Ciò premesso, va detto che Internet ha spostato l’area di ricerca dal luogo fisico a quello virtuale, così rendendo molto più difficile diagnosticare per tempo i percorsi di radicalizzazione delle nuove leve del jihadismo. Il caso dell’aspirante kamikaze libico Mohamed Game, da tempo immigrato, autore dell’unico attentato recente commesso per finalità politico-religiose nel nostro Paese, è davvero emblematico. Game, i suoi cattivi maestri, non li ha incontrati in moschea, ma su Internet dove ha pure trovato le istruzioni per assemblare l’ordigno che attivò all’ingresso della caserma di piazza Perrucchetti a Milano.

Come evidenzia anche la relazione 2010 sulla politica dell’informazione per la sicurezza un’incognita particolarmente insidiosa continua ad essere rappresentata dai potenziali “self starters”, soggetti la cui imprevedibile attivazione, al culmine di percorsi solitari e invisibili di radicalizzazione, costituisce una crescente sfida per l’intelligence. Quali le contromosse?
Cerchiamo di giocare d’anticipo scandagliando il mondo virtuale e i loro ambienti. Praticamente usiamo le loro stesse armi, la “rete”, senza tralasciare però le indagini di tipo tradizionale. Quello dei “lupi solitari” costituisce un fenomeno fluido e trasversale dal punto di vista etnico, territoriale, generazionale e socioculturale, i cui protagonisti principali sono per lo più soggetti anche nati nel nostro Paese oppure stanziativisi da tempo. Si tratta di personaggi apparentemente integrati che assorbono e rilanciano opinioni estremiste telematicamente.

Terrorismo internazionale e cooperazione: quali difficoltà? Chi mette i bastoni fra le ruote?
Quello del contrasto al terrorismo internazionale è un terreno che ha davvero anticipato i tempi in materia di cooperazione internazionale di polizia, adottando la condivisione delle informazioni come metodo di lavoro. Partendo dal presupposto che un fenomeno terroristico che non conosce confini si può battere solo superando le barriere fisiche e burocratiche tra i diversi Paesi, già dalla fine degli anni Settanta gli apparati antiterrorismo europei si sono dotati di un circuito dedicato di scambio operativo, il Police Working Group on Terrorism (PWGT). Uno strumento di collegamento estremamente agile ed efficace poiché svincolato dal peso di sovrastrutture di carattere organizzativo, attraverso il quale i singoli Paesi si scambiano in tempo reale informazioni di polizia rilevanti per la sicurezza. I risultati sono semplicemente eccellenti.

Per esempio?
La cattura a Roma di uno degli autori dei falliti attentati kamikaze alla metropolitana di Londra del 21 luglio 2005, l’etiope Issac Adus Hamdi, resa possibile solo grazie alla fluidità delle informazioni scambiate fra Scotland Yard e Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, ndr) grazie al canale PWGT. Certo, estendere questo modello di cooperazione multilaterale anche ad altri partner internazionali sarebbe davvero auspicabile. Per il momento, specie con alcuni interlocutori di aree connotate da maggiore instabilità politico-istituzionale, dobbiamo ancora affidarci alla cooperazione bilaterale.
Per quanto riguarda il terrorismo di casa nostra per fortuna non è più tempo di brigatisti (quasi tutti già usciti di galera oppure rifugiati all’estero), ma il fenomeno per nulla affatto è estirpato dal momento che ogni tanto arriva a destinazione qualche pacco bomba oppure elementi pericolosi s’infiltrano nei gruppi antagonisti cercando di rendere incandescenti certe manifestazioni di piazza…
Oggi il pericolo vero è costituito dagli anarco-insurrezionalisti che utilizzano tutte le accortezze possibili per portare avanti nell’ombra i loro progetti. Si finanziano con poco per cui non hanno bisogno di esporsi con rapine, i pacchetti esplosivi se li costruiscono in casa da soli perché è facile reperire le materie prime, si mimetizzano nel tessuto urbano e agiscono con il minimo rischio. Si tratta di gruppi anarchici attivi in Italia (non sono mancati gli arresti, ndr) nonché in Grecia e Spagna.

Questo il quadro internazionale e nazionale del partito del terrore delineato dal prefetto Berrettoni. Fortunatamente oggi le vecchie Brigate rosse o i terroristi neri dei Nar sono solo un brutto ricordo anche se i lutti e le ferite provocate dalle loro azioni criminali sono sempre presenti nelle menti di chi le ha combattute, in quelle dei parenti delle vittime e di quanti hanno avuto la fortuna di uscire vivi dagli attacchi della loro follia. Dolori che il tempo non stempererà mai, specialmente quando Stati esteri compiacenti (vedi caso Battisti e Brasile) riacutizzano lo strazio, facendo scempio della giustizia, tenendosi ben stretti in casa loro pluriassassini condannati in Italia a diversi ergastoli. Ma questa è un’altra storia ancora tutta da scrivere anche se una certa pubblicistica definisce questa gente “ex terroristi” come se le centinaia di vittime fossero “ex morti”. 


Il Casa
Il Comitato di analisi atrategica antiterrorismo (Casa) è stato istituito dal ministro dell’Interno all’indomani dell’attacco terroristico, nel novembre 2003, contro il contingente italiano presente a Nassiriya in Iraq, allorché il Paese toccò con mano, in maniera tragica, gli effetti devastanti provenienti dalla minaccia del terrorismo internazionale. Così il Casa, presieduto dal prefetto Stefano Berrettoni direttore centrale della polizia di Prevenzione, ha assunto la caratteristica di tavolo permanente tra forze di polizia e servizi di intelligence nel quale condividere e valutare le informazioni relative a minacce terroristiche interne e internazionali. Di questa struttura fanno parte, oltre a dirigenti della Polizia di Stato, alti ufficiali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza nonchè funzionari di vertice delle Agenzie di Informazione per la Sicurezza Estera (Aise) e Interna (Aisi) e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Tra i compiti del Casa: analisi e valutazione delle informazioni di particolare rilievo sul terrorismo interno e internazionale; pianificazione coordinata di attività finalizzate alla prevenzione di eventi di natura terroristica attuate sul territorio nazionale da parte delle forze di polizia a competenza generale (Polizia di Stato e Carabinieri) e specialistica (Guardia di Finanza). Il Casa formalmente è in seduta permanente e si riunisce con cadenza settimanale salvo casi di convocazione straordinaria ad horas per il sopraggiungere di informazioni relative a minacce ritenute incombenti.
Dopo le valutazioni delle minacce vengono pianificate attività di prevenzione relative al radicalismo islamico; attività di individuazione di soggetti pericolosi al fine di espulsione dal territorio nazionale; monitoraggio della rete Internet con riferimento a siti jihadisti; attività di monitoraggio del carcerario; approfondimento dei canali di finanziamento.
Durante il 2009 il Comitato ha valutato complessivamente 255 segnalazioni di minaccia, svolgendo 53 riunioni di cui due straordinarie. In ambito internazionale sono stati trattati argomenti in relazione a: condizioni di sicurezza in Afghanistan, situazione nei Paesi del Maghreb, conflitto israelo-palestinese, sicurezza in Libano, quadro di sicurezza in Somalia, attività del movimento estremista curdo Pkk, operazioni antiterrorismo in Paesi dell’Europa e del Nord Africa. Per quanto riguarda la situazione interna sono stati evidenziati: vertice dei Capi di Stato G8 a L’Aquila dal 7 al 9 luglio, iniziative di solidarietà in Italia e all’estero per il processo a carico dei brigatisti arrestati nel corso dell’operazione “Tramonto”, attentati a Roma rivendicati dalle Cellule di resistenza proletaria, inasprimento della conflittualità nel mondo del lavoro in relazione ai licenziamenti indotti dalla crisi economica, attivismo della componente anarco-insurrezionalista in Italia e all’estero.


Legami oscuri
C’era anche un vecchio militante dell’organizzazione terroristica Prima Linea (una sigla del terrore che negli anni di piombo ha firmato diversi omicidi tra cui quello del giornalista Walter Tobagi) tra i coordinatori delle proteste di luglio scorso contro la Tav in Val di Susa sfociate in una battaglia con le forze dell’ordine nel tentativo di assalto al cantiere di Chiomonte. Si tratta di Stefano Milanesi già legato a Marco Fagiano uno dei capi di Pl. Il nome di Milanesi era già finito nel 2005 in una relazione dell’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu all’indomani degli scontri di Venaus avvenuti sempre a causa della linea ferroviaria ad alta velocità in Piemonte. Il gruppo, capeggiato da Milanesi nella tarda serata del 23 luglio scorso, ha preso d’assalto il cancello del cantiere con fitti lanci di sassi, bombe carta e cocci di vetro che hanno provocato diversi feriti fra carabinieri e polizia. La presenza dell’ex appartenente a Prima Linea la dice lunga sulle infiltrazioni nelle file dei no-Tav di personaggi equivoci e già reduci di vecchie battaglie politiche improntate alla violenza cieca.

 

01/09/2011