Antonella Fabiani

Il teatro allunga la vita

Attore, regista, autore. Versatile ed esplosivo, Vincenzo Salemme racconta il suo teatro e il rapporto con la polizia

A vederlo recitare sulla scena è come sentire una energia vulcanica che dal palcoscenico investe tutti i sensi. E si ride, si ride tanto. Generoso e spontaneo Vincenzo Salemme (che incontriamo nel suo studio romano) lo è anche fuori dal palcoscenico: a colpire dopo poche battute è una specie di fuoco che anima solo chi fa del teatro e del mestiere dell’attore una missione. Sì, perché per lui “fare teatro” nasce dalla esplorazione continua dell’animo umano, dal suo essere sempre proteso verso l’altro da sé, in ascolto costante della vita, per arrivare al cuore del suo pubblico.

In una intervista hai detto di aver iniziato ad andare al cinema a cinque anni e di aver cominciato a recitare alle elementari. Ricordi in particolare un film o un personaggio che hanno acceso in te la scintilla per questo lavoro?
Ma sicuramente Stanlio e Ollio che quando ero bambino erano dei miti. Ancora adesso quando li vedo mi commuovo. Al cinema, invece, mi piacevano i supereroi Maciste, Ursus che andavano negli anni Sessanta…con quelle pietre che si vedeva che erano di cartone.

Tu sei autore, attore, regista. Fai cinema, televisione, teatro. Una versatilità straordinaria. Quale fase del tuo lavoro ti appassiona maggiormente?
In realtà la regia perché io scrivo e recito pensando a tutta l’opera come deve venire. Quando metto in scena una commedia mi va di essere io a dire come deve essere recitata per essere credibile. Perché quando si scrive una commedia o il copione di un film ci si deve sempre chiedere se convincerà il pubblico, perché se non fa né piangere, né ridere, non serve a niente. La regia mi serve a curare l’attore e l’autore.

Come nascono i personaggi che interpreti? Sono frutto della fantasia o prendi ispirazione dalla realtà?
Non so quale autore ha detto che la fantasia non esiste. Noi pensiamo di inventare e invece abbiamo visto tutto. Ed è vero. Dipende da come lo digeriamo. Qualsiasi soggetto esiste da sempre. La fantasia secondo me è il modo di cucinare le cose che già esistono.

Tu hai recitato a fianco di Eduardo a partire dal 1977. Qual è la lezione che ti ha trasmesso?
Mi ha insegnato il modo di stare in scena, con semplicità. Intendo una semplicità di comunicazione. Anche se poi mi complico la vita per esserlo.

Il teatro implica una presenza in tempo reale con il pubblico, che permette di sentirne le reazioni. Quando adatti un tuo lavoro al cinema senti di perdere qualcosa in questo passaggio?
Non è facile passare dal teatro al cinema è vero, ma non direi che si perde qualcosa. Le cose si trasformano e la commedia resta. Il vantaggio del teatro è che permette di migliorare un personaggio, una battuta, di capire dove si è sbagliato. Se mi accorgo che il pubblico non ride laddove mi aspettavo il contrario, cambio: io intervengo fino all’ultima replica.

Cosa significa essere un attore?
Fare l’attore significa portare a disposizione del pubblico un serbatoio di esperienze umane che grazie ad una certa tecnica si riesce a utilizzare attraverso i personaggi. Però io penso che il mestiere dell’attore sia molto cambiato, sia molto peggiorato. Oggi gli attori non hanno scuola, pochi hanno esperienza. Fanno molta televisione senza passare per la scuola del teatro e questo perché nel nostro Paese, a partire dagli anni Settanta, c’è stato il vezzo che gli attori teatrali non fossero adatti al cinema e alla televisione. Si pensava che fossero troppo esagerati. Invece se un attore è bravo impara a misurarsi anche attraverso il mezzo televisivo.

Oggi viviamo nell’èra di Internet, della comunicazione veloce e tecnologica. Il teatro rispetto anche al cinema e alla televisione potrebbe apparire un “fossile”. Qual è invece ancora la sua forza?
Io credo che il teatro abbia molte colpe. Si è allontanato dalla gente, soprattutto dai giovani. Il teatro si è chiuso forse per un senso di superiorità verso il pubblico ritenendolo maleducato o ignorante. Questo ha interrotto il dialogo, quindi il rapporto è diventato più ostico. Oggi molti ragazzi associano il teatro a una cosa vecchia, morta: indipendentemente da quello che si rappresenta. E invece il teatro è il massimo dell’interazione. Bisognerebbe dire alle persone: «Se venite cambiamo noi e voi». Perché il teatro è la vita, e non può morire.

Due tuoi spettacoli si chiamano La gente vuole ridere… e La gente vuole ridere ancora. È un’arte fare ridere e quanto è difficile?
Prima di entrare in scena mi sembra impossibile riuscire a fare ridere, e poi a dire il vero tutti ridono. È il frutto di tanto lavoro, di idee, di intuito, di stato d’animo.

Si ride sempre per le stesse cose?
Ma sì. La comicità è diversa dalla satira che è legata ai mutamenti politici e sociali. La comicità assoluta è uno che arriva, fa “bubu” e la gente ride.

Anche se sei nato a Bacoli, un piccolo centro in provincia di Napoli, che effetto ti fa vedere una città come Napoli così ricca di tradizione e storia associata al problema dei rifiuti?
Penso che il miglior modo per risolvere la questione rifiuti sia che i napoletani accettino che esiste il problema e ne capiscano le ragioni. Quello che accade lì è una ferita per tutto il nostro Paese, per tutto il mondo direi. Sarebbe potuto succedere anche in un’altra città se le condizioni sociali fossero state le stesse. In questo senso bisognerebbe superare le divisioni e cercare di superare insieme questo problema. Mi dispiace da un lato che Napoli sia un fatto di cronaca perché non può essere solo questo. È una città troppo importante ed è superfluo che io lo dica, dall’altro va sicuramente rimosso il sistema che provoca questo problema.

Parliamo delle nuove generazioni. I giovani sono i primi ad anticipare i cambiamenti e a trasferirli nel loro mondo espressivo. Pensi che l’arte, la cultura, la musica possano avere un ruolo nella loro educazione?
Io penso che tutto ciò che è bello aiuti a vivere meglio. La cultura dovrebbe insegnare ad amare. E per amare bisogna essere felici, perché trasmettere cultura, fare gli artisti è un atto di generosità. L’artista è comunque un uomo che conosce sia la disperazione sia la felicità e la sua opera è un atto d’amore verso il pubblico. Io noto invece che la cultura invece di essere una virtù, un pregio, diventa un trucco, una maschera. L’intellettuale non deve nascondersi dietro la cultura, deve invece creare un dialogo soprattutto con i ragazzi.

Cosa fai nel tempo libero?
La mia passione è il mio lavoro, soprattutto il teatro.

Cosa rappresenta per te il teatro?
Non si può fare teatro se non si è veri, a me non piacciono le persone che si nascondono, i “tromboni”, bisogna far vedere i propri difetti. Io penso che il teatro è la vita di tutti. Mi piacerebbe molto un giorno averne uno mio, in cui accogliere i giovani attori di tutta Italia ma anche di altre parti del mondo. Lo immagino come un laboratorio sempre aperto, dove ci si possa incontrare, mangiare insieme, chiacchierare. Mi piacerebbe rappresentare Eduardo nei diversi dialetti ma anche nelle lingue di tutto il mondo.
E poi il teatro, può essere un mezzo per imparare dei mestieri come l’elettricista, lo scrittore, il regista. Io ho imparato tutto a teatro.

Com’è il tuo rapporto con la polizia? Ti è mai capitato di essere fermato per un controllo?
Ho un buon rapporto con la polizia. Ma, io sono abbastanza famoso e quindi le poche volte che mi hanno fermato mi hanno subito riconosciuto.
Ormai da alcuni anni la Polizia di Stato cerca di comunicare con i cittadini anche attraverso eventi in cui partecipano personaggi del mondo dell’arte, dello spettacolo, della musica. Cosa ne pensi?
Questa iniziativa è una buona intuizione. L’arte è un linguaggio universale che non fa sentire le differenze e la polizia essendo una forza dell’ordine deve cercare l’armonia, perché l’ordine non è necessariamente paura.

Hai partecipato con una canzone e uno sketch al San Michele Arcargelo dello scorso anno. Che ricordo ne hai?
È stata una esperienza bella. Ho cantato e ho fatto un pezzo comico. Si sono divertiti tantissimo e ne fui contento perché non me l’aspettavo da una platea di persone in divisa, con alti gradi. Ricordo che ero molto emozionato.

La Polizia di Stato svolge un’intensa attività di educazione alla legalità nelle scuole. Tu sei un attore e comunichi con il pubblico. Te la sentiresti di dare un consiglio alla polizia sul modo migliore per trasmettere ai giovani i concetti di dovere, legalità e rispetto?
Penso che sia importante per prima cosa parlare alle famiglie e poi mettersi nei panni dei più piccoli. I bambini vedono la vita in un modo che noi adulti abbiamo dimenticato. Ecco, io penso che bisognerebbe riuscire a diventare agli occhi di ogni bambino un esempio, per cui anche la legalità diventa una “figata”.

01/06/2011