Angelo Maria Sanza

Spinta alla modernizzazione

Il clima politico e istituzionale in cui maturò la legge 121/81 raccontato in prima persona da uno dei protagonisti dell’epoca, l’allora sottosegretario all’Interno

Sono particolarmente grato a questo periodico di consentirmi la testimonianza che richiama una stagione lontana trent’anni, ma una stagione esaltante della mia esperienza come sottosegretario all’Interno. Al contempo celebra una fase politica di profondo mutamento istituzionale per il contenuto innovante del Nuovo ordinamento che trasformava il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza da reparto militare in amministrazione civile come era già in vigore nella maggior parte dei Paesi con democrazia matura.
La riforma si dibatteva da anni tra i due rami del Parlamento con la difficoltà di venire ad un coinvolgimento più vasto della maggioranza che governava dato il periodo storico di grande tensione istituzionale con le forze dell’ordine impegnate in una strenua lotta contro il terrorismo.
Nella Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, il dibattito su questo tema era molto teso tra un’area moderata preoccupata di non creare disparità tra le diverse forze di polizia e l’area della sinistra molto più favorevole a questo salto di qualità dell’ordinamento della sicurezza pubblica.
Le qualità professionali, uomo di diritto, dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni, rappresentarono per gli addetti ai lavori, partiti e forze sociali, certezze istituzionali nonché garanzia per le altre forze di polizia che continuavano a mantenere lo “status” militare.
Ricordo ad esempio, con soddisfazione, le lunghissime giornate trascorse con il capo della Polizia prefetto Coronas e con il capo di Stato Maggiore dell’Arma dei Carabinieri, generale De Sena, al fine di tenere in perfetto equilibrio ruoli e funzione tra gli uomini dei diversi corpi. In più a me toccava rassicurare quelle aree politiche più perplesse dentro e fuori il Parlamento che con la civilizzazione del Corpo temevano una conseguente e malvista sindacalizzazione. E pertanto bisognava frenare le tensioni che andavano nascendo tra i potenziali sindacati interni, spesso ispirati da ragioni più di controllo che di professionalità, e l’agitarsi delle sigle confederali tese a imporre una propria egemonia sul Corpo.
Le ragioni della riforma erano dettate dalla profonda esigenza di riorganizzare il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e dalla necessità di adeguare struttura e funzionamento a come fronteggiare forme di criminalità che si erano non soltanto estese, ma radicalmente trasformate, legando malavita comune a una diffusa criminalità politica, spesso in contatto.
Il progetto di riforma rispondeva a queste indicazioni con un largo consenso alla natura dello “status civile” degli appartenenti alla pubblica sicurezza; al riconoscimento di diritti sindacali e politici, nei limiti consigliati dalla peculiarità e delicatezza della loro funzione; ad un radicale riordinamento del personale che eliminava l’anomalia della coesistenza di militari e civili nell’ambito della stessa amministrazione; ad una profonda riorganizzazione delle scuole e quindi dei metodi d’istruzione e formazione del personale al fine di conseguire una più elevata professionalità; ad una compiuta previsione legislativa in merito al coordinamento tra le varie forze dell’ordine.
Si instaurava così in Italia un riordino delle forze dell’ordine che incontrava la stessa realtà nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali, i cui compiti di polizia erano affidati non a un corpo unico, ma a una pluralità di forze, con varie suddivisioni di competenze, per territorio o per materia, e con diverse forme di collegamento e coordinamento.
Pur tenendo presente le diverse posizioni di partenza culturale, politica, sindacale, bisognava riconoscere che, per la ricchezza delle implicazioni, per la molteplicità dei convegni, delle tavole rotonde, dei dibattiti, degli scontri, dei confronti sulla materia svoltisi, per l’incidenza su un settore assai complesso e variegato, per intervenire in un momento particolarmente delicato della vita sociale e per l’ampio ventaglio delle soluzioni proposte, assai spesso non coincidenti, il Parlamento licenziò con notevole senso di responsabilità un provvedimento equilibrato. Il testo in buona sostanza riusciva a scaricare forti tensioni evitando insanabili spaccature verticali tra le forze politiche seriamente attente ai problemi generali pur nella esaltazione della specificità delle forze di polizia, per la costruzione di un ordinamento omogeneo a quelli dell’Europa democratica.
Con il testo di riforma n. 121/81 si intendeva rispondere in modo non superficiale alle attese della categoria interessata, ma anche alle richieste di modernizzazione e di maggiore efficienza da parte dei poliziotti come voluto da una larga parte dei cittadini. Per questo, pur nella prudenza che la materia consigliava, si operarono innovazioni coraggiose soprattutto nelle parti relative allo “status” non più militare, alle condizioni di lavoro, orario, straordinario, riposo settimanale, reclutamento, all’addestramento, all’ordinamento del personale.
Non c’eravamo prefissi di cambiare ad ogni costo e tutto, ma in quei punti dove vi era la necessità e la possibilità di aumentare l’efficienza e la qualità del servizio senza remore e senza pregiudizi.
Il testo non rivoluzionava la pubblica sicurezza ma costruiva un percorso capace di annodare, di collegare quanto si andava facendo nella polizia con quanto accadeva in particolare nell’amministrazione civile dell’Interno, nelle altre forze di polizia e più ampiamente nel Paese.
In alcuni momenti, strumentalizzazioni politiche, pressioni corporative o demagogiche, la stanchezza stessa del lungo e difficoltoso iter rischiavano di compromettere la coerenza del testo in alcuni punti fondamentali. Ma fu proprio grazie al senso di responsabilità dell’allora ministro Rognoni, validamente supportato dal suo partito e con un largo credito nelle forze politiche di sinistra che ci permise di ricercare sempre un ampio consenso per una riforma di contenuti così vitali per lo Stato, evitando il rischio di cadere verso compromessi fumosi ed ambigui, ritenuti perniciosi per la successiva fase attuativa.
In maggiore o minore misura, infatti, ogni forza politica si misurò con due esigenze fondamentali: di riconoscere il massimo di diritti civili ai poliziotti e il massimo di vicinanza alle tematiche degli altri lavoratori; e dall’altra parte di tutelare in ogni modo la continuità e l’imparzialità del loro fondamentale servizio.
Pur nell’evidente diversità di opinioni su alcuni punti, non sempre marginali, la pubblica opinione comprese che su tale riforma, (sarebbe il caso di considerarlo oggi per la riforma dell’Ordinamento Giudiziario), il consenso doveva essere comunque ampio e che i pericoli andavano soppesati senza pregiudizi, senza faciloneria e che il risultato doveva essere di servizio per il cittadino.
Il leitmotiv che prevaleva nella maggioranza di governo era quello di rassicurare i poliziotti e le altre forze di polizia che la riforma non era la riforma di un partito né della stessa maggioranza, né di una categoria intera, né di un sindacato, era una riforma voluta a larghissima maggioranza dall’opinione pubblica con la quale si rispondeva alle necessità dei poliziotti e del vivere civile secondo la comune sensibilità di una democrazia matura.
Ci fu in tutti l’orgoglio di rivendicare il merito di volere una polizia democratica posta davvero a difesa delle istituzioni e dei cittadini nel giusto contemperamento dei diritti degli appartenenti alle forze di polizia e delle esigenze dello Stato e dei cittadini.


La prima vittima dopo la riforma
 
Anche senza stellette gli agenti sono sempre nel mirino di terroristi e mafiosi. Non si ferma la violenza eversiva e così la polizia appena riformata vede la sua prima vittima del dovere: il brigadiere Luigi Carbone, 56 anni, sposato con tre figli, in servizio alla questura di Napoli, trucidato a colpi di mitraglietta dalle brigate rosse durante la sanguinosa fase del rapimento dell’assessore regionale campano Ciro Cirillo. Entra in vigore il 25 aprile del 1981 la riforma della polizia e il 27, appena due giorni dopo, c’è già il primo morto ammazzato, nella scia di una mattanza che ha come vittime anche giornalisti, carabinieri e magistrati oltre che poliziotti. Le Br, nonostante gli arresti a catena, in quel periodo costituiscono ancora una minaccia gravissima per la nostra democrazia. E la mafia non è da meno. Infatti, mentre si vara il nuovo corso della Polizia di Stato, a Palermo e dintorni è in atto una crudele guerra tra bande. Con i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano che mietono boss e picciotti nel clan avverso dei Bontate.

01/04/2011