Raffaele Camposano

Patria e Stato

La polizia prima e dopo l’Unità d’Italia

 

 

Prefazione
Il 17 marzo di Lucio Villari
Tra comunicazione e scuola. Il 17 marzo 2011 lo passo così. La mattina sono in Rai per commentare “storicamente” in diretta la presenza del Capo dello Stato nelle cerimonie ufficiali che si svolgono a Roma mentre il pomeriggio lo dedico agli studenti del Liceo classico “Tasso” di Roma, parlando con loro del Risorgimento.
Non interpreto questo appuntamento né come una commemorazione né come una celebrazione. La commemorazione è per i defunti o per eventi tristi. La celebrazione è un termine troppo solenne e retorico. Preferisco parlare del 17 marzo come di una Festa della Nazione. Come è la Festa della Repubblica il 2 giugno, come per i francesi è la Festa del 14 luglio che ricorda la presa della Bastiglia nel 1789 e come negli Stati Uniti si festeggia il 4 luglio per la dichiarazione d’indipendenza del 1776. L’Unità d’Italia è qualcosa che appartiene a tutti noi e che viviamo come italiani nella quotidianità dei nostri gesti e delle nostre azioni. Andrebbe festeggiata ogni giorno, paradossalmente.
Il 17 marzo 1861 è una data da ricordare come un bel momento della nostra storia, momento in cui si suggella l’identità italiana sotto forma di uno Stato unitario. Sebbene l’identità italiana ha cominciato a formarsi molto prima, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali. Mancava solo la coesione politica, poiché l’Italia era divisa in tanti Stati e staterelli, alcuni dei quali occupati direttamente o controllati o protetti da Paesi stranieri,come l’Austria e la Francia. La coesione fu raggiunta grazie alle lotte risorgimentali. Gli italiani dopo il 17 marzo 1861 hanno continuato ad essere italiani ma con alle spalle un re, una capitale, un parlamento, un governo, insomma delle istituzioni stabili. Hanno poi dovuto affrontare contrasti e difficoltà conseguenti al processo di unificazione ma questo è avvenuto anche in altri Paesi che hanno lottato per la propria libertà. Gli Stati Uniti, per esempio, sono partiti benissimo e poi hanno dovuto affrontare a metà Ottocento una sanguinosissima guerra civile contro le spinte separatiste. Insomma, persino lo Stato più moderno e democraticamente avanzato di allora ha incontrato e risolto resistenze all’unificazione. Anche il Belgio ancora oggi patisce i dissidi di origine medievale tra valloni e fiamminghi. In Spagna i Paesi Baschi e la Catalogna premono per staccarsi. I cechi si sono separati dagli slovacchi. La Serbia e la Russia hanno poi vissuto travagli ben più gravi. Insomma a noi non è andata tanto male…
Sono sicuro che questo inserto non lo leggeranno solo gli appassionati del Risorgimento o i nostalgici dei tempi andati. La Storia non appartiene al museo o all’antiquariato, è materia viva. Credo che anche un poliziotto venticinquenne da poco entrato nella Polizia di Stato capisca meglio chi è e dove sta andando come cittadino e come italiano se sa da dove viene, cioè se conosce le sue radici. Sono convinto anzi che sia soprattutto importante per i giovani scoprire o riscoprire queste pagine del nostro passato e chi pensa che ciò non interessi i nostri figli si sbaglia.
Ho trascorso questi ultimi mesi a presentare in vari luoghi d’Italia il mio libro Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento (edizioni Laterza), soprattutto in tante scuole e gli studenti si sono mostrati affascinati e incuriositi dal Risorgimento, perché proprio sono stati i giovani, con le loro energie e passioni ad esserne stati i protagonisti. Ecco, il libro l’ho scritto soprattutto per le ultime generazioni e, in pochi mesi, ha visto 11 edizioni. Vuol dire che l Risorgimento ha catturato i lettori più giovani. Ai giovani questa Italia unita piace.
Dell’Italia contemporanea e delle nostre radici si è sempre discusso, ma oggi, per ragioni evidenti, il tema sembra più interessante. Forse l’interesse è anche una reazione all’indifferenza, al finto problema della revisione storiografica, alle marginali ma rumorose e amplificate prese di distanza dal Risorgimento e da un anniversario che potrebbe invece essere utile al dibattito politico. Ebbene, la vitalità di una storia che ci appartiene, il suo serio “riconoscimento”, possono essere l’unico innocente antidoto al suo rifiuto.

Indietro non si torna!
Dopo il crollo dell’impero napoleonico del 1815, il conseguente ritorno all’ancienne regime, attuato dai vecchi regnanti come condizione essenziale a salvaguardia del principio di “legittimità”, non intaccò tuttavia l’eredità lasciata dalla dominazione francese in Italia, che finì per condizionare tutto il periodo della Restaurazione.
I modelli organizzativi d’Oltralpe, infatti, influirono sensibilmente sulla ricostituzione delle entità statuali e, in particolare, delle strutture dei vari eserciti e delle polizie pre-unitarie, che presero a modellarsi sulla gendarmerie nationale (creata nel 1790 dall’Assemblea costituente francese) e sui corpi di gendarmeria che seguirono Bonaparte anche in Italia.
Inoltre, nell’ambito della gestione dell’ordine e della sicurezza pubblica si affermò il principio, anch’esso di derivazione francese, che “un solo istituto […], liberato di ogni diversa cura” dovesse mirare “a mantenere imperturbati l’ordine e la sicurezza”(1).
I moti rivoluzionari del 1821, le trame e le insurrezioni del 1831 e le sommosse popolari del 1848 non fecero altro che evidenziare nuovi e gravi “pericoli” per la stabilità interna degli Stati pre-unitari, la cui indipendenza era minata costantemente dalle influenze delle grandi potenze straniere, allora egemoni in Europa; in questo contesto l’abituale impiego dell’esercito per la gestione manu militari dell’ordine e della sicurezza e il reclutamento dei poliziotti tra i delinquenti per contrastare più efficacemente il crimine(1 bis) non potevano più essere considerati dai reggitori degli Stati un efficace rimedio per la salvaguardia della “legalità”, intesa come “ordine da mantenere e regole da osservare nel mantenerlo”(2).
Pur mantenendo un marcato stampo repressivo, le politiche di sicurezza pubblica adottate in Italia nel periodo pre-unitario tendevano ad uniformarsi allo schema organizzativo francese: polizia ramificata sul territorio ma centralizzata in un’apposita amministrazione e professionale, almeno negli intenti(3).
Se il principale impiego della polizia era finalizzato al controllo delle “classi pericolose”, non c’è da stupirsi del fatto che la legislazione di polizia dell’epoca si caratterizzasse per la presenza di forti continuità con il periodo assolutistico, il cui contenuto si sostanziava nella limitazione della libertà personale, attuata senza processi o condanne.
All’identificazione, attraverso le norme, di intere categorie di persone sospette, nei cui confronti potevano essere applicate, molto spesso indiscriminatamente, misure quali l’ammonizione, si aggiungevano le disposizioni che disciplinavano attentamente le tradizionali attività soggette alla vigilanza di polizia; ciò non poteva che incrementare il numero degli emarginati sociali e l’ansia di libertà e di “nuovo” degli italiani, aspirazioni che saranno poi alla base del processo risorgimentale.
Era tempo di cambiare anche per la polizia: indietro non si poteva più tornare!

I difficili esordi in Piemonte
Nel Regno di Sardegna la trasformazione in senso liberale dell’attività statuale di salvaguardia della convivenza civile fu assicurata nel 1848 con l’istituzione dell’Amministrazione della pubblica sicurezza, voluta da Re Carlo Alberto di Savoia(5).
Il nuovo organo, subentrato alla Direzione di polizia, era incaricato di “vegliare e provvedere preventivamente all’ordine e all’osservanza delle leggi nell’interesse sì pubblico che privato”(6).
Il nome di pubblica sicurezza fu voluto, come scrisse Astengo, “a giusta soddisfazione dell’opinione pubblica, cui suonava ingrato l’antico nome di polizia, e con l’intendimento di rendere meglio palesi i nuovi più vasti e più nobili compiti di questo istituto che veniva innalzato a vera e propria amministrazione”(7).
Il sentimento più diffuso nell’opinione pubblica nei confronti della polizia, tuttavia, restò per molto tempo di sfiducia, ma non mancava il disprezzo(8); verso la metà del 1800 questa era la considerazione popolare dello sbirro(9): “senza alcuna specializzazione tecnica, culturalmente rozzo, scelto a caso, privo di una consapevolezza sia pur rudimentale dei problemi sociali emergenti, svincolato di fatto dall’obbligo di rispettare la legge, insensibile al rispetto dei più elementari diritti di coloro che sono oggetto delle sue attenzioni”(10).
In virtù della riforma del 1848, promossa dal ministro Pinelli, le funzioni di ps vennero disimpegnate esclusivamente da funzionari civili sulla base di una differente competenza territoriale: nella divisione amministrativa (gruppo di più province) dall’intendente generale, nella provincia dall’intendente, nei mandamenti dai delegati e nei comuni dai sindaci di nomina governativa.
A Torino e a Genova, città capoluogo di divisione, erano presenti i questori, posti alle dirette dipendenze dell’intendente generale, coadiuvati dagli assessori(10 bis) e dagli apparitori, quest’ultimi con compiti meramente esecutivi; agli uffici dei questori e degli assessori erano addetti segretari e scrivani.
I funzionari di ps, in ogni caso, potevano essere dislocati in quei Comuni dove la loro presenza, inizialmente non prevista, si rendeva necessaria per particolari esigenze, fermo restando le residuali competenze dei sindaci in materia di sicurezza pubblica.
I requisiti per la loro assunzione seguivano la direzione di una maggiore professionalizzazione degli organici: ai questori era richiesta la laurea in legge e la provenienza dall’ordine giudiziario, mentre gli assessori, oltre all’analogo titolo di studio, dovevano comprovare una precedente esperienza nel settore legale.
Per i delegati, invece, era necessario un’anzianità di servizio di almeno due anni in altre amministrazioni pubbliche, mentre gli apparitori dovevano solo soddisfare, più modestamente, requisiti di intelligenza e di riconosciuta onestà.
L’esecuzione degli ordini di sicurezza pubblica era affidata al corpo dei Carabinieri Reali(11), ma nelle città capoluogo di divisione amministrativa essa era devoluta a compagnie o a distaccamenti di Carabinieri Veterani, costituiti il 27 novembre 1841, anch’essi organici dei Carabinieri Reali(12)
La Guardia nazionale, istituita con il decreto di approvazione dello Statuto Albertino, concesso con regio editto del 4 marzo 1848(13), poteva intervenire in ausilio alla forza pubblica prevalentemente per la tutela della quiete pubblica e a difesa dello Stato e delle libertà previste dallo Statuto, pur non potendo considerarsi in senso stretto una forza di polizia (ai suoi appartenenti non venne mai riconosciuta la qualifica di agenti di ps).
Una riforma della riforma fu varata nel 1852 con l’istituzione del Corpo delle guardie di ps, totalmente militarizzato e dipendente dal ministero dell’Interno(14), inizialmente costituito da poche centinaia di ex militari (precisamente 300 unità(15 bis), reclutati in maniera approssimativa in confronto ai 5.000 effettivi dei Carabinieri Reali.
La creazione di tale Corpo era giustificata dalle accresciute esigenze di mantenere l’ordine pubblico, a seguito delle disastrose conseguenze della Prima guerra d’Indipendenza e alla necessità di estendere all’interno del Regno il rispetto della legge, garantendo nel contempo la sicurezza dei cittadini(15). Il servizio veniva svolto sia in uniforme che in abiti civili e a tutti i suoi appartenenti era applicabile un regolamento disciplinare molto simile a quello militare, l’obbligo del celibato e quello della dimora in caserma.
L’organizzazione militare del Corpo, che non trovava riscontro in nessun altro paese europeo, fu uno degli argomenti più criticati all’epoca sul piano politico.
Comunque, nell’espletamento dei servizi di polizia era ancora consentito il ricorso alla Guardia nazionale, ai Carabinieri Reali e all’esercito.
Questi i compiti affidati alle Guardie di ps: “mantenere l’ordine, la tranquillità e la sicurezza pubblica; vigilare gli oziosi, vagabondi e mendicanti, donne di malaffare, giocatori e recidivi; ricerca non interrotta dei malfattori di ogni genere, seguendo attentamente ogni traccia indicante e valevole a far presumere i reati; accorrere agli incendi ed altri simili avvenimenti, provvedendo alle occorrenze nel miglior modo possibile”. Come possiamo constatare, pur cambiando negli anni la denominazione del Corpo, le uniformi e lo status, tali sono rimasti, sostanzialmente immutati.

Le Guardie avanzano in Italia
Nel 1854 l’organico del Corpo fu incrementato di 114 unità e, con la legge n. 197, fu emanato il suo primo Regolamento, composto da 68 articoli che ne regolavano il reclutamento, le promozioni, i servizi d’istituto, le pensioni (che venivano concesse generalmente dopo 25 anni di servizio, salvo le ipotesi di infermità contratte per causa di servizio) le retribuzioni ed i gradi.
Nello stesso anno gli fu esteso il regolamento di disciplina dei Carabinieri Reali, emanato nel 1822.; le punizioni spaziavano dall’arresto in caserma all’espulsione o all’assegnazione d’autorità al Corpo di disciplina dell’Esercito, i Cacciatori franchi.
Nel 1859, su impulso di Urbano Rattazzi, fu introdotto il nuovo Ordinamento della ps (legge 13/11/1859 n. 3720), con il quale si riordinò il personale: la qualifica di assessore fu sostituita con quella di ispettore; fu creata quella di applicato, mentre rimase quella di delegato.
Questa legge, emanata appena quattro mesi dopo la conclusione della Seconda guerra di Indipendenza(15 ter) e rimasta in vigore fino al 1865, distinse inoltre i funzionari di ps in gradi e classi e ampliò le materie d’interesse della ps, già oggetto di previsione normativa; fra l’altro, essa stabiliva che le licenze delle autorità municipali fossero sottoposte al visto dell’autorità politica.
La rilevanza di questa norma è notevole poiché, dopo brevi periodi di transizione durante i quali i vari governi provvisori dovettero ricorrere a provvedimenti di carattere eccezionale ed emergenziale, essa fu estesa a tutti gli Stati che, con la loro annessione alla monarchia sabauda entrarono a far parte del Regno d’Italia.
Alla data del 6 maggio 1861, il personale del Corpo aveva raggiunto quota 1.628 e pochi mesi dopo registrava un incremento di un circa un migliaio di nuove guardie, molte delle quali furono dislocate in Toscana (400 unità) e nell’ex Regno delle Due Sicilie (1.435 unità) .
A far lievitare la cosiddetta “densità poliziesca” nel periodo immediatamente successivo all’unificazione, non erano soltanto gli appartenenti al Corpo della Guardie di ps e ai Carabinieri Reali (19.896 unità nel 1862) ma tutti coloro che erano investiti, direttamente o indirettamente, di funzioni di pubblica sicurezza (come la Guardia nazionale, le guardie civiche, campestri, forestali e daziarie, gli addetti alla manutenzione delle linee telegrafiche, compresi i capisquadra e i guardafili).
Gli anni che seguirono la proclamazione dell’Unità d’Italia furono anche caratterizzati da seri perturbamenti dell’ordine pubblico, dovuti in particolare alla rivolta per il macinato in Val Padana e al fenomeno del brigantaggio al Sud, per debellare il quale furono emanate leggi durissime e liberticide.
A Polizia, Carabinieri ed Esercito, ancorché maltrattati, disorganizzati e con pochi mezzi, toccò il difficile compito di ristabilire l’ordine ad ogni costo.
Per far fronte a questa emergenza, la valutazione oculata del personale da impiegare avrebbe potuto essere l’arma vincente per riuscire a fondare saldamente il nuovo istituto di polizia, ma la limitatezza delle risorse, unita alla scarsa lungimiranza ed energia dei politici, impedirono che dopo l’Unità il reclutamento nella ps avvenisse in maniera ponderata e selettiva.
Fatte le necessarie epurazioni degli elementi più inaffidabili e prevaricatori, il nuovo personale fu assunto, infatti, abbastanza disinvoltamente, spesso sulla base di criteri esclusivamente politici, clientelari o opportunistici(17).
In proposito è emblematico quanto avvenne a Milano dopo il ricongiungimento della Lombardia al Regno di Sardegna (1859), quando le nuove autorità dovettero decidere sulla sorte dei 1.449 ex “sbirri “, in gran parte di origini italiane, che si erano arruolati come volontari nella polizia austriaca; considerato il loro grado di efficienza in servizio e il buon inserimento sociale raggiunto, non vennero discriminati e si consentì il loro arruolamento nelle divisioni dei Carabinieri Reali di Milano, Como, Brescia, Pavia e Cremona.
Ciò a dimostrazione di quanto fosse elevato il grado di eterogeneità del personale raggiunto all’interno delle forze di polizia operanti nello scenario post-unitario.

Il Segretario Spaventa la Polizia
Il filosofo Silvio Spaventa, nominato dal Governo nel 1860 Segretario generale degli affari interni, era convinto che i poliziotti fossero “la più bassa categoria di servitori dello Stato” dalla quale era lecito attendersi “una dedizione illimitata non solo nelle opere ma negli affetti”.
Rivedendo il regolamento del Corpo delle guardie di ps, impose senza eccezioni il celibato alle guardie, convinto che “l’individuo distratto dalle cure e dai bisogni della famiglia non sempre è disposto a sostenere i disagi e le fatiche ed ad affrontare i pericoli del servizio”(16); alla motivazione filosofica aggiungeva quella, più pragmatica, di evitare “il peso che le traslocazioni degli ammogliati avrebbero avuto per le finanze dello Stato”.
Sempre nello stesso anno, l’Amministrazione della ps fu denominata Direzione generale della ps rimanendo nell’ambito del ministero dell’Interno.
L’anno successivo emersero alcuni progetti di ristrutturazione dell’istituzione polizia, fra i quali un disegno di legge del ministro Minghetti con la proposta di riunire la polizia municipale a quella statale per evitare l’aumento di organico e limitare le spese; l’idea sarà ripresa qualche anno dopo da Crispi con l’istituzione del Corpo delle guardie di città.
La Direzione generale della ps fu soppressa nel 1863, per essere nuovamente istituita nel 1866 col nome di Direzione superiore della sicurezza pubblica, diventando da quel momento una delle articolazioni maggiori del ministero dell’Interno.
I continui cambi di denominazione e le modifiche organizzative della struttura di vertice della ps non devono, tuttavia, indurre a pensare ad una sua intrinseca debolezza; al contrario, il controllo esercitato dal ministero dell’Interno sulla società appare efficace e pervasivo non solo per l’impiego degli organi di polizia negli aspetti di sicurezza interna, ma anche per il sapiente coinvolgimento di altre istituzioni pubbliche quali le strutture carcerarie, le opere pie e assistenziali, la sanità, più a contatto col tessuto sociale.
Nel 1865, dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (17 bis) si rese sempre più urgente per il governo provvedere all’unificazione legislativa e amministrativa del Regno; ciò avvenne con l’emanazione della legge n. 2248, approvata il 20 marzo 1865, con la quale venivano estese a tutto il Regno le sei leggi amministrative fondamentali, tra cui quella riguardante in particolare la pubblica sicurezza, riportata nell’allegato B della norma.
Poco tempo dopo fece seguito il regolamento esecutivo n. 2336 del 18 maggio 1865 e con il rd 24 agosto 1865, l’approvazione dell’organico del personale di ps.
La citata legge del 1865 inoltre conteneva norme riguardanti la polizia preventiva e di sicurezza e le disposizioni sul personale.
Con questo nuovo ordinamento della ps si cercò di differenziare la posizione di chi dirigeva l’Amministrazione della ps (ministro, prefetto e sottoprefetto) da quella di coloro che semplicemente ne facevano parte o concorrevano alla sua operatività (questori)(18).
Nel contempo, vennero ampliati i poteri del prefetto nelle province, il cui ruolo finì per combaciare sempre più con l’Amministrazione di polizia dal momento che la sua competenza si estendeva alla materia elettorale, agli affari riservati, al culto, alle carceri, all’assistenza e alla vigilanza sugli enti locali(18 bis).
Le continue e dirette ingerenze del prefetto negli affari di polizia non mancarono, tuttavia, di suscitare frizioni e sovrapposizioni con la figura del questore, portando ad auspicare all’interno dell’esecutivo una maggiore autonomia dell’Amministrazione della ps dal potere prefettizio.
Infine, in questo periodo furono emanate numerose circolari concernenti l’accasermamento, gli stipendi e le ritenute degli appartenenti al Corpo delle guardie di ps.

In difesa della Patria
Il 26 febbraio 1869, nel corso della discussione parlamentare sul bilancio del ministero dell’Interno, in particolare sui capitoli riguardanti le spese per la ps, dall’opposizione furono mosse critiche all’intero sistema di polizia per la sua inadeguatezza.
Due anni prima, il presidente del Consiglio Bettino Ricasoli ancora consigliava ai prefetti di reclutare il personale di polizia tra i ceti più bassi della popolazione per trovare “uomini umili disposti ad abbracciare una vita di pane amaro”(18 ter).
Significativo è il fatto che ancora agli inizi del Novecento i corsi di addestramento dedicati alle guardie fossero basati sullo studio della lingua italiana e dei rudimenti di aritmetica piuttosto che sulle tecniche di polizia(18 quater), ma come di solito avviene, alle ragioni della politica sembrano sfuggire, talvolta, aspetti della realtà che andrebbero invece raccolti e valutati con maggiore riguardo e rispetto.
Si è detto di guardie umili, ignoranti, forse anche incapaci, ma pochi forse sanno della generosità e dello slancio ideale con cui molti di loro chiesero di prendere parte all’epopea di liberazione risorgimentale; risulta, infatti, che diverse centinaia di guardie di ps abbiano combattuto nelle guerre d’indipendenza in reparti inquadrati al fianco dell’esercito sabaudo, benché formalmente esonerate dal servizio militare.
Inoltre, molte furono le domande di arruolamento volontario, a patto di essere reintegrati nell’organico del Corpo a guerra finita, respinte dal ministero per non compromettere la compattezza degli organici da impiegare nella tenuta dell’ordine interno.
Poliziotti e patrioti, dunque, che rimasero in prima linea anche negli anni della feroce lotta al brigantaggio nelle regioni del Sud, dove il loro contributo nell’attività di esplorazione e di controllo del territorio alla ricerca di renitenti alla leva e di pericolosi briganti e latitanti risultò insostituibile e decisivo, così come ci viene testimoniato dalle numerose decorazioni di cui furono insigniti molti di loro, purtroppo anche alla memoria.

Bolis il riformatore
All’inizio del 1870 l’attività di polizia era diretta prevalentemente al controllo dei movimenti repubblicani, anarchici e socialisti, il più delle volte ispiratori ed esecutori di alcuni tentativi insurrezionali, che furono frequentemente stroncati militarmente.
Nel 1871 la stampa di opposizione e i suoi rappresentanti parlamentari, in aperto conflitto con il governo, giunsero addirittura a reclamare l’abolizione del Corpo delle guardie di ps.
In questo frangente così convulso e difficile per l’ordine pubblico(1873), il ministro dell’Interno Villa chiamò a capo della Direzione generale della ps il prefetto Giovanni Bolis, già questore di Roma.
Una delle sue prime innovazioni fu la redazione quotidiana di un bollettino sui rapporti ufficiali sullo stato dell’ordine pubblico provenienti dalle prefetture, da esporre nel salone del palazzo del ministero dell’Interno a disposizione della stampa, affinché, pur restando libera nei suoi apprezzamenti sui fatti, avesse di questi conoscenza esatta.
Inoltre, egli propose “alcune importanti riforme nell’ordinamento del personale per migliorare e rendere più rispettata la carriera della ps, per incitare i giovani d’ingegno e forniti di buoni studi ad entrarvi e di far sì che chiunque avesse meriti e capacità potesse d’allora in poi ascendere ai gradi superiori”.
L’opera di moralizzazione appena intrapresa interessò anche la Sicilia, dove al desiderio di riforme sociali sempre maggiormente avvertito dal popolo, faceva da contraltare lo strapotere malavitoso e dei vecchi possidenti rurali di gattopardiana memoria.
Con il rd 27 marzo 1877 n. 3572, il Corpo dei militi a cavallo, istituito da Garibaldi nel 1860, al centro di polemiche per la presunta connivenza con la “maffia”, fu sostituito dal Corpo delle guardie a cavallo per le province siciliane; questo cambiamento, tuttavia, non permise di conseguire i risultati sperati nella lotta a una tipologia di malaffare diffuso endemicamente e radicato anche nei centri di potere economico e politico dell’Isola.
In questi anni si accentuò anche la distribuzione sul territorio nazionale dei due corpi di polizia più importanti: i Carabinieri Reali nei piccoli centri e le Guardie di ps in quelli urbani.
Dopo l’attentato non riuscito al nuovo Re d’Italia Umberto I del novembre del 1878, il governo e la polizia furono messi sotto accusa e si sviluppò un appassionato dibattito sul rapporto tra libertà e ordine e sul ricorso a eventuali misure eccezionali, che non furono, però, adottate(19); il governo Depretis accentuò comunque la morsa repressiva nei confronti degli appartenenti ai circoli internazionalisti ed agli anarchici.
Il 5 settembre 1880 venne disposto il riordino della Direzione dei servizi di ps del ministero dell’Interno, con la previsione di tre nuove articolazioni: una Divisione per gli affari di polizia giudiziaria e amministrativa; una seconda per il Personale dell’Amministrazione della ps ed, infine, un Ufficio politico.
A seguire, il 27 ottobre successivo fu emanato un nuovo e corposissimo regolamento del Corpo delle guardie di ps a piedi, al cui arruolamento già la Direzione Generale aveva cercato di dare il maggior impulso facendo dovunque pubblicare opportuni manifesti dai sindaci (20); pur non esente da lacune ed imperfezioni, tale regolamento conteneva notevoli e positive innovazioni per il prestigio e le funzioni del Corpo, con l’aumento dell’organico di 200 unità, portando la forza complessiva a 4.007 uomini.
L’azione riformatrice del prefetto Bolis, tutta intesa al radicale riordinamento dell’Istituto, interessò anche la funzione di polizia, istituendo statistiche sui reati, sui pregiudicati e minorenni, sui catturandi.
Per la prima volta, fu istituito un servizio di vigilanza in ferrovia, poi perfezionato con la creazione di commissariati compartimentali di ps presso le Ferrovie dello Stato(21).
Questa ventata di efficientismo fu molto enfatizzata dalla stampa, che riscontrò un miglioramento indubbio delle condizioni della sicurezza pubblica e un sensibile decremento della criminalità, anche per merito delle brillanti operazioni compiute dagli uomini della polizia. Ciò incoraggiò ulteriormente nuove riforme a favore della pubblica sicurezza; una di queste portò al nuovo regolamento per le Guardie a cavallo (rd 29 gennaio 1882 n. 632), che comportò una notevole economia sia per l’Erario che per i comuni.
Particolare cura fu dedicata inoltre alla selezione e alla formazione del personale; oltre al già citato incremento dell’organico del Corpo, venne migliorata la paga dei poliziotti (adeguata a quella delle guardie municipali) e furono apportate modifiche importanti alla tabella delle pensioni (22).
Per la prima volta fu istituito il Ruolo degli agenti ausiliari per coadiuvare l’Amministrazione della ps nella vigilanza per la prevenzione dei reati e la tutela dell’ordine pubblico e dell’investigazione; la loro ferma durava un anno, vestivano in abiti civili, non avevano l’obbligo dell’accasermamento e, inoltre, potevano sposarsi.
Bolis morì prematuramente alla fine del 1883, proprio mentre era in discussione il progetto di una completa e organica riforma della legge sulla ps, alla quale non aveva fatto mancare i suoi preziosi suggerimenti.
Nel 1887 Crispi, subentrato a Depretis, cominciò subito ad occuparsi della pubblica sicurezza, presentando alla Camera un disegno di legge per migliorare il Corpo delle guardie di ps, ed aumentarne gli arruolamenti visto che continuavano a essere scarsi(23).
I miglioramenti proposti da Crispi, approvati dal Parlamento con la legge n. 4576 del 19 giugno 1887, prevedevano l’aumento di organico da 4.005 a 5.000 guardie, la cui nomina di competenza prefettizia passava nuovamente al ministero dell’Interno, l’incremento della paga per sottobrigadieri e guardie, l’abolizione della qualità di appuntato sostituita con quella di guardia scelta, il miglioramento del trattamento di pensione e della sistemazione degli agenti ausiliari per liberare le guardie da tutti quei servizi che, pur essendo “indispensabili, menomano la loro autorità in faccia alla pubblica opinione”(24).
Crispi propose anche l’istituzione della figura del Direttore generale della ps, poiché fino ad allora la “Direzione dei servizi di ps” era conferita a dei prefetti “in missione”, che venivano distolti per un certo periodo di tempo dalle rispettive province.
Alla Direzione generale della ps, che già esisteva di fatto, fu attribuito finalmente un riconoscimento giuridico, senza variazioni, comunque, alla sua natura, alla sua composizione e alle sue attribuzioni, in quanto il posto di Direttore generale continuò ad essere ricoperto da prefetti.
Nel 1887 furono regolati inoltre l’ordinamento degli uffici di ps e il Servizio d’archivio e protocollo.

Il cambio della Guardia
Nel biennio 1888-1889, a seguito dei preoccupanti conflitti e tensioni sociali legate alla grave crisi edilizia ed economica che colpì la Capitale, l’esecutivo riscontrò una mancanza di coordinamento tra le Autorità di ps nella gestione dei servizi di ordine pubblico, a cui si aggiungeva l’insufficienza dell’organico della polizia, che rendeva ancora necessario l’intervento dell’esercito nei disordini di piazza.
A far paura erano soprattutto gli attentati dinamitardi degli aderenti al movimento anarchico. Il rapido deterioramento della situazione politica comportò una inevitabile dura repressione.
Il 31 gennaio 1889, il presidente Crispi, riproponendo alcuni progetti già presentati e poi ritirati alla Camera, promosse una legge organica. Il punto sul riordino degli uffici e del personale di ps (che era allo studio già dal 1865) nonchè il progetto di fusione delle guardie municipali con quelle di ps, tuttavia bocciato per la fiera opposizione di molti consigli comunali “preoccupati di possibili aggravi di spesa e principalmente per il pericolo che fosse lesa l’autonomia di comuni”.
Dopo un elaborato iter legislativo, il 21 dicembre del 1889 si arrivò all’istituzione del Corpo delle guardie di città (nella foto sotto un’immagine che ne ritrae un gruppo) nel quale confluirono gli ordini delle Guardie di ps a piedi e a cavallo (25).
Al Corpo, che era inquadrato ed amministrato da ufficiali di ps, per la prima volta abilitati a svolgere funzioni di polizia e di comando di reparto, fu affidato il servizio di polizia amministrativa, giudiziaria e municipale nei centri urbani(26); altre innovazioni riguardarono l’organizzazione degli agenti investigativi in borghese, l’Anagrafe di polizia (27) e l’introduzione di sistemi scientifici d’indagine.
Citando il Ghisalberti: ”La sostituzione del Corpo delle guardie di ps con il Corpo delle guardie di città più che una nuova istituzione è da considerarsi un provvedimento di assestamento e di adeguamento che non infirma la continuità giuridica dei due organismi nei periodi 1852-1890 e 1890-1919. Nulla di mutato nei criteri disciplinari, salvo un più accentuato adeguamento al regolamento di disciplina dell’esercito, come nulla di mutato nei criteri fondamentali sul rendimento e sull’ordinamento dei servizi”(28).
Fallita la politica del pugno di ferro si puntò su una maggiore tolleranza da parte della polizia nei servizi di ordine pubblico, ma ciò non impedì che si verificassero altri scontri di piazza con numerosi morti e feriti.
In quei frangenti la delinquenza comune impensieriva meno di quella politica, visto che era concentrata in pochi quartieri malfamati delle maggiori città e, se non altro, poteva essere tenuta sotto controllo con una discreta efficienza. Discorso a parte meritavano, invece, la mafia e la camorra il cui radicamento sul territorio siciliano e campano, retaggio di tradizioni e storie antiche, avrebbe richiesto interventi ben più incisivi e non soltanto di polizia .
Nel 1893 l’organico del Corpo delle guardie di città, nonostante avesse raggiunto un totale di 10.355 uomini, era ancora insufficiente per il presidio del territorio; la situazione si aggravò ulteriormente tra l’estate e l’autunno, in occasione delle manifestazioni ostili alla Francia, originate dalla reazione popolare all’eccidio a sfondo xenofobo contro nostri connazionali avvenuto ad Aigues Mortes(29).
Per arginare la minaccia anarchica furono varate leggi speciali durissime che prevedevano nuove misure di ps, tra cui il domicilio coatto e lo scioglimento d’autorità del Partito socialista e di tutte le sue associazioni sindacali e di mutuo soccorso.
Il secondo fallito attentato ad Umberto I, avvenuto il 22 aprile 1897, fece emergere gravi carenze nella direzione dei servizi di polizia, compresi quelli relativi alla protezione del sovrano; l’inchiesta fu affidata al senatore Astengo il quale non lesinò critiche al vertice dell’Amministrazione della ps che, a suo dire, era “rovinata più dai capi che dai minori”.
Egli, peraltro, suggerì di riformarla, affidando incarichi a funzionari provenienti dai ruoli della pubblica sicurezza, sposando in pieno una delle principali rivendicazioni di alcuni illuminati poliziotti riformisti, tra cui Cesare Mori che sarebbe poi divenuto il famoso “prefetto di ferro” della lotta alla mafia siciliana negli anni 20 del XX secolo.
Dopo la grave sconfitta militare di Adua del 1896(30),il presidente del Consiglio Di Rudinì, accusato da più parti di debolezza ed ambiguità, ricorse nuovamente alle maniere forti per dominare le tensioni di piazza, divampate in tutta Italia per le proteste popolari contro il caro vita e l’aumento del pane e dei generi di prima necessità.
Difficile banco di prova dell’esecutivo fu Milano, dove Fiorenzo Bava Beccaris, generale comandante di quella piazza militare, per “pacificare” gli animi ricorse alle truppe e ai cannoni (8 maggio 1898), causando un numero impressionante di morti e feriti.
La proposta di Astengo fu in parte accolta nel 1899 da Giovanni Giolitti, convinto assertore che l’ordine pubblico esigesse, oramai, più mediazioni politiche che interventi repressivi; la “rivoluzione” giolittiana, tuttavia, durò appena un anno, poi tutto ritornò come prima.
In questo periodo fu istituita la figura del vice direttore, cui fu preposto un ispettore generale di ps e, nel 1901, entrò in vigore il Testo unico sugli ufficiali ed agenti di ps a seguito del quale furono emanati due regolamenti: per i funzionari ed impiegati di ps e per il Corpo delle guardie di città(31) (32).
In un periodo di profonda trasformazione economica, attraversato da rivendicazioni sociali spesso violente e incontrollate, il Corpo delle guardie di città, pur tra molteplici difficoltà, seppe comunque mantenere alti i suoi ideali, contribuendo al rafforzamento dello Stato e al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica.
Si guadagnò, inoltre, il riconoscimento dei cittadini per l’attività di soccorso prestata alle popolazioni colpite dal disastroso terremoto calabro-siculo del 28 dicembre 1908 e dal terremoto della Marsica del 13 gennaio del 1915, che devastò in particolare la città di Avezzano; per il sacrificio e l’abnegazione evidenziati il Corpo fu anche insignito di due medaglie d’oro al valor civile.
Risale alla fine del XIX secolo il primo movimento di poliziotti riformisti che lamentavano le precarie condizioni di vita e professionali nonché la sottomissione alla burocrazia prefettizia.
Fatta l’Italia bisognava ancora qualificare i poliziotti! 


Le polizie preunitarie

Il Lombardo - Veneto
Prima dell’unificazione italiana, l’organizzazione statale della regione imperiale austro-ungarica del Lombardo-Veneto era regolata con due ordinanze sovrane, emanate rispettivamente nel 1850 e nel 1852.
Tanto a Milano quanto a Venezia il potere si incentrava sulla figura del luogotenente, cui spettava la giurisdizione politico-amministrativa su tutto il territorio della regione, suddiviso in province e distretti, le prime rette da un delegato, gli altri da un commissario distrettuale.
La materia della pubblica sicurezza era disciplinata nell’ordinanza sovrana del Supremo dicastero di polizia del 24 luglio 1852.
Organo di vertice era la Direzione generale di polizia (detta pure prefettura), operante in ciascuno dei due capoluoghi di regione; mentre nelle altre province un commissario di polizia era posto alle dipendenze del delegato.
A tutti gli uffici erano addetti ufficiali perlustratori per le attività ispettive e di controllo, commessi per i servizi esecutivi e cancellisti per la “scritturazione” degli atti.
Tra i poteri riconosciuti all’autorità di polizia figurava anche quello di giudicare, con le stesse modalità stabilite per la magistratura ordinaria, alcune “speciali contravvenzioni” alle misure di polizia di natura preventiva .
Ad eseguire i provvedimenti e gli ordini di polizia erano le guardie di polizia e la gendarmeria, quest’ultima organizzata con il decreto sovrano del 18 gennaio 1850.

Granducato di Toscana
Anche nel Granducato di Toscana, dove vigeva il regolamento di polizia del 22 ottobre 1849, la gestione della sicurezza pubblica avveniva in maniera centralizzata e verticistica.
La polizia era affidata, oltre che all’alta direzione dei governatori, ai prefetti e ai sottoprefetti da cui dipendevano i delegati di governo.
Questi ultimi, nello svolgimento delle funzioni più delicate, erano assistiti da uno o più coadiutori, mentre per i servizi esecutivi si avvalevano della gendarmeria e della commissione di pubblica vigilanza, composta da capi commessi, aiuti commessi e cursori, incaricata esclusivamente del servizio d’investigazione.
Poteri giurisdizionali venivano riconosciuti alle predette autorità per punire le infrazioni alle ordinarie misure preventive (precetti, ammonizioni, sequestro in pretorio, eccetera).
I delegati di governo avevano anche la facoltà di ordinare l’espulsione dei “forestieri” dal Granducato.

Ducato di Parma
Nel Ducato di Parma le attività di polizia erano disimpegnate, al vertice, dalla Direzione generale di polizia, dipendente dal ministero di Grazia e Giustizia.
Erano differenziate in varie branche: politica, amministrativa e giudiziaria e venivano esercitate da commissari superiori, commissari amministrativi, commissari giudiziari e commessi.
Braccio “armato” delle autorità di polizia era la gendarmeria.

Ducato di Modena
A differenza degli altri Stati pre-unitari, nel Ducato di Modena la direzione della polizia era affidata al comandante dei Dragoni, corpo che costituiva anche forza di polizia
Le funzioni di polizia venivano disimpegnate dai delegati, i quali assunsero, in seguito, la denominazione di commissari e di ispettori.

Stato Pontificio
Nello Stato Pontificio, in base al regolamento del 17 marzo 1850, la polizia, posta alle dipendenze del ministero dell’Interno, era affidata nei capoluoghi di provincia ad un direttore.
Nei comuni principali la responsabilità della sicurezza pubblica era attribuita, invece, al governatore, mentre nei rimanenti comuni al magistrato locale.
Uffici regionali, con a capo un presidente, erano previsti nelle città con popolazione superiore ai 60 mila abitanti. In tutti gli uffici erano presenti commessi ed ispettori.
A disposizione delle autorità di polizia erano poste la gendarmeria e la guardia di polizia.
Facoltà sanzionatorie spettavano alla polizia nell’esercizio dell’attività di prevenzione.

Regno delle Due Sicilie
Nel Regno della Due Sicilie la polizia era organizzata con ordinamenti differenziati sia nelle province continentali che in quelle insulari.
A Napoli era preposto un prefetto di polizia, mentre in ogni quartiere della città (come anche alle prigioni, alla borsa di commercio e alle barriere) un commissario, alle cui dipendenze agivano ispettori, cancellieri e vice cancellieri.
Nelle province la direzione della polizia era affidata agli intendenti, che si avvalevano di ispettori e commissari nonché dei giudici regi (nei comuni ove non risiedeva un ispettore) e dei sindaci (nei comuni privi di ispettori o giudici).
La forza di polizia era rappresentata dalla Guardia di polizia (riorganizzata con il rd del 22 ottobre 1856), dalla gendarmeria reale (riordinata con rd 16 dicembre 1852) e dalla Guardia urbana, limitatamente, però, ai comuni che non erano capoluogo di provincia o di distretto, sede di tribunale o piazza militare.
La polizia si differenziava in giudiziaria, ordinaria o di alta polizia (prevenzione della sicurezza interna) e amministrativa (prevenzione e soccorso delle pubbliche calamità).
In Sicilia l’organizzazione della polizia era disciplinata dal rd 29 luglio 1858, l’autorità di vertice era il direttore generale con alle dipendenze commissari, ispettori cancellieri.
Per le altre province i suddetti funzionari operavano alle dirette dipendenze degli intendenti e dei sottointendenti.
Come forze di polizia erano previste, similmente alla altre province napolitane, la Guardia di polizia e la Gendarmeria, cui erano affiancate le Compagnie di uomini d’arme, antica istituzione di origine medievale, riordinata nel 1833-34, con compiti di mantenimento dell’ordine pubblico, della vigilanza sulla pubblica sicurezza e della prevenzione del malandrinaggio(4).
 


NOTE
(1) in Crepuscoli della Polizia di Emilio Saracini – S.I.E.M. Napoli 1922 pag. 27).
(1 bis) In La Polizia italiana nella seconda metà dell’Ottocento di Massimo Bonino - Laurus-Robuffo Roma2005 pag. 27).
(2) Sbriccoli M. voce “Polizia – diritto intermedio” in Enciclopedia del diritto, Varese 1985, Giuffrè Editore, Volume XXXIV, p. 114).
(3) In La Polizia italiana nella seconda metà dell’Ottocento di Massimo Bonino - Laurus-Robuffo Roma2005 pag. 47).
(4) Le compagnie d’arme furono abolite da Garibaldi col decreto dittatoriale del 8 giugno 1860. Al loro posto subentrarono i militi a cavallo per le province siciliane allo scopo di tutelare la sicurezza generale e i beni rurali con l’obbligo della responsabilità pei danni e pei furti. Il predetto Corpo venne sciolto col regio decreto 27 marzo 1877 il quale istituì quello delle Guardie di ps a cavallo, che operò fino al 31 marzo del 1892.
(5) Regio decreto 30 settembre 1848 n. 798.
(6) Daniele Tinti Dai Reali Carabinieri alla 121 Rodana Editrice - Perugia 1999 - pag. 41.
(7) Carlo Astengo - Giorgio Sandri La nuova legge sulla P.S. Roma Tip. Cecchini 1889 in Saracini I crepuscoli della Polizia Ed. S.I.E.M. Napoli 1922 pag. 34.
(8) D. D’Urso I Direttori Generali della Pubblica Sicurezza Introduzione - WR Edizioni Alessandria.
Al nome di polizia si legavano ancora vecchie diffidenze e memorie di angherie e soprusi, retaggio di quando l’ufficio di polizia si confondeva con quello del magistrato giudicante e dello strapotere delle polizie segrete, favorito dall’Inquisizione spietata e dal più irragionevole fanatismo religioso, che era tale da spiare persino il pensiero dei cittadini (in Saracini op. cit. pag. 26 - 27).
(9) L’etimologia del termine è alquanto incerta e forse risale dal latino tardo birrus=rosso, come il colore del mantello indossato dagli “esecutori di giustizia”, incaricati delle “funzioni di polizia” dalle magistrature “alte“.
(10) Bernardi, La riforma della Polizia Einaudi Torino 1979.
(10 bis)Tra i principali compiti svolti degli assessori e dai delegati vi erano la tutela costante dell’ordine pubblico e del libero esercizio dei diritti dei cittadini, la vigilanza per la sanità e l’incolumità pubblica, la composizione di privati dissidi, l’assistenza alle persone che per ragioni di età, salute o di sciagura avessero bisogno di aiuto, la segnalazione dei bisogni delle classi meno agiate e delle cause del malcontento.
(11) Il Corpo dei Carabinieri Reali fu istituito da Vittorio Emanuele I il 13 luglio 1814 per la “conservazione della pubblica e privata sicurezza”. Costituito da elementi scelti in maniera rigorosa, divenne ben presto il primo fra tutti i corpi dell’Esercito sabaudo. I carabinieri reali furono organizzati sul modello della gendarmerie nationale creata nel 1790 dall’Assemblea costituente francese.
(12) I Carabinieri Veterani erano composti da coloro che sebbene “poco appropriati a poter continuare maggiormente nel faticoso attivo servizio” erano ancora idonei a svolgere le “incombenze […] di natura più dimessa”. Nel 1843 il loro organico fu aumentato di circa 300 unità.
(13) Il via alla creazione della Guardia nazionale fu dato dal Re Carlo Alberto il 16 marzo 1821. L’attivazione della Guardia nazionale su tutto il territorio fu suggellata da Vittorio Emanuele II il 4 agosto 1861. Fu soppressa il 30 giugno 1876 quando oramai l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica interni si erano normalizzati (vedasi anche Luigi Mone L’amministrazione della Pubblica Sicurezza e l’Ordinamento del personale Laurus Robuffo Roma Vol. primo - XIII ed. 2005 pag. 39).
(14) Legge 11 luglio 1852 n. 1404 sull’organizzazione del personale e degli uffizi dell’Amministrazione della ps.
(15) D. Tinti op. cit pag 53.
(15 bis) Nel 1854 l’organico fu implementato a 414 unità.
(15 ter) La Seconda guerra di Indipendenza (26 aprile 1859 - 12 luglio 1859) vide confrontarsi l’esercito franco-piemontese e quello dell’Impero austriaco. La sua conclusione permise il ricongiungimento della Lombardia al Regno di Sardegna e pose le basi per la costituzione del Regno d’Italia.
(16) D. Tinti op. cit. pag. 67.
(17) E. Saracini op. cit. pag. 44.
(17 bis) Firenze divenne Capitale d’Italia dal 1865 al 1871, dopo l’unificazione del Paese avvenuta il 17 marzo 1861.
(18) Balsamo - Lauro Il Prefetto della Repubblica Maggioli Editore Rimini 1992 pag. 17.
(18 bis) In Polizia italiana nella seconda metà dell’Ottocento di Massimo Bonino - Laurus-Robuffo Roma 2005 pag. 58).
(18 ter) Secondo alcuni autori, l’efficacia della polizia fu per decenni fortemente menomata dall’effettiva differenza di status sociali e operativi esistenti tra i funzionari e le guardie di ps: i primi espressione della borghesia medio-alta avevano ricevuto una istruzione di tipo universitario mentre i ranghi inferiori erano carenti sia sotto il profilo professionale che culturale.
(18 quater) Mary Gibson Stato e prostituzione in Italia, 1860-1915, Il Saggiatore, pp 159 e 160.
(19) Dopo due attentati falliti, il primo dei quali tentato da Giovanni Passannante a Napoli nel 1878 ed il secondo da Pietro Acciarito a Roma nel 1897, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci, il quale voleva vendicare la repressione dei moti popolari del 1898.
(20) E. Saracini op. cit. pag. 65.
(21) E. Saracini op. cit. pag. 67.
(22) Trattamento migliore era riservato, invece, ai Carabinieri Reali, che erano molto ben visti dalla Monarchia.
(23) E. Saracini op. cit. pag. 83. Ecco un passaggio dell’intervento appassionato di Crispi: “Le ragioni perché gli elementi migliori non affluiscono a siffatto corpo si debbono principalmente cercare nell’esiguità delle paghe, di cui fruiscono gli agenti di ps, a paragone di quelle degli altri agenti della forza pubblica, come sarebbero i carabinieri e le guardie municipali e, più ancora, in talune basse funzioni cui essi sono tenuti e che, secondo l’opinione pubblica, la quale, dobbiamo confessarlo, ingiustamente coinvolge in uno stesso senso di avversione il malfattore e la persona che lo discopre, offuscano il decoroso carattere della loro divisa”.
(24) E. Saracini op. cit. pag. 84.
(25) In Emilio Saracini op. cit. da pag. 86 a 90. Il Corpo delle guardie di città fu istituito con la legge 21 dicembre 1890 n. 7321, cui fece seguito il reg. del 5 febbraio 1891 n. 67 per l’esecuzione della legge sul personale della ps e il reg. n. 68, pari data, per il Corpo delle guardie di città.
(26) Daniele Tinti op. cit. pag. 98-99. La riforma offrì, ad ogni modo, alle autorità comunali la possibilità di impiegare le guardie di città nei servizi disposti nelle loro giurisdizioni dietro pagamento delle spese di mantenimento del personale (in Antonio Laurito La storia e le uniformi della Polizia italiana Ed. Promozione – Editoriale Police - Roma 2007 pag. 26).
(27) La statistica sugli anarchici fu, poi, estesa a tutti i sovversivi, divenendo l’embrione del Casellario politico centrale.
(28) A. M. Ghisalberti Le origini del Corpo delle Guardie di P.S. Roma - Istituto Poligrafico dello Stato - G.C. 1957, pag 14.
(29) Il 16 agosto del 1893 a Aigues Mortes, a seguito di una manifestazione xenofoba, vi furono numerose vittime tra emigrati italiani Il bilancio finale delle vittime non fu mai accertato con sicurezza, si va da un minimo di 9 morti secondo le stime ufficiali riportate dalla stampa francese alle 50 vittime di cui parlò il Times di Londra. Altre fonti riportano un bilancio molto più tragico. La tensione che ne seguì fece sfiorare la guerra tra i due Paesi (in Donato D’Urso Il prefetto nell’emergenza della sicurezza e dell’ordine pubblico - WR Edizioni 1989 - Alessandria pag. 21).
(30) Il disastro militare di Adua risale al 3 marzo 1896.
(31) D. Tinti op. cit. pag. 105. Una delle novità ivi contemplate consisteva nell’eliminazione dell’antica distinzione in categorie degli ufficiali di ps sostituita da quella tra ufficiali di ps e impiegati d’ordine con mansioni definite di più basso livello.
(32) Il Testo unico sugli ufficiali ed agenti di ps, approvato col rd n. 409 del 21 agosto 1901, subì ulteriori modificazioni e rimaneggiamenti di facciata col rd 31 agosto 1907 n. 690 e relativo regolamento sugli ufficiali ed impiegati di ps, approvato col rd 20 agosto 1909 n. 666., secondo il quale il servizio di ps era posto alle dirette dipendenze dei prefetti ed era eseguito sotto la loro direzione dagli ufficiali e dagli agenti di ps.


 

Scarica l’inserto in formato PDF

01/03/2011