Antonella Fabiani

Figli d'Italia

È ancora forte il senso dell’identità nazionale tra i giovani. A dirlo un recente sondaggio condotto tra gli studenti di alcuni istituti di istruzione. Il ruolo della scuola nella formazione di una coscienza storica e nella trasmissione dei valori alla ba

Avevano al massimo poco più di venti anni gli eroi del Risorgimento, ragazzi animati dalla fiamma di ideali forti, appassionati dall’utopia di una Italia libera per la quale hanno sacrificato la propria vita. Giovani mossi da un’irrequietezza diventata energia attiva capace di capovolgere le sorti della storia del nostro Paese: da Goffredo Mameli a Ippolito Nievo, da Carlo Pisacane ai fratelli Cairoli, la storia dell’unificazione è stata fatta da una generazione che oggi sarebbe considerata ribelle. E il confronto con i ragazzi di oggi è inevitabile. Non tanto per sapere se alcuni di loro sarebbero disposti a donare la propria vita per la Patria, quanto per conoscere in che misura si sentono italiani.
A rispondere una recente ricerca I giovani e l’identità nazionale (realizzata grazie alla collaborazione tra l’Ufficio scolastico regionale e Zètema progetto culturale e presentata durante la Settimana della Storia) effettuata presso alcuni istituti di istruzione della Capitale. Un’interessante fotografia di quali siano le radici che i ragazzi sentono di possedere con il nostro Paese, di quanto si sentano italiani, non solo loro ma anche quelli figli di stranieri o di un solo genitore italiano. L’indagine, rivolta soprattutto ai giovani tra i 14 e 15 anni (42%) ha messo in evidenza che, alla domanda se si sentono orgogliosi di essere italiani, i giovani dei licei romani hanno dichiarato in gran parte di sì (76%) anche se le motivazioni di tale orgoglio vanno ricercate spesso in motivi diversi. Infatti, solo il 52% si identifica con la cultura italiana, mentre il rimanente 48% si distribuisce tra diverse motivazioni tra cui la “storia italiana” o “l’inno nazionale”. Se il fatto di vivere in Italia non rappresenta per la maggioranza dei ragazzi un motivo sufficiente per sentirsi italiani sono invece le “abitudini di vita” che danno il senso di appartenenza a una comunità nazionale. «Mi sembra che i ragazzi siano alla ricerca di un’identità collettiva di cui hanno bisogno ma che spesso non la trovano – osserva Francesco Marcolini, presidente della Zètema – , mi spiego in tal modo l’alta percentuale degli “orgogliosi” a cui però non corrisponde un’uguale percentuale di ragazzi che scelgono l’Italia il luogo giusto dove vivere. Siamo chiaramente in presenza di un’adesione di identità di tipo emotivo, dove la cultura si confonde con abitudini di vita, che ha bisogno di essere approfondita e sedimentata. Direi – conclude Marcolini – che questi giovani ci offrono un quadro di grande disponibilità. È compito delle istituzioni e di noi tutti non deluderli».

Fragile e mutevole nel tempo
Un quadro che mostra la difficoltà dei ragazzi a trovare elementi di identità, di coesione, che di volta in volta possono essere il cibo, la musica, il calcio, ma anche perché il concetto di identità non può più essere inteso in modo statico. Perché a essere cambiato dall’Unità italiana è stato anche il concetto di identità che lo scrittore Claudio Magris ha definito un “principio fragile perché mutevole nel tempo”. È la società italiana ad aver cambiato profondamente il proprio volto, ora irriconoscibile rispetto a 150 anni fa, soprattutto grazie alla globalizzazione che ha portato rapidamente al contatto con persone e culture di altri Paesi, e al progresso tecnologico che ha mutato il modo di rapportarci a noi stessi, alla natura, al lavoro e, non ultimo,anche a quella che chiamiamo Patria.
«Rispetto a questo quadro – suggerisce il giornalista Stefano Folli nel suo intervento alla Settimana della Storia – è importante offrire un tessuto di coesione ai ragazzi se vogliamo rimanere una società. Rinunciarvi significherebbe essere una comunità senza personalità di vivere senza prospettive. Togliere loro il futuro dopo aver tolto il passato».

Il ruolo della scuola
In una società complessa come quella in cui viviamo oggi anche alla scuola spetta un ruolo fondamentale nella formazione dell’identità nazionale dei giovani perché è una delle principali dimensioni comunitarie in cui si trovano a vivere. Lo storico Giovanni Sabbatucci ne delinea le faticose tappe a partire dal 1961, in un recente editoriale del Messaggero ricorda che: “Nei 150 anni di storia dell’Italia unita la scuola pubblica ha svolto un ruolo insostituibile nel processo di costruzione di una comunità nazionale. Ha lentamente insegnato a leggere e scrivere a una popolazione per tre quarti analfabeta al momento dell’Unità. Ha faticosamente cercato di fornire a tutti i ragazzi in età scolare, quali che fossero la loro provenienza geografica e la loro condizione sociale, una base comune di letture e di immagini, di conoscenze e di memorie. Lo ha fatto tra mille difficoltà e in presenza di una cronica scarsità di risorse, attraverso un apparato burocratico fortemente centralizzato (che riproduceva la struttura accentrata dello Stato), ma anche e soprattutto per merito di un corpo insegnante tutt’altro che omogeneo, portatore di esperienze e di inclinazioni politiche diverse, ma complessivamente capace di trasmettere quel patrimonio comune e di supplire con una forte motivazione ideale alla povertà degli incentivi economici”.

… e la sfida della multiculturalità
Se, infatti, all’inizio della sua formazione, il Paese si era trovato ad affrontare le profonde diversità culturali tra Nord e Sud, ora si trova a dover educare ragazzi figli di immigrati, con un colore di pelle, usi e lingua diversi. «Quello della scuola oggi è un ruolo complesso – spiega Marilena Novelli, direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio – che comporta il governo dell’eterogeneità che caratterizza gli studenti che frequentano le scuole. Un’eterogeneità, peraltro, da intendersi come risorsa apportatrice di ricchezza di idee e di possibilità di confronto che però comporta un ulteriore sforzo. Senza contare che l’articolo 3 della nostra Costituzione garantisce il rispetto della multiculturalità. Certo, se le classi di appena trent’anni fa avevano un profilo, pur nella differenziazione dei livelli culturali di partenza, riconducibile a una complessiva omogeneità, oggi, se non si prende atto della fondamentale necessità di un assetto multiculturale nell’approccio con i nostri studenti, si tradisce la missione della scuola».
«Non dimentichiamo – continua il direttore generale dell’Ufficio scolastico – che il senso dell’identità nazionale dei ragazzi passa attraverso la consapevolezza storica di quanto è stato fatto per ottenerla. E in questo senso il ruolo della scuola non è solo quello di tramandare la memoria dei sacrifici attraverso cui si è giunti all’unità nel nostro Paese, ma anche quello di fare in modo che essa non sia percepita come un racconto retorico ma sia viva nelle coscienze dei giovani. Il sentirsi italiani passa, infatti, attraverso la riflessione sulla nostra storia e sulla nostra Carta costituzionale, e occorre che questo si traduca – osserva il direttore Novelli – nella quotidianità delle nostre azioni, nel ricordo dei nostri doveri e dei nostri diritti, nel rispetto per gli altri.»

Identità e legalità
Doveri, diritti, rispetto degli altri: valori che nella nostra società sono sempre più corrosi da relativismo e nichilismo che producono incertezza e precarietà e da cui non sembra salvarsi nemmeno la tradizionale figura dell’insegnante. «Anche se – osserva il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per il Lazio – è sempre di autorevolezza di cui si dovrebbe parlare più che di autorità. Autorevolezza che ogni insegnante si crea con il proprio impegno e con il proprio studio, con la lettura, con le proprie conquiste culturali» .
Autorevolezza che garantisce un lavoro sinergico tra giovani e insegnanti, attraverso cui passano valori culturali e civili, linfa vitale di ogni civiltà. A essi si aggiungono quelli della legalità che la Polizia di Stato cerca di trasmettere ai giovani grazie a una sempre più intensa collaborazione con la scuola. Campagne di educazione, eventi in alcune importanti città e concerti, mirano a coinvolgere sempre più i ragazzi in un dialogo di conoscenza e scambio che ha l’obiettivo di far condividere ai giovani i valori della legalità e dell’impegno civile. «Una collaborazione importante – conclude Marilena Novelli – proprio perché quella identità nazionale, di cui prima abbiamo parlato, diventi una coscienza individuale e collettiva».

01/03/2011