Conchita Sannino*

’A femmena che incastrò ’o ninno

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Il racconto della poliziotta che, infiltrandosi a Casal di Principe, ha contribuito alla cattura di Iovine, boss dei Casalesi

’A femmena che incastrò ’o ninno

Ci sono partite che richiedono affondi e corse, evidenza di muscoli e nervi. E ci sono sfide più impervie che si vincono solo per movimenti millimetrici, lenti e circolari. Per attitudine all’immersione. E per paziente, chirurgica capacità di mimesi. Dopo una “gestazione” di quasi nove mesi.
Se uno scacco matto basta a darne riscontro, si può scorrere l’inchiesta che in un finale di venti secondi – il tempo di sfondare un cancello – ha tranciato quindici anni di latitanza al superboss dei casalesi Antonio Iovine, arrestato dalla squadra mobile di Napoli il 17 novembre scorso. Se almeno quattro insospettabili signore ne hanno protetto la vita da primula rossa, c’è una donna, Rosaria, un’assistente della Polizia di Stato lanciata alle calcagna delle sue vestali ad averne determinato l’ultimo stop. «Avete fatto un colpo che non riusciva a nessuno, vorrei permettermi di offrirvi il caffè», ostenta il boss quand’è ormai già ammanettato, diretto in questura. Assaporerà invece l’amaro calice di un trasferimento quasi immediato nel carcere di Badu ’e Carros, regime di 41 bis. Non solo una cattura esemplare per metodo e tenacia, ma una storia che rischia di diventare caso di scuola. Un’indagine che presto potrebbe portare all’arresto di nuovi complici, cucita su misura per un pezzo di agro aversano così impenetrabile da apparire liquido. Come ogni storia d’ombre e fantasmi, affiora da una pretesa: diventare invisibili, stando in mezzo a loro, senza essere come loro.
Un film che potrebbe partire da questa immagine “esca”. Due donne si sfiorano in strada, due estranee sotto l’anonima luce di un giorno d’estate, a Casal di Principe, il cuore dell’impero di Gomorra. La prima è giovane e svelta, il volto di una studentessa qualunque, trascina il suo carrello da supermarket, la t-shirt appena sudata di chi ha fatto pochi metri dopo aver lasciato il volante di un’utilitaria con l’aria condizionata. La seconda, bassina e mora, più avanti negli anni, esce dallo stesso centro commerciale, ha lo sguardo basso e una borsa un po’ pesante mentre fa ciondolare le chiavi dell’auto lasciata al parcheggio, appare assorta nei pensieri di madre. Solo che nessuna delle due è ciò che sembra.
La prima, cauta e ben addestrata, è Benedetta Borrata, figlia diciannovenne e incensurata di due genitori “puliti”, un muratore e una casalinga di Casale, che con l’appoggio di tutta la famiglia è diventata l’assistente e l’autista prediletta dei trasferimenti richiesti dal padrino latitante, il boss soprannominato ‘o ninno da quando lei era ancora all’asilo, il criminale già condannato all’ergastolo che lo Stato non riesce ad acciuffare da troppo tempo, quindici anni. L’altra è la poliziotta Rosaria Russo, 48 anni, ormai sovrintendente sul campo della Sezione criminalità organizzata della Mobile partenopea, sposata con un altro poliziotto, due figli, una vita in sordina nella provincia a nord della metropoli. La sua storia, il suo successo, in fondo chiudono in maniera esemplare il 2010 che ha festeggiato i 50 anni dall’ingresso delle prime donne in polizia.
Quando il suo capo, Andrea Curtale, oggi promosso al grado di dirigente, le chiede di diventare “casalese diurna” per un tempo indeterminato e per una missione dagli esiti profondamente incerti, Rosaria dice sì ma sa che dovrà cominciare daccapo. L’unica traccia, su cui punta tutto il carismatico capo della Mobile, Vittorio Pisani, “soffia” soltanto di alcuni nuclei familiari, imparentati tra loro, che tengono “in custodia” la latitanza del padrino. Ma sono operai e casalinghe, con figli “regolari”. Rosaria ha un ruolo tutto da inventare. Sono i primi di marzo del 2010. «Dovevo essere una “massaia” e basta. Una che doveva starci ma passare inosservata. Proprio quella è stata la sfida. Anche una collana o una camicia sbagliata poteva far cadere gli occhi, memorizzare la mia faccia, non potevamo sbagliare», racconta adesso Rosaria. Non un agente infiltrato, ma la passante ordinaria e distratta sulle orme di gente normale. Una cittadina qualunque con gli occhi continuamente puntati su altri (doppiogiochisti) cittadini. «A Casal di Principe, prima della missione, ero capitata una volta sola di passaggio. Dovevo respirarne l’aria a fondo. Parliamo di un paese dove non puoi passare con la stessa auto per due volte in una strada. In caso contrario sentivamo dalle intercettazioni, sia gente normale sia affiliati al clan, chiedersi: “Ma quello che è ripassato è il figlio del postino? Ma quella Panda classe A 850 di chi è?”. Perché io? L’ho capito subito: perché avevo una faccia anonima, una corporatura ordinaria. La mia medietà è diventata la nostra arma», spiega Rosaria con franchezza disarmante. «Ogni mattina uscivo ed era la nostra inventiva di squadra a decidere dove dirigermi. Oppure un’intercettazione appena più significativa. Un gioco che ovviamente poteva reggere solo se intorno a me c’era una squadra esemplare di colleghi pronti a farmi da ponte, coprirmi le spalle, o intervenire come comprimari di scena per avallare il mio profilo», aggiunge Rosaria. E seduta, in un giorno di festa, in un angolo al terzo piano della Questura solitamente affollato dei compagni di lavoro, stavolta li cita uno a uno. «Vittorio, Valentino, Giorgio, Mario, Enzo, Carmine, Giovanni e Marianna mi hanno supportato in ogni modo. Siamo stati davvero una cosa sola». Insieme, ricavano le mappe con gli attraversamenti alternativi del paese. Studiano i profili delle persone del nucleo da seguire. Insieme misurano la “tollerabilità” del paese alle loro incursioni. E cronometrano i tempi del lavoro in chiaro senza rischi: 3-4 minuti. Movimenti millimetrici, appunto. Capacità di mimesi. E pazienza. Ciascuno di loro sa che nessuna norma disciplina, per quel genere di fatica, i premi della fortuna o i rovesci imprevisti.
A Casal di Principe Rosaria impara presto a misurare con gli occhi le recinzioni di tutte le ville ricavate da antiche masserie: «Uno schema identico per tutti. Muri di tre metri in cemento armato, due cancelli, con uno pedonale, e al di là della recinzione una grande corte, benessere, chicas giganti, terre da coltivare o imprese da mandare avanti. Quasi nove mesi passati lì, nelle ore più svariate. Quando c’era bisogno di tenere sotto osservazione quelle famiglie. Sentivamo dai telefoni che si muovevano verso una pizzeria? Pizza anche per me e il collega, finti fidanzati al tavolo, per vedere se portavano via una pizza in più per un presunto ospite. Andavano in farmacia? Allora a comprare aspirine anche noi, per capire se c’era l’ospite in casa cui portare un analgesico o qualunque altra cosa. Tutto abbiamo usato: le nostre auto personali, le nostre bici». Smessi gli abiti opachi della signora della masseria accanto, Rosaria oggi sfoggia un pullover color ottanio, della stessa nuance delle perle che pendono dagli orecchini. Sentirla parlare è vedere scorrere il film di una cattura che ha fatto brindare l’Italia degli onesti, il fronte trasversale dell’antimafia di tutto il Paese. Che ha spinto il prefetto Antonio Manganelli e i ministri Maroni e Alfano a venire a Napoli per stringere la mano a quei segugi.
«Da giugno a ottobre, quasi tutti i fine settimana estivi li abbiamo trascorsi a Casale e dintorni. Chilometri e chilometri fatti in auto, sempre una vettura diversa. Spesso con noi c’erano Andrea Curtale o lo stesso capo Pisani. Sentivamo che l’ospite occupava i pensieri e le cure di quella famiglia di Casale, soprattutto dal venerdì alla domenica. Ma ovviamente non c’era alcuna certezza, al telefono non parlavano mai di trasferimenti o di arrivi.
Non un cenno a un estraneo, non una parola esplicita, solo imbarazzi o ansie da interpretare, strani comportamenti da decifrare», scorre il racconto della poliziotta. E poi le assenze prolungate di Benedetta, certo. «C’erano giorni in cui il fidanzato veniva letteralmente seminato – conferma lei –. All’oscuro dell’esistenza dell’ospite, quel giovane torturava il cellulare pur di ristabilire un contatto con la sua fidanzata, che evidentemente era assorbita dalla delicatezza del compito di autista, vivandiera, assistente». Anche le risorse di presenza teatrale sono servite. Una volta, in attesa del passaggio di una vettura dei Borrata senza destare sospetti, Rosaria e il collega Vittorio si inventano una lite. «Ci siamo buttati sul repertorio classico: la suocera – ne sorride ora –. Un altro collega era mimetizzato con una tuta e una busta da salumeria con un panino, proprio come un immigrato di ritorno dal lavoro sui cantieri, confuso tra le centinaia di extracomunitari che a quell’ora, a Casale, rientrano da una giornata di manovale. Tutti e tre a quell’incrocio». Poi la svolta. Una sera di novembre, un’eccitazione incontenibile trapela da quella casa per un panettone da trovare.
Il segnale rimbalza immediatamente dalla scrivania di Curtale e del capo della Mobile, Pisani, ai vertici romani. «Un panettone Tre Marie con l’uva passa da cercare con urgenza, il 16 novembre?», si chiedono in questura. Sembra il capriccio di un boss a cui nessuno può dire no. Anche perché Benedetta scende di casa alle undici di sera per acquistare quel dolce al prezzo non modico, soprattutto per un padre operaio monoreddito, di 13 euro. Un dubbio troppo corposo, che convince gli investigatori a tentare l’assalto il giorno dopo.
Quando la Mobile fa irruzione nella villa dei Borrata, il superpadrino Iovine – l’uomo capace di emettere feroci sentenze contro i nemici, che ormai veste solo griffato e gira senza documenti e senza armi – non riesce neanche a raggiungere la scala a chiocciola. Perché Rosaria e gli altri sanno dove andarlo a pescare: avevano già disegnato la mappa approssimativa della masseria.
Con le manette, ‘o ninno ex latitante si lascia alle spalle la tovaglia rossa su cui stavano per arrivare al dolce. Ma il panettone del blitz resterà intonso. E due donne su sponde opposte.
Benedetta piange in un angolo, spaventata, dice che lo aveva sempre chiamato “lo zio”. Rosaria, la poliziotta, sorveglia le telecamere di casa. L’ultima parola del boss calma l’una e premia l’altra: «Niente è successo, devi stare serena. Fai la tua vita, Benede’. Sono loro a essere stati bravi».
* Inviata de La Repubblica

01/01/2011