Anacleto Flori

La storia siamo noi

Da Guardie e ladri a Romanzo criminale. 50 anni di film, attori e registi per raccontare il rapporto tra cinema e polizia con una guida d’eccezione: il critico del Tg1 Vincenzo Mollica

La storia siamo noi

Ancora una volta il fascino intramontabile di Anita Ekberg ha conquistato il cuore dei romani grazie a una Dolce vita tornata ad essere più bella che mai. Una copia restaurata del capolavoro di Federico Fellini, che esattamente mezzo secolo fa fece il giro del mondo, è stata infatti presentata in occasione della quinta edizione del Festival del cinema di Roma, che alla leggerezza di vivere degli Anni ‘60 ha dedicato un’intera sezione. La presenza del grande cinema nella Capitale ha quindi offerto l’occasione per ripercorrere, attraverso una manciata di film, attori e registi, come è cambiata l‘immagine della polizia italiana sul grande schermo, dagli anni del dopoguerra e della dolce vita fino ai giorni nostri. Nell’attraversare oltre mezzo secolo di pellicole e fotogrammi abbiamo avuto la fortuna di poter contare su un compagno di viaggio eccezionale, il critico cinematografico e musicale del Tg1 Vincenzo Mollica. Dall’incontro avvenuto negli studi Rai di Saxa Rubra è nato un racconto ricco di sensazioni, ricordi, nostalgie, intuizioni illuminanti e risvolti inediti che contribuiscono a dare nuova luce ai rapporti tra grande schermo e polizia.

Il dopoguerra e la “dolce vita”
Ideale punto di partenza della storia è un film che segna l’irruzione nel cinema italiano della ricostituita polizia, nata dalla ceneri della monarchia e dalla fondazione della Repubblica: Guardie e ladri. «Il capolavoro di Steno e Monicelli – spiega Mollica – non è solo una bellissima commedia, ma è soprattutto un film dal grande sapore civile con tutto il suo carico di buon senso; una parola che forse adesso può apparire anacronistica, ma che ha svolto un ruolo importante nell’Italia del dopoguerra. Tra Aldo Fabrizi e Totò, tra il tutore della legge e il truffatore, pur nella contrapposizione c’è sempre una forma di reciproco rispetto, oggi impensabile in una società conflittuale come la nostra. Il brigadiere Bottoni dimostra, anche se in una chiave di commedia, uno spiccato senso del dovere e una grande umanità. Due caratteristiche che diventeranno una costante per tratteggiare il prototipo del poliziotto sul grande schermo: un uomo semplice impegnato a fare i conti con la quotidiana normalità degli affetti e degli affanni, ma comunque sempre chiamato a risolvere dei casi e ad aiutare i cittadini a rispettare le leggi, assolvendo in questo modo a una doppia funzione, drammaturgica ma anche sociale». Una figura che ha resistito all’usura del tempo e che ha segnato il cinema poliziesco da Guardie e ladri al Commissario Montalbano.

I poliziotteschi
Nel passaggio dall’inseguimento a piedi di Fabrizi e Totò in Guardie e ladri a quello interminabile e sanguinoso tra l’auto dei criminali e le volanti della polizia di Banditi a Milano c’è tutto il vento di cambiamento, ma anche di violenza, che si abbatte sull’Italia con l’arrivo del ’68. Raccontando con spettacolare crudezza e realismo le gesta della banda Cavallero, che sconvolsero l’opinione pubblica dell’epoca, il film di Carlo Lizzani chiude definitivamente la stagione della dolce vita e delle figure di poliziotti bonari e comprensivi, per inaugurare l’immagine dei “commissari di ferro” duri e intransigenti, caratterizzati da un forte senso di giustizia e di idealismo e che alla violenza criminale rispondono colpo su colpo con altrettanta determinazione. È la stagione dei cosiddetti “poliziotteschi” che imperverseranno nelle sale cinematografiche italiane per tutti gli Anni ’70. «Si tratta sempre di poliziotti ben radicati nella società – osserva Mollica – le cui influenze vanno ricercate nei polizieschi made in Usa, che proprio in quegli anni riscuotevano grandi successi grazie al mitico ispettore Callaghan interpretato da Clint Eastwood». Nello stesso modo in cui quei film e telefilm raccontavano la realtà dell’America, anche in Italia si iniziò a pensare di poter raccontare sul grande schermo, in modo violento, gli umori di una società sempre più complessa e in rapida trasformazione. Pellicole come La polizia incrimina, la legge assolve (regia di Enzo G. Castellari), Italia a mano armata (di Franco Martinelli), La polizia ringrazia (di Steno) e soprattutto Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto (di Elio Petri) hanno avuto il merito di descrivere quel tempo in maniera estremamente precisa. «Quando rivedo quei film – continua il critico – ci ritrovo tutta la cronaca di allora, di quello che succedeva, di come si viveva nelle nostre città e di come la polizia era impegnata a fronteggiare la crescente criminalità. Erano film formidabili, di grande suggestione. E poi, ricordo ancora oggi l’ammirazione stupita con cui i ragazzi fuori dal cinema parlavano delle auto della polizia impegnate negli inseguimenti. Personalmente quelle erano le scene che amavo di meno, però anche nel mio personale immaginario conservo la visione nitida di quelle pantere olivastre, di quelle Giuliette che sfrecciavano sulle nostre strade. Erano delle auto che avevano una forma, un’eleganza precisa, inconfondibile, al punto da essere un vero e proprio archetipo che nel corso degli anni ha finito per sovrapporsi a qualsiasi modello, anche a quelli della polizia americana. E il mito si rinnova continuamente nel tempo. Oggi infatti c’è la Lamborghini Gallardo. Bellissima. E poi con la Lamborghini vinciamo tutti gli inseguimenti...».

Maschere di poliziotti: Merli, Nero, Volonté & co
«A volte ci dimentichiamo di quanto le forze dell’ordine fanno per la gente: e allora ben vengano al cinema le figure di poliziotto, che ci ricordano come anche nella realtà c’è sempre qualcuno in divisa che sta lavorando per la nostra sicurezza. Sono eroi di celluloide che aiutano a realizzare quella sorta di sicurezza partecipata che vede insieme cittadini e polizia. Io, ad esempio, se abitassi a Vigata (il paese in cui sono ambientate le inchieste del commissario Montalbano) dormirei con le porte aperte, sapendo di poter contare su un poliziotto così bravo». Vincenzo Mollica, da critico navigato centra immediatamente, al di là dell’ aspetto puramente spettacolare, l’importanza mediatica e perfino una sorta di responsabilità morale e sociale di chi, sul set cinematografico, è chiamato a indossare una divisa. Non è un caso che la storia del cinema sia costellata da figure indimenticabili di poliziotti che sono entrati di diritto a far parte del nostro immaginario collettivo. Maurizio Merli, Franco Nero, Enrico Maria Salerno, solo per citarne alcuni, sono maschere cinematografiche formidabili, ma forse chi più di tutti ha segnato un intero periodo con la sua interpretazione rimane il Gian Maria Volontè di Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Poliziotto tormentato e straordinario così come tutto il film. Vincenzo Mollica annuisce, approvando l’improvvisata classifica. Poi rilancia, sparigliando le carte. «Se tra tutti questi poliziotti dovessi proprio sceglierne uno, sceglierei… il commissario Montalbano, perché sebbene rappresenti un eroe televisivo, rimane comunque un personaggio dall’enorme impatto cinematografico. Montalbano prosegue, come abbiamo visto, quella tradizione di poliziotti che riuniscono in sé l’umanità con cui affrontare il proprio lavoro e la propria vita privata, e il senso dello Stato. Non è un caso che la faccia di Luca Zingaretti, che lo interpreta magistralmente, sia ormai diventata famosissima. Come a suo tempo quella di Michele Placido, il commissario Cattani ne La Piovra, altro personaggio televisivo la cui morte rappresentò uno shock per milioni di spettatori.
Ai poliziotti tutti d’un pezzo si contrappose negli anni successivi l’altra faccia della stessa medaglia, quella rappresentata da Nico Giraldi, ispettore sfrontato e sboccato interpretato da un Tomas Milian scatenato che, con la sua chiave di lettura più marcatamente comica, stravolse il clima austero e violento che si era ormai instaurato al cinema: «Nico Giraldi è ormai una maschera comica tipicamente italiana – sottolinea ancora il mitico critico televisivo – alla stregua di Pulcinella e Arlecchino, che mette in scena tutta l’ironia dissacrante delle borgate romane. Forse 30 anni fa gli alti vertici della polizia storcevano il naso davanti ai suoi film, ma credo che oggi, a rivederli, scappi un sorriso anche a loro».
E l’ideale filo conduttore dei poliziotti cinematografici arriva fino ai nostri giorni con Raoul Bova, Riccardo Scamarcio, Ricky Memphis, con le ultimissime leve, quelle per intenderci di Romanzo criminale, tra cui un posto di rilievo spetta sicuramente a Vinicio Marchioni (alias “Il Freddo”), che con la sua potenza espressiva rappresenta uno dei punti di forza della serie. Un discorso a parte meritano invece le attrici che hanno indossato una divisa da poliziotta. Tra tutte spiccano sicuramente Isabella Ferrari, il primo indimenticato commissario donna di Distretto di Polizia, Claudia Pandolfi, la giovane Eleonora Sergio, protagonista de I delitti del cuoco accanto a Bud Spencer, e Simona Cavallari di Squadra antimafia -Palermo oggi. «La capacità e la voglia di combattere la mafia è tutta scritta sul suo volto - osserva Vincenzo Mollica - Mentre la forza dei personaggi di Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi era data anche dalle tante figure che ruotavano intorno, quello della Cavallari è un personaggio che potrebbe vivere da solo. Non a caso la reputo una delle migliori attrici italiane: a volte finisce per essere messa un po’ in disparte, ma quando è chiamata a recitare dimostra tutta la sua classe».


Amarcord: io e la polizia
Derrick e Cattani. Queste le figure di poliziotti televisivi che Federico Fellini, appassionato di polizieschi, amava di più. In modo particolare considerava la serie de La piovra un prodotto con un grandissimo impatto cinematografico. Poi non tutti sanno che era un accanito lettore delle inchieste di Maigret e dei romanzi di Jaques Simenon. Si erano conosciuti al Festival di Cannes: l’anno in cui Federico vinse la Palma d’oro con La dolce vita, il romanziere faceva parte della giuria degli artisti. Ma Federico Fellini aveva una grande simpatia anche per i poliziotti in carne e ossa e non a caso uno dei suoi amici più cari era proprio un commissario della Polizia di Stato: Nicola Longo. Era talmente attratto dalla sua attività che aveva perfino immaginato di girare una serie televisiva poliziesca. In realtà, e sono in pochi a saperlo, il grande regista riminese aveva già scritto i primi 7 soggetti che avevano come protagonista un poliziotto. Poi il progetto, per diversi problemi , non è andato in porto. È stato un vero peccato. Sarebbe stata di sicuro una serie fantastica, anche perché Fellini nei suoi soggetti si ispirava continuamente ai casi criminali, alle indagini che gli raccontava il suo amico commissario mentre in motocicletta (Longo era l’unico con cui Fellini si fidava a salire in moto) uscivano da Roma per andare a Ostia, al mare. E al suo arrivo a Roma è legato un aneddoto che svela un ulteriore legame tra Fellini e la polizia. Il regista era abituato alla vita e ai riti delle piccole città di provincia e, ricordando quei primi mesi trascorsi nella città eterna, amava raccontare spesso che l’aspetto che lo aveva più colpito era il modo con cui i romani lo guardavano in faccia. Uno sguardo che aveva visto passare secoli e secoli di storia e che sembrava voler dire: «Ma chi sei?, Non sei nessuno». Una tipologia di romano che Fellini trovava formidabile e che avrebbe ritrovato qualche anno più tardi in uno dei poliziotti cinematografici più conosciuti e amati dal grande pubblico, quell’ispettore Giraldi che guardava in faccia i criminali con quello stesso sguardo che sembrava voler ripetere sempre la stesssa domanda: «Ma chi sei? Non sei nessuno».

 

01/11/2010