Annalisa Bucchieri

Indagini senza tempo

Una lettera anonima, un reperto ancora presente ma non studiato a suo tempo. A volte basta anche un solo elemento obiettivo per spingere gli uomini dell’Unità delitti insoluti a riaprire un caso irrisolto

Tutti li chiamano all’inglese cold case, tradotto in italiano casi freddi, anzi congelati per poter essere in qualche modo conservati ad una lettura successiva. Sono omicidi e scomparse del passato le cui indagini sono finite in un punto morto e di cui gli investigatori di oggi hanno deciso di riprendere in mano le fila per mettere fine ad un dolore antico che aleggia ancora come un fantasma sul presente. Qualcuno di questi casi ha già trovato in Italia il suo colpevole grazie all’attuale capacità di incrociare e saldare nuove tecnologie scientifiche con nuove tecniche di indagine giudiziaria. Una sinergia con la quale il capo della Polizia Antonio Manganelli ha voluto “fare sistema” creando nel luglio del 2009 l’Udi, l’Unità delitti insoluti, presso la Direzione centrale anticrimine diretta da Francesco Gratteri, che mette insieme le risorse della Scientifica e le forze di un team di investigatori del Servizio centrale operativo (al cui timone c’è Gilberto Caldarozzi). A guidarli Edgardo Giobbi, che spiega: «Siamo una specie di motore immobile che funge da raccordo a livello centrale tra il lavoro locale delle squadre mobili e l’attività di analisi dei gabinetti interregionali della Scientifica. Spesso partecipiamo direttamente alle indagini, ma il nostro ruolo precipuo è coordinarle e promuoverle». Promuoverle significa decidere quali intraprendere, cioè quali report “scongelare”. Una scelta della quale Giobbi sente il carico di responsabilità: «Deve essere emerso qualche elemento obiettivo per riaprire il caso: che sia una lettera anonima che proviene da ambienti attendibili oppure un reperto che dagli atti risulta ancora presente ma non studiato a suo tempo nella maniera nella quale invece si può ora analizzare. Di concerto con l’autorità giudiziaria valutiamo se l’omicidio in questione ha buone possibilità di essere risolto, non basandoci né sulla spinta dell’emotività né su quella dell’allarme sociale, ma solo sulle nuove evidenze di indagine. Sentiamo l’obbligo morale di non riaprire ferite che difficilmente possono essere cicatrizzate».
Tenendo presenti i vincoli deontologici e il diritto all’oblio dei parenti delle vittime, l’Udi ha convocato i referenti di tutte le squadre mobili d’Italia per verificare in ogni provincia i vecchi casi che attendevano ancora il nome di un assassino e li ha incrociati con quelli per i quali l’archivio della Scientifica disponeva ancora di reperti e tracce conservate a seguito dei sopralluoghi effettuati all’epoca (vedi schema pag. 12). Ne sono stati individuati un centinaio sui quali poter fare giustizia, compresi in un arco temporale che va dal 1975 al 2006. A tutt’oggi le procure della Repubblica hanno riaperto formalmente le inchieste per 26 di essi. Ciò significa che le squadre mobili sono impegnate negli “scavi criminologici” a Bari come a Torino, a Lamezia Terme come a Udine, sotto l’occhio onniveggente dell’Udi. Tra i 26 report in fase di studio non ci sono solo fatti riguardanti omicidi conclamati, ma anche persone scomparse o cadaveri non identificati, presumibilmente vittime di violenze.
Un primo successo a neanche un anno dalla sua nascita, l’Udi lo ha ottenuto insieme alla squadra mobile di Nuoro trovando mandanti e killer dell’imprenditrice Rosanna Fiori uccisa da una fucilata nove anni prima nell’azienda florovivaistica che dirigeva, la Barbagia Flores (vedi box). «Nei laboratori della polizia abbiamo potuto analizzare i reperti del sopralluogo con strumentazioni evolute che allora non esistevano, ad esempio il microscopio elettronico – spiega Andrea Grassi, l’anima tecnologica del team Udi, a capo della 1^ divisione della polizia scientifica diretta da Piero Angeloni – Grazie alle metodologie di analisi più potenti di cui disponiamo attualmente, ciò che è rimasto per tanti anni ermetico e impenetrabile può trovare finalmente la sua chiave di lettura. Basti pensare che fino agli Anni ’90 l’esame del Dna non esisteva. Oggi una traccia biologica può “parlarci” anche a distanza di un ventennio purché conservata in maniera corretta». E qui si tocca un nodo dolente: per economia di spazio gli uffici reperti dei tribunali spesso distruggono gli scatoloni dei casi archiviati (da 10 anni e più) o comunque non dispongono di spazi idonei per la conservazione integra dei reperti. Solo questo è un ostacolo insormontabile per le avanzate metodiche della polizia scientifica che riguardano analisi, repertazione e sopralluogo. Sottolinea Grassi che «oggigiorno l’acquisizione di immagini a 360° in formato film sul luogo del delitto evita l’arbitrarietà della scelta dell’operatore, tutto viene automaticamente registrato e niente potrà essere perduto seppur sfuggito all’occhio umano. In particolare per i cold case è stato molto utile il software dell’Uacv, l’Unità analisi del crimine violento, capace di rielaborare in 3D le immagini del sopralluogo, rendendo possibile rientrare virtualmente sulla scena del delitto tutte le volte necessarie senza inquinare alcunché. E ormai anche i profani sanno quanto ciò sia determinante per la riuscita delle indagini».
Il tempo gioca a favore degli esperti della Scientifica per quanto riguarda l’attività di comparazione nelle banche dati che permettono di trovare matrici comuni tra reati, segnando una pista investigativa. Tra le più importanti: la banca del Dna (un campione biologico relativo a un cold case analizzato ora può avere un riscontro con una traccia di Dna rilevato sulla scena di un omicidio recente e permettere un collegamento illuminante); quella delle impronte digitali (Afis) implementata negli anni non solo da tanti altri rilievi informatizzati che permettono un riscontro velocissimo (un tempo venivano sovrapposte manualmente e valutate dall’abilità visiva dell’operatore) ma anche dalla Apis, la banca dati palmare; quella balistica, l’Ibis, permette di trovare delle corrispondenze tra bossoli sparati a distanza di anni e quindi far rinascere un sospetto.
Sebbene l’effetto telefilm condizioni l’opinione pubblica, la soluzione dei cold case non dipende esclusivamente dalle abilità e modernità scientifiche. Giobbi ricorda che come la riapertura di un caso congelato dipende dalla umana e ostinata lettura certosina delle relazioni processuali e dalla collazione dei verbali (che spesso porta già ad intuire i moventi), anche la chiusura del cerchio che si stringe attorno all’assassino è un compito dell’attività investigativa: «Un’evidenza di laboratorio di per se stessa non dice nulla; solo se inserita nel giusto contesto acquista un senso e questo rientra nei compiti di polizia giudiziaria. Che al pari della polizia scientifica è cambiata e si è evoluta nelle tecniche».
Oltre ad essere stati modulati nuovi schemi d’intervista per affrontare la memoria dei testimoni indebolita dal tempo, si è fatto tesoro di nuove scienze forensi, ad esempio la psicologia criminale (che spesso ha permesso di intravedere atteggiamenti seriali o comunque schemi comportamentali ripetuti del colpevole), indirizzando comunque il lavoro sempre verso l’acquisizione di prove certe.
Sempre più metodo, sempre più lavoro d’équipe, quindi, meno concessioni ad approcci intuitivi e individualistici da detective in salsa romanzesca. Forse è anche per questo che si evita, anche quando si potrebbe, di ridare in mano gli omicidi agli stessi investigatori dell’epoca. «Del resto – conclude Edgardo Giobbi – l’innamoramento dell’ipotesi investigativa spesso conduce a non vedere altre piste e altri sospettati. Ognuno di noi può aver provato l’esperienza di insistere in una direzione che portava ad un vicolo cieco...». Sta all’Udi adesso trovare alle indagini del passato senza via d’uscita uno sbocco alla giustizia.


Scongelati da Chi l’ha visto?
di Federica Sciarelli

Credo che il nostro contributo attraverso Chi l’ha visto? possa essere di aiuto a smuovere qualcosa riguardo ad alcuni casi dimenticati. Devo dire che nel nostro piccolo siamo riusciti a farne riaprire tantissimi e a mantenere alta l’attenzione su quelli ancora irrisolti. In genere i casi che scegliamo di trattare nel programma possono essere quelli riaperti per iniziativa del magistrato o del procuratore, oppure possiamo lavorare con la Polizia di Stato. Ma può anche arrivare la telefonata in redazione. Se si tratta di familiari cerchiamo di convincerli a rivolgersi alla polizia, gli diciamo che li possiamo accompagnare in commissariato perché esiste una collaborazione tra noi e gli investigatori, anche nella scelta dei casi da trattare nel programma. A volte invece partiamo da una segnalazione fatta da persone che vogliono mantenere l’anonimato. Come nel caso della storia di Emanuela Orlandi scomparsa nel 1983 a Roma, di cui non se ne parlava più, né sui giornali né in Procura. Grazie a una telefonata di una persona anonima ci è giunto l’input di andare a vedere chi era sepolto nella Basilica di Sant’Apollinare, dove c’era la tomba di “Renatino” De Pedis, uno dei criminali della Banda della Magliana. Ma abbiamo anche riparlato del caso di Andrea Ghira, uno degli stupratori del Circeo; siamo stati noi a farlo riaprire partendo dalla curiosità di sapere che fine avesse fatto e come mai dopo 30 anni fosse ancora latitante. Il caso dei fratelli Brigida, che si pensava fossero stati rapiti dal padre e invece dal padre erano stati uccisi; ma anche quello di Ferdinando Carretta accusato di aver ucciso i genitori e il fratello. Abbiamo riproposto, d’accordo con i familiari, il caso di Sandra Sandri, una ragazzina di 11 anni sparita nel nulla nel 1975 a Bologna, caduta in una rete di pedofili, ma che nessuno aveva cercato. Le autorità ora hanno deciso di occuparsene e sono cominciati gli scavi nel punto dove potrebbe essere scomparsa. E proprio recentemente abbiamo ricostruito, d’accordo con la sorella, la storia di Palmina, una ragazzina di 14 anni che hanno bruciato perché non si voleva prostituire, un caso terribile accaduto nell’81 a Fasano (Br). Ultimamente abbiamo riaperto molti casi di giovani donne scomparse, con forti sospetti che siano state uccise, sulla scia del caso di Elisa Claps, la studentessa ritrovata nella chiesa della Santissima Trinità a Potenza. La speranza per noi è sempre quella che qualche testimone si faccia vivo dopo tanti anni. Purtroppo posso dire che dietro molti casi di sparizione ci sono degli omicidi, come nel caso di Maria Teresa dell’Unto, scomparsa nel 1991, ma che in realtà, come avevano sempre sostenuto i parenti, era stata uccisa.
Secondo la mia esperienza, formatasi trattando i casi in trasmissione, ci sono delle situazioni che è improbabile possano accadere: in genere è difficile che le madri abbandonino i figli e quindi se scompaiono bisogna pensare al peggio. Anche nel caso di ragazze è difficile che decidano di sparire, a meno che non scappino da una situazione di disagio sociale o di sbandamento. Adesso ci sono tanti strumenti per cercare le persone. Molti investigatori che hanno seguito i cold case e con cui ho parlato mi hanno confermato che è difficile che un congiunto, che abbia deciso di sparire, non si faccia sentire dalla famiglie entro due anni e che non abbia un momento di debolezza emotiva. Se questo non accade, probabilmente si è di fronte a un caso di omicidio. Poi io credo che chi se ne voglia andare lasci un biglietto, a meno che non stia scappando dagli usurai.
In genere la maggioranza dei casi che risolviamo a Chi l’ha visto? riguardano persone che si allontanano perché hanno perso la memoria e riportarle a casa è per noi una grande soddisfazione. In questo senso penso che sia un programma veramente al servizio del pubblico.


Il caso Fiori
Le fucilate a bruciapelo che stroncarono la vita di Rosanna Fiori, proprietaria della seconda florovivaistica d’Europa, considerata la “Fiat dell’Ogliastra”, avevano lasciato attonita la Sardegna. Le indagini si erano arenate lo stesso anno dell’omicidio, nel 2001. Il primo risultato dell’Unità delitti insoluti arriva ad aprile scorso proprio su questo cold case. «Tutto nella lettura degli atti processuali portava a individuare il movente nella bramosia di impadronirsi dell’azienda e a cercare gli assassini tra le persone licenziate dalla signora Fiori», racconta Fabrizio Mustaro, capo della Squadra mobile di Nuoro che ha condotto sul campo le indagini. «Così abbiamo sfoltito le piste meno attendibili e le attenzioni si sono concentrate quasi subito su Daniela Pau, famiglia danarosa e fratello di un certo spessore criminale: lei poteva avere gli agganci e le risorse per commissionare un delitto». Intanto il Gabinetto regionale della Scientifica inizia a lavorare in parallelo alla Mobile: migliaia e migliaia di intercettazioni del 2001 vengono ripassate con le tecnologie digitali recuperando tutta una serie di omissis e di frasi perse nell’ascolto dell’allora riproduzione analogica. In base ad esse vengono risentiti i testimoni e reintercettati, cercando di cogliere menzogne o semplici dimenticanze, per verificare la coerenza dei loro racconti. Continua Mustaro: «L’attività investigativa ci ha condotto a trovare nuovi testimoni e alla fine ha parlato persino un pentito illustre. In un paese dove il silenzio è la regola, non è un risultato da poco». Intanto gli esperti della Scientifica rianalizzano i dati del sopralluogo, fatto a suo tempo dai Carabinieri, e si rendono conto di trovarsi di fronte a un’azione di staging, cioè gli assassini hanno modificato a posteriori la scena del delitto per depistare le indagini: troppe cartucce abbandonate sul luogo per essere una vera dimenticanza e poi quel pezzo di stoffa impigliato nella rete di recinzione (quasi a indicare la via di fuga dei killer) che all’analisi merceologica risulta tagliato in maniera troppo regolare per essere stato uno strappo casuale. Altri due passaggi portano rapidamente alla chiusura delle indagini. La banca dati balistica ha permesso di stabilire una connessione tra la fucilata sparata durante un episodio di minaccia alla vittima e quella sparata per ucciderla e l’esame grafologico con il microscopio elettronico ha permesso di identificare l’uomo che scrisse le lettere minatorie a suo tempo come quello che si attribuisce in un’intercettazione telefonica la fucilata assassina. Molte verità si spalancano: «Assieme a questo – conclude il capo della Mobile – si risolvono i casi dell’omicidio della coppia Buttau, marito e moglie, i quali sapevano chi aveva commesso il delitto Fiori e in seguito dell’omicidio del fratello del signor Buttau che aveva indagato sull’omicidio dei due congiunti». In tutto 14 arresti tra mandanti e killer. Il passato ora può ritornare ad essere passato.


Sguardo al passato pensando al futuro
La scrivania è illuminata da una lampada a braccio stile anni Cinquanta, faldoni impilati la murano per tutto il perimetro. Dietro di essi un uomo immerso nella lettura di fascicoli ingialliti che a ogni sfogliata alzano polvere. All’apparenza sembra un topo di biblioteca in un archivio medievista, eppure quell’uomo è un ispettore della Omicidi della Squadra mobile di Roma, Antonio Tricoci, e si trova nella sua stanza in questura, dove passerà al vaglio con estrema cura tutte le migliaia di verbali e atti processuali depositati sul suo tavolo, sapendo che da ciò dipende il primo fondamentale passo nelle indagini di un cold case.
È stata, infatti, questa meticolosa pazienza a dare il La alla Squadra mobile di Roma per la riapertura di diversi omicidi insoluti del passato – da quello dell’infermiera Dell’Unto a quello della guardia giurata Pessa. Casi che hanno trovato il loro colpevole grazie all’attuale capacità di fondere nuove tecnologie scientifiche con nuove tecniche di indagine giudiziaria. Una capacità che via via che si arriva ad una soluzione dei misteri si sedimenta in una preziosa esperienza, come spiega Vittorio Rizzi, capo della Squadra mobile di Roma. Al suo attivo e dei suoi uomini quattro vecchi fatti omicidiari risolti: «Oggi stiamo lavorando per fare tesoro di questa esperienza. I casi risolti possono costituire una base dati scientifica sulla quale costruire il futuro se saremo in grado di tradurre i ragionamenti investigativi che hanno dato esiti positivi in ragionamenti matematici. Così da trarre una metodologia di approccio al nuovo caso di cold case e soprattutto sapere decidere quando e quali casi riaprire. Inoltre i casi insoluti e congelati ci danno una grande lezione: cioè che oggi abbiamo una serie di limiti che magari un domani possono essere superati. Nessun reperto o dettaglio apparentemente inutilizzabile e insignificante va tralasciato o cancellato ma va anzi trasmesso ai futuri investigatori di cold case». Arriverà un momento che il passato non sarà più impenetrabile alla giustizia.

01/07/2010