Anacleto Flori

Le fiamme della Regina

Squadra e tecnici dell’atletica leggera al lavoro per rinverdire i successi del passato

“J’ai deux amours, mon Pays e Paris”, cantava Josephine Baker a metà degli Anni ’30. E parafrasando la sensuale artista afro-americana, si potrebbe dire che anche Padova ha, dal punto di vista sportivo, due grandi amori: il rugby e l’atletica, entrambi nati e cresciuti all’ombra delle Fiamme oro. Un primato cittadino indiscutibile contro il quale neppure il calcio ha mai potuto nulla (se si esclude il breve periodo d’oro legato alla figura di “Paron” Nereo Rocco). E se il rugby targato cremisi con il tempo ha preso altre strade traslocando alle porte della Capitale, l’atletica leggera, la regina dello sport olimpico, è rimasta fedele alle sue radici patavine. Sono più di 50 anni, infatti, che il gruppo di atletica delle Fiamme oro è ospite della storica caserma “Pietro Ilardi”, attualmente sede del II Reparto mobile. Una struttura sorta appena fuori le mura e che pian piano si è ritrovata ad essere centro nevralgico di una città che negli anni è cresciuta assieme e intorno alla “sua” caserma. Oggi tutto appare cambiato rispetto a quel lontano 1954, quando mosse i primi passi il neonato gruppo di atletica leggera delle Fiamme oro. Eppure basta oltrepassare il portone d’ingresso della caserma per rendersi conto che una traccia importante di quel lontano periodo è miracolosamente giunto fino a noi, resistendo al passare del tempo: la gloriosa pista di atletica in terra battuta che ancora oggi gira intorno al piazzale. Una pista che ha visto migliaia di allievi celerini sbuffare nella nebbia, inanellando giri su giri sotto l’occhio attento degli istruttori, ma che ha visto soprattutto la passione e l’impegno di generazioni di atleti che con le loro gesta sportive e i loro successi hanno contribuito a creare il mito di una squadra che per decenni ha “dettato legge” in Italia e nel mondo (2 ori e 1 bronzo olimpici, 3 medaglie mondiali e 9 europee, 216 titoli italiani individuali e 12 titoli di società e ben 3 Coppe europee per club in bacheca). Non c’è pista al mondo e specialità che non abbia visto trionfare gli atleti delle Fiamme oro: dalla velocità (su tutti Livio Berruti, campione olimpico sui 200 metri ai Giochi di Roma, ma anche Luciano Caravani e Stefano Tilli) al mezzo fondo (Gennaro Di Napoli, Alessandro Lambruschini e Donato Sabia), dalle lunghe distanze (Salvatore Antibo, Stefano Mei e Venanzio Ortis) fino alla maratona (Giacomo Leone e Vincenzo Modica). Soprattutto corsa dunque, ma non solo, visto che alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 Alessandro Andrei sbaragliò la concorrenza conquistando l’oro nel getto del peso. Un gruppo, quello dell’atletica cremisi che, dopo aver scritto pagine esaltanti dello sport nazionale e attraversato un periodo di appannamento a cavallo del nuovo millennio, oggi appare di nuovo in grado di rinverdire i fasti del proprio passato. E il merito è soprattutto dell’attuale staff (il direttore tecnico Sergio Baldo, il coordinatore Franco Michielon e gli allenatori Paolo Venturini, Nicola Rampazzo e Alessandro Briana) che ha saputo costruire con passione e professionalità una squadra (44 atleti, di cui 35 uomini e 9 donne) competitiva in tutte le specialità. Sotto l’ala protettrice di veterani come l’ottocentista Andrea Longo, il velocista Maurizio Checcucci e il marciatore Alessandro Gandellini sta maturando una pattuglia di “ragazzini terribili”; le stelle più splendenti sono il talentuoso quattrocentista italo-cubano Isabelt Juarez (che, insieme agli altri due neo-acquisti Marco Vistalli e Domenico Fontana, ha trascinato il quartetto azzurro al secondo posto nella staffetta 4x400 agli ultimi Campionati europei under 23 di Kaunas in Lituania), ma soprattutto Daniele Greco, che sempre a Kaunas ha stupito tutti conquistando la medaglia d’oro nel salto triplo con un balzo di 17,20 metri: «Mi sono ritrovato a fare atletica quasi per caso – racconta il 21enne saltatore di Nardò – sostituendo ai Giochi della gioventù un compagno di scuola che si era ammalato. All’inizio facevo corsa, ostacoli, poi ai Campionati italiani di categoria, con pochissimi allenamenti alle spalle saltai 12 metri e 50, e lì capii che quella poteva essere la mia specialità. Ma la scelta più importante della mia carriera è stata quella di accettare, nel febbraio del 2008, l’invito di Sergio Baldo a fare il concorso per entrare in polizia. Qui a Padova infatti ho trovato un gruppo eccezionale con tanta voglia di fare bene; credo che nel giro di qualche anno potremo regalare tante soddisfazioni a tutto l’ambiente». In effetti grazie alle nuove norme sull’arruolamento, già dal 2005 le Fiamme oro di Padova hanno potuto avviare un profondo rinnovamento della squadra attraverso un lavoro di talent scout che li ha portati a “scovare” in ogni parte d’Italia i campioni di domani. «È un lavoro che richiede pazienza e lungimiranza – afferma il direttore tecnico Sergio Baldo – perché da un lato siamo impegnati a creare una rete di rapporti con le scuole per far avvicinare i ragazzi all’atletica leggera e al nostro centro giovanile, dall’altro si tratta di individuare gli atleti da arruolare sulla base dei risultati conseguiti». E una volta arruolati, agli atleti si chiede massimo impegno e serietà dentro e fuori il campo. Un concetto questo ribadito con forza da Giacomo Leone, indimenticabile vincitore della maratona di New York e oggi consigliere federale nazionale: «Vincere è importante, ma i nostri ragazzi devono essere soprattutto un esempio di correttezza e sportività. La nostra è una maglia gloriosa e al tempo stesso pesante da indossare: siamo sì atleti, ma anche poliziotti». Il lavoro dei tecnici non si limita all’individuazione dei talenti più promettenti; anzi la fase più delicata inizia proprio dopo l’arruolamento, perché la maggior parte degli atleti continua ad allenarsi in strutture vicino casa. «Non avendo la possibilità di far allenare qui in sede i ragazzi – conferma il direttore tecnico – è importante coordinare e programmare gli allenamenti assieme ai tecnici federali, verificare i progressi e soprattutto gestire con attenzione la stagione agonistica, cercando di salvaguardare l’integrità psico-fisica degli atleti anche a costo di saltare qualche competizione internazionale. Il nostro compito è metterli nelle condizioni di esprimere il 100% delle proprie potenzialità. Certo non tutti i nostri atleti potranno vincere un’Olimpiade, però...». In un ambiente che ha ritrovato slancio e risultati, le uniche ad essere in difficoltà sono le ragazze del gruppo, il cui numero si è ridotto per via di alcuni discutibili regolamenti federali (impossibilità per una stessa società di schierare ai campionati nazionali sia la squadra maschile che quella femminile). Nonostante ciò, la grinta e la voglia di andare avanti da parte delle ragazze non sono mai venute meno, come testimonia la saltatrice del triplo Silvia Cucchi: «Certo la decisione della federazione ha finito con il penalizzarci; io e le mie compagne siamo dispiaciute, soprattutto ora che eravamo riuscite a riportare la squadra nell’élite dell’atletica femminile. Però non ho alcuna intenzione di mollare: continuo ad allenarmi con lo stesso impegno di prima, sperando di raggiungere al più presto i fatidici 14 metri, che mi permetterebbero di staccare il biglietto per i prossimi Campionati europei di Barcellona. Per me sarebbe il coronamento di una carriera e anche un modo per ringraziare le Fiamme oro, che mi hanno permesso di trasformare la mia passione per l’atletica in un lavoro».


Altri tempi
di Livio Berruti

La mia avventura da poliziotto? La colpa (o il merito) è tutta di nonno Egidio. Lui voleva per me un futuro da farmacista. «Tu pensa a studiare, che la farmacia te la compro io», mi diceva sempre. Poi mio nonno è venuto meno, ma la passione per la chimica è rimasta, assieme a quella per la corsa, per cui, finito il liceo classico, non ebbi tentennamenti a scegliere la facoltà di Chimica. Essendo già il miglior velocista azzurro volli approfittare delle agevolazioni offerte agli atleti per fare anche il sevizio militare. Le opzioni erano diverse e tutte allettanti: potevo trasferirmi a Roma ed arruolarmi nell’esercito oppure andare a Bologna e diventare carabiniere. Una delle migliori e più antiche facoltà di chimica si trovava però a Padova, dove aveva sede anche il gruppo sportivo delle Fiamme oro, squadra pluricampione d’Italia. Così per conciliare studio e sport ad alto livello mi ritrovai a indossare la mitica casacca color cremisi. A Padova ho trascorso tre anni fantastici. Ricordo ancora con nostalgia il mio primo giorno da “celerino”, quando varcai il portone d’ingresso della caserma “Ilardi”, l’impatto con la gloriosa pista d’atletica in terra battuta che occupava tutto il piazzale interno e le camerate che dividevamo con gli atleti del rugby. Ne venivano fuori delle interminabili battaglie a colpi di buste d’acqua e di risate: più di una volta abbiamo allagato il piano degli ufficiali che era sistemato sotto di noi. Fortuna che il comandante, il burbero ma ricco di umanità colonnello Genco, era un appassionato sportivo e finiva col chiudere un occhio… Aver fatto parte del gruppo sportivo della polizia mi ha permesso di vivere un periodo irripetibile della mia vita, che coincise, peraltro, con la mia esplosione agonistica: nel giugno del 1959, all’Arena di Milano conquistai il record italiano dei 200 m. facendo fermare i cronometri sul 20”7, un tempo impensabile fino a qualche mese prima e che mi convinse definitivamente a puntare tutte le mie carte sul “mezzo giro di pista”.
Il 1960 fu per me l’anno della consacrazione con la conquista dell’oro olimpico a Roma e del record mondiale, con 20”5, mentre l’anno successivo rimasi imbattuto, collezionando 26 vittorie in altrettante gare, nonostante avessi dei temibili avversari come il campione tedesco Hary e il francese Delecour. Una volta tornato a Torino, dopo aver lasciato Padova, mi accorsi di colpo di aver perso il calore, l’aria familiare e la spensieratezza che avevano contraddistinto tutto il periodo trascorso nelle Fiamme oro. Una spensieratezza che ci accompagnava dentro e fuori la pista: eravamo interpreti di uno sport genuino, poco tecnologico, in cui si respirava ancora uno spirito di amicizia, di fratellanza. Si gareggiava con il sorriso sulle labbra, senza quel carico di responsabilità e di drammaticità che avvelena le competizioni di oggi. Non dovevamo fare i conti con gli sponsor o gli interessi economici delle società; basti pensare che prima della finale olimpica cambiai le mie solite scarpette da corsa per indossarne un paio bianche, di un’altra marca, solo perché si intonavamo meglio ai miei calzini immacolati. Peccato che dopo aver tagliato il traguardo venni a sapere che in caso di vittoria la casa produttrice dei miei vecchi scarpini era pronta a versarmi un assegno da 300mila lire. Ci rimasi malissimo… Allora tutto era diverso, anche i giornalisti: il più delle volte erano amici di cui potersi fidare. Spesso alla fine degli allenamenti capitava di uscire a passeggio per le strade del centro con qualche ragazza o di fermarsi in piazza delle Erbe a bere uno spritz. In fondo eravamo ragazzi e nessuno ci trovava niente da dire. Oggi saremmo probabilmente finiti in prima pagina su qualche giornale scandalistico. Eh sì, erano davvero altri tempi!

01/04/2010