Alice Vallerini

Le zone grigie del Web

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La sentenza del Tribunale di Milano che condanna tre dirigenti di Google pone a un bivio il destino della libertà di espressione nella Rete

«Ai postini non si chiede cosa c’è nelle lettere» tuonano i vertici delle industrie della comunicazione. «Nessuno vuole mettere il bavaglio a Internet» evidenziano i giudici, mentre il popolo della Rete s’infervora discutendo dei possibili effetti – in termini di partecipazione attiva degli utenti – di una stretta eccessiva sulla privacy nel mondo del Web. La sentenza del Tribunale di Milano che ha condannato a sei mesi di reclusione tre alti dirigenti di Google accusati di non aver evitato che nel 2006 finisse su Internet il video di un bimbo down vessato dai compagni di scuola apre scenari inediti nel complesso panorama della comunicazione online.
Di colpo si fa strada il principio che la piattaforma debba in qualche modo rispondere dei materiali che ospita, in virtù del principio portato a galla dai magistrati secondo cui in sostanza il diritto d’impresa non può prevalere su quello della persona. In parallelo, ad alimentare il dibattito, nascono una sfilza di interrogativi: qual è il confine tra diritto alla privacy e le infinite possibilità che oggi offre la Rete? Quali i pericoli legati alla percezione della “violenza telematica”, quella forma di aggressività dagli effetti potenzialmente devastanti che si esprime tramite il Web e per questo appare spesso “innocua” proprio ai responsabili (in buona o cattiva fede) delle molestie online? E quali, infine, i rischi legali collegati al proliferare di gruppi su Facebook o su Youtube che inneggiano agli autori di aggressioni o solidarizzano virtualmente con gli stupratori?
Difficile districare la matassa, visto che il tema è relativamente nuovo e in continua evoluzione. Sta di fatto che la sentenza dei giudici di Milano segna una tappa importante nel delineare le regole alla base della navigazione responsabile, ed è da qui che occorre partire per ragionare sulle prospettive e le possibili degenerazioni della cosiddetta “seconda era di Internet”.
I tre dirigenti Google finiti nella bufera (David Drummond, nel 2006 presidente del Cda e ora vice presidente e capo del servizio legale, l’ex direttore finanziario ora in pensione George De Los Reyes e il responsabile mondiale della privacy per l’azienda Montain View, Peter Fleischer) vennero accusati di concorso nella violazione della legge sul trattamento dei dati personali assieme ai 4 ragazzi torinesi (individuati e poi processati dopo una denuncia dell’associazione Vividown) che girarono il filmato e lo caricarono nella sezione “video più divertenti” di Google. La legge italiana infatti punisce chi “per profitto tratta illegalmente dati sensibili come quelli sulla salute”. Ma l’assoluzione del gruppo dall’accusa di diffamazione ribadisce allo stesso tempo il concetto che “il service provider non ha alcun obbligo di verificare preventivamente quanto messo in Rete dagli utenti”.
Tutto chiaro e universalmente condiviso? Niente affatto. Se i pm Alfredo Robledo e Francesco Cajano nel commentare la sentenza evidenziano che «non si è trattato di censura né di un processo sulla libertà della Rete», il commissario Antitrust Antonio Pilati sottolinea che «Google non è un editore e sarebbe dunque sbagliato cercare di applicare vecchie regole a un soggetto nuovo», mentre l’ambasciatore Usa a Roma David Thorne fa sapere che gli Stati Uniti «sono negativamente colpiti dalla condanna ai dirigenti» che andrebbe in rotta di collisione con i principi della libertà di Internet, a suo dire «vitale per le democrazie». Sulla stessa linea i vertici delle aziende impegnate nella comunicazione secondo cui «non si riterrebbe mai meritevole di condanna il conducente di un autobus che trasporti tra i suoi passeggeri un criminale».
Di qui l’interrogativo-provocazione: cosa accadrebbe se un sito come Youtube dovesse controllare ogni video e richiedere liberatorie a tutte le persone riprese prima di pubblicarlo? I costi altissimi non coprirebbero i ricavi e diventerebbe necessario far pagare il servizio agli utenti, con ovvie conseguenze sulle dinamiche che da sempre contraddistinguono la Rete.
Così la ricerca di un assetto capace di garantire i bisogni-chiave degli internauti (e non solo loro) tra tutela della privacy e libertà di navigazione continua ad apparire una strada in salita, disseminata di ostacoli.
Mentre gli addetti ai lavori ribadiscono che quella degli User generated contents e dei socialnetwork è ancora una zona grigia non specificamente regolamentata, non si placa la polemica sugli ultimi episodi di cronaca legati all’utilizzo distorto del Web. Solo lo scorso febbraio la polizia postale ha oscurato il gruppo su Facebook “Deridiamo i bambini Down” (con circa 800 iscritti) che esponeva un bimbo che aveva le caratteristiche della malattia, sulla cui fronte era scritto “scemo”. Il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna, così come l’autorità garante per la Privacy, si è subito detta “indignata” e dopo aver ringraziato gli agenti «per lo straordinario lavoro fatto e per la tempestività» non ha nascosto la propria preoccupazione per il contenuto delle frasi apparse online. Sul sito, ora oscurato, si leggeva: «Perché dovremmo convivere con queste ingnobili creature? Io ho trovato la soluzione: consiste nell’usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio».
Fortunatamente a seguito dell’episodio il popolo della Rete ha protestato in massa contro il gruppo-choc e centinaia di persone hanno sfruttato il Web per evidenziare che i bambini down sono persone normali come tutte le altre. Interventi giudicati tuttavia “non sempre opportuni” dagli esperti di provocazioni telematiche: sono infatti molti gli studiosi convinti che il solo dare peso a iniziative di questo genere possa essere controproducente trattandosi solo di “troll” (termine che Wikipedia definisce come “individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati” con il risultato di contribuire al rumore di fondo mediatico).
C’è poi un altro aspetto da considerare. Se nelle scuole d’Italia e in tutto il mondo si moltiplicano i casi di bullismo e di violenza tra giovanissimi, Internet sembra amplificare la tendenza all’aggressività “virtuale”: agli occhi dei responsabili degli abusi, le molestie e le minacce online appaiono infatti metodi “non invasivi” per vessare il prossimo senza commettere un vero e proprio reato. Inutile dire che le conseguenze possono essere devastanti, come dimostrano i tanti episodi registrati negli ultimi anni in più parti d’Italia. Uno su tutti. Il suicidio di una 16enne che nell’agosto di due anni fa ad Adria si sparò un colpo al petto con la pistola del padre in balia della disperazione per le foto hard che l’ex fidanzato aveva diffuso in Rete. La studentessa protagonista della vicenda frequentava il liceo scientifico ed era figlia di professionisti. La sua era una vita normale e spensierata, ma quelle immagini osé diffuse per dispetto dal fidanzato l’avevano sconvolta, fino a portarla a commettere un gesto estremo. Sul caso la squadra mobile di Rovigo dopo indagini approfondite è arrivata alla denuncia dell’ex fidanzato della ragazzina e di una sessantina di persone, quelle che secondo le verifiche erano entrate in contatto con il filmato.
Più difficile arginare il fenomeno dei gruppi che nascono di continuo nella Rete a sostegno di iniziative decisamente discutibili e di autori di aggressioni o protagonisti di episodi di cronaca nera. Si tratta di aggregazioni quasi sempre composte da soggetti totalmente estranei ai fatti, persone che esprimono la propria “approvazione” con una parola, una frase, una “faccina”. È storia recente la scoperta di gruppi che su Facebook si autodefinivano “fan degli stupri di gruppo” o quella dei socialnetwork nei quali decine di persone si esprimevano in favore di Totò Riina e della mafia. Uno scenario nel quale si inseriscono anche le manifestazioni “telematiche” che hanno fatto seguito alla violenza sessuale di gruppo avvenuta il 31 agosto del 2007 nella pineta di Marina di Montalto di Castro (Viterbo) ai danni di una 15enne abusata a turno da otto minorenni: dopo l’agguato, su Facebook sono spuntati gruppi dove si invitano i ragazzi “ad unirsi allo stupro, a mettersi in fila”. “Strascichi online”, e polemiche-fiume, anche per altri agguati a sfondo sessuale avvenuti a Roma: quello della notte di Capodanno del 2009, quello di Guidonia del gennaio dello scorso anno, quello registrato al parco della Caffarella il giorno di San Valentino.
Per non parlare della “degenerazione virtuale” della violenza sessuale, che proprio negli ultimi mesi ha suscitato indignazione per la nascita del “simulatore di stupri” denominato Raopelay. Un “gioco” facilmente scaricabile da Internet in cui l’utente può farsi artefice di veri e propri abusi sessuali: il protagonista è un maniaco che prende di mira una famiglia di donne, le infastidisce e poi le molesta fino al vero e proprio stupro. A commentare con sdegno l’uscita del videogioco giapponese, lo scorso febbraio è stato anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni: «La violenza sul Web e le cose brutte che vediamo sono un’esperienza quotidiana. Siamo già intervenuti con i responsabili dei maggiori siti per definire un codice di autocomportamento per evitare che queste cose si diffondano. Non possiamo prevenire, perché l’accesso al Web è libero, ma possiamo evitare che permangano e bisogna farlo perché questi giochi sono non solo diseducativi, ma anche un’incitazione a delinquere».


La “cortina” sull’informazione
Accesso negato ai socialnetwork, controllo sulle informazioni e sugli utenti online: censurano Internet per soffocare il dissenso soprattutto Cina e Iran. È il risultato della ricognizione annuale sul rispetto dei diritti umani condotta dal Dipartimento di Stato Usa in 194 Paesi e pubblicata lo scorso mese. Della “cortina sull’informazione”, nemica delle libertà fondamentali e della prosperità economica, aveva già parlato qualche settimana prima Hillary Clinton in un discorso da Washington sulla libertà di Internet. E mentre Google lascia la Cina per non piegarsi alla richiesta di Pechino di filtrare le ricerche nella Rete per continuare a operare nel Paese, quattro su cinque dei 27mila intervistati in tutto il mondo dalla Bbc chiedono che l’accesso a Internet diventi un diritto fondamentale. Dove, invece, libertà e diritti non sono in discussione ci si interroga su come proteggerli e bilanciarli e su quale debba eventualmente prevalere.
Negli Stati Uniti è la libertà di pensiero e di espressione a venire prima. Il Communications decency act del 1996 solleva i provider e gli utenti del Web da responsabilità sui contenuti illegittimi pubblicati da terzi. Accordando l’immunità, il Congresso americano ha neutralizzato le pastoie tecniche ed economiche a carico degli intermediari – che avrebbero intralciato la libertà di parola e le opportunità di conoscenza offerte da Internet. Proprio in nome del 1° emendamento, la Corte suprema ha dichiarato incostituzionali quelle norme della legge che, per proteggere i minori da contenuti osceni, limitavano l’accesso a Internet.
Anche in Europa la responsabilità limitata degli intermediari è assicurata dalla direttiva 2000/31/CE, ma secondo il New York Times, che sulla sentenza del Tribunale di Milano ha chiesto l’opinione a esperti giuridici e dell’informazione, sulla libertà di espressione prevarrebbe il diritto alla privacy. In Europa, tuttavia, anche la libertà in Rete è sorvegliata da vicino. In Germania il tentativo del legislatore di combattere la pedopornografia online facendo bloccare agli Isp i siti messi all’indice dal Bka (la polizia federale) ha suscitato timori di un principio di censura e il governo ha promesso nuove norme. Alla Loppsi 2, un pacchetto di norme sulla sicurezza in discussione in Francia, l’Afa, l’associazione degli Isp francesi, ha riservato un certo scetticismo per la norma che prevede il loro coinvolgimento nel filtraggio dei siti dal contenuto pedopornografico. Nel Regno Unito, l’iter parlamentare del Digital economy bill ha incontrato la reazione di società come Google, Yahoo e Facebook, dei principali Isp, di esperti e associazioni che, di fronte all’emendamento che avrebbe costretto gli Isp a bloccare i siti con contenuti in violazione del diritto d’autore, lo scorso mese hanno scritto al Financial Times di temere per la “libertà di parola e per la libertà di Internet”.
Loredana Lutta


I diritti della Rete
La scottante questione della libertà di espressione online sta facendo discutere. La caratteristica più spiccata di Internet è da sempre una totale democrazia, e/o anarchia, che garantisce agli utenti la più completa libertà di espressione. Anche a costo di controindicazioni ed effetti indesiderati.
Cosa dice la legge? Esistono dei vincoli a cui attenersi nel cosiddetto “Far West digitale del terzo millennio”, in cui talvolta l’estrema libertà del mezzo permette alla libertà di informazione ed espressione di entrare in conflitto con altri, sacrosanti diritti e libertà individuali?
L’abbiamo chiesto all’avvocato Daniele Minotti, esperto di diritto penale dell’informatica e diritto delle nuove tecnologie, che ha spiegato chiaramente come, al momento, non esistano ancora delle leggi particolari e specifiche sulla materia, ma solo norme generali che creano una situazione di grande incertezza e di fragilità dei meccanismi penali.
Attualmente, l’unica normativa esistente è il decreto legislativo n. 70 del 9 aprile 2003, ovvero la “Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno”.
La volontà dell’atto è quella di “promuovere la libera circolazione dei servizi della società dell’informazione, fra i quali il commercio elettronico” (art. 1, comma 1). Purtroppo, però, nel campo di applicazione di questo decreto non rientra l’elemento che risolverebbe le controversie nate negli ultimi tempi, ovvero “le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675 e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171 e successive modifiche e integrazioni (art.1 comma 2)”.
Nel febbraio 2009, c’è stato un nuovo tentativo di regolare la comunicazione in Rete, così come la libertà e la responsabilità dei motori di ricerca e lo sviluppo di certi fenomeni online: il cosiddetto “emendamento D’Alia”, ossia una proposta di modifica al ddl n. 733 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”). Il senatore Gianpiero D’Alia ha infatti promosso, ed inizialmente ottenuto, l’inserimento nel ddl 733 di un emendamento che sancisse “la repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo Internet” (Art. 50 bis, poi art. 60). Secondo le modifiche proposte, in caso di “delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, […] in via telematica sulla Rete internet” sarebbe stato necessario richiedere immediatamente “l’interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla Rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine”.
Tale norma avrebbe potuto portare alla chiusura di alcuni dei siti di cui spesso si parla in questi giorni e ha suscitato talmente tante polemiche da finire poi cancellata nel giro di un mese.
Secondo Minotti, la regolamentazione di quanto accade sul World wide web è destinata a rimanere controversa ancora a lungo, dato che al momento è molto difficile individuare la rilevanza penale dei fatti commessi anche quando sono innegabilmente illeciti, definire le responsabilità dei soggetti coinvolti, stabilire l’entità dei provvedimenti da prendere e soprattutto attivare una collaborazione per le indagini, sia a livello nazionale sia a livello internazionale. È evidente comunque l’urgente bisogno di provvedimenti in questo senso, dato che – allo stato attuale delle cose – solo per la lotta alla pornografia e alla pedopornografia esistono provvedimenti determinanti ed efficaci.
Giulia Soi


Approfondimenti

Codici di autoregolamentazione per mediare tra libertà e privacy sul Web
di Loredana Lutta

01/04/2010