Maurizio Masciopinto*

L’unione fa la forza

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Forte patto tra le istituzioni, protocolli per la legalità e rinnovata coscienza civile e culturale. Il percorso irrinunciabile indicato dal presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, per contrastare la criminalità organizzata

Mafia pulita. È l’insieme delle organizzazioni criminali che operano, per così dire, in giacca e cravatta e riciclano, attraverso attività apparentemente legali, gli enormi profitti derivanti dalla filiera delle loro attività tradizionali. Le cifre di questa superindustria transnazionale sono impressionanti, tali da far concorrenza all’economia nazionale, privata e pubblica. Tanto che per il Sistema Italia la mafia degli affari non è più e solo un problema giudiziario, etico e morale. Rischia di diventare un problema strutturale, un circolo vizioso in cui la parte sommersa e illegale dell’economia si amplia fino a infettare l’economia legale. Coscienti della dimensione del fenomeno, tutti i protagonisti in campo si sono coordinati, con la regia di ministero dell’Interno, prefetture e questure, e puntano la loro attenzione sulle organizzazioni criminali per smascherare innanzi tutto la loro capacità di mimetizzarsi. In prima fila Polizia di Stato e Confindustria. Da una parte le imprese sane che hanno deciso di dire un basta assoluto alle paure del passato, dall’altra forze di polizia e magistratura che indagano, denunciano, arrestano e catturano, sequestrano e confiscano. Colpire le mafie a tutti i livelli, i loro uomini e i loro capitali. In pochi mesi i risultati stanno arrivando, copiosi. Abbiamo deciso di dare la parola ai protagonisti. Eccoli.

«Non bisogna far sentire l’imprenditore un eroe solitario». Presidente, lei ha lanciato questo monito auspicando un «patto nazionale tra forze politiche, forze dell’ordine, magistratura e società», in grado di mettere in moto uno sforzo culturale e un impegno della società civile per combattere ogni tipo di mafia che minaccia anche le regole del mercato e l’economia nazionale. Perché questa priorità?
La realizzazione di un patto forte tra le istituzioni è l’unica soluzione per contrastare in maniera efficace l’attività delle organizzazioni mafiose.
Le organizzazioni imprenditoriali e sindacali stanno portando avanti con determinazione un progetto di rinnovamento comportamentale, e prima ancora culturale, dei propri iscritti. Ma da sole non possono raggiungere risultati adeguati in modo diffuso. Per assicurare il rispetto delle regole è necessario coinvolgere tutti gli attori della vita economica, civile e sociale.
In questo la scuola può svolgere un ruolo centrale. I comportamenti scorretti, illegali, deviati purtroppo sono molto spesso percepiti come “normali” in presenza di condizioni sociali o economiche disagiate e in determinati territori a rischio. L’intervento della scuola può essere di aiuto nel cambiamento della società civile: l’educazione alla legalità e alla correttezza deve essere il presupposto necessario nella istruzione dei giovani. È per questa ragione che di recente, al Convegno dei giovani imprenditori di Capri, abbiamo lanciato l’iniziativa di inserire un’ora settimanale di lezione sulla legalità tra gli insegnamenti scolastici. Soltanto con l’insegnamento della legalità negli istituti scolastici potrà infatti essere garantita la formazione dei cittadini e degli imprenditori del futuro e sarà possibile accrescere la consapevolezza da parte di tutti dell’importanza del rispetto delle regole.

Il giro di affari “sporco” delle organizzazioni criminali arriverebbe a 400 miliardi con l’indotto a livello nazionale e sarebbero quasi 2 milioni gli italiani che trarrebbero profitto diretto o indiretto da queste attività illegali. Di fronte a questi numeri, lei ha la sensazione che tutti i protagonisti della guerra culturale da lei proposta siano coscienti della posta in campo e si siano opportunamente attivati?
Le imprese e le istituzioni coinvolte nella lotta alle organizzazioni criminali hanno avviato una battaglia che non si può più fermare. La ferma e decisa opposizione nei confronti di tutte quelle condotte violente e intimidatorie tipiche delle mafie è il tratto caratterizzante della reazione del mondo economico e istituzionale che si sta registrando negli ultimi tempi. Questo nuovo approccio culturale offre un sostegno indispensabile all’attività che la magistratura e le forze dell’ordine svolgono ogni giorno con estremo impegno e sacrificio.
La mia percezione, in qualità di presidente di Confindustria, ma soprattutto di cittadina italiana, è che la spinta verso questo cambiamento culturale, che ha preso le mosse proprio dalle associazioni imprenditoriali del Sud, sia oramai divenuta impegno di tutta la società. Le istituzioni stanno diventando più attente ai fenomeni di inefficienza amministrativa e di malaburocrazia, che penalizzano il vivere quotidiano dei cittadini, così come il sano sviluppo delle imprese. In questo senso, i recenti interventi legislativi che hanno introdotto misure e correttivi diretti a migliorare il funzionamento della pubblica amministrazione sono certamente un passo avanti importante.
Una comunità cambia, infatti, soltanto quando i suoi amministratori sono in grado di trasmettere ai cittadini un forte messaggio di legalità, di trasparenza e di correttezza. E ciò sta accadendo oggi in quei territori in cui c’è una forte interazione, un vero e proprio lavoro di squadra, tra gli enti locali, le associazioni imprenditoriali, sindacali e le forze dell’ordine.

Contro questa organizzazione mafiosa che si è fatta globale e mimetica, pronta a infiltrarsi nella parte sana dell’economia, i provvedimenti recentemente tradotti in legge possono essere utili?
I nuovi provvedimenti hanno introdotto misure importanti per rafforzare le azioni di contrasto alla criminalità organizzata e per garantire il rispetto della legalità, soprattutto in un’ottica di prevenzione dei fenomeni criminosi.
Si tratta di interventi rilevanti, sui quali Confindustria ha fornito importanti contributi, attraverso l’azione di Antonello Montante, delegato nazionale per i rapporti con le istituzioni preposte al controllo del territorio, e Cristiana Coppola, vice presidente per il Mezzogiorno.
Le modifiche di maggiore interesse sono collegate alla legge sulla sicurezza pubblica dello scorso luglio e riguardano il rafforzamento delle misure di confisca e sequestro dei patrimoni mafiosi e il riconoscimento di maggiori poteri ai prefetti, specie ai fini della destinazione dei beni confiscati e di una loro più efficiente amministrazione, soprattutto quando si tratti di aziende; l’obbligo di denuncia per le imprese vittime dei reati di concussione ed estorsione, pena l’esclusione dalle gare di appalto; la revisione delle disposizioni in tema di commissariamento e scioglimento degli organi di governo politico e tecnico degli enti locali, in caso di infiltrazione o condizionamento di tipo mafioso. In particolare, quest’ultima misura consente di tagliare definitivamente qualsiasi legame tra tecnostrutture e organizzazioni criminali, sul quale il solo commissariamento o scioglimento degli organi di governo politico non era in grado di incidere. È evidente che soltanto con l’allontanamento dei tecnici collusi è possibile contrastare in maniera sostanziale e definitiva il rapporto tra mafia, istituzioni e imprenditoria non sana.

L’impegno di Confindustria si è concretizzato nel rapporto sempre più stretto tra imprese, istituzioni e territorio, tradotto nei Protocolli per la legalità. Stanno funzionando?
I protocolli – e parliamo ovviamente dei veri protocolli di legalità e non di quelli di facciata – sono un’arma molto importante nella lotta alle organizzazioni criminali, che purtroppo sempre più spesso si infiltrano nelle attività economiche lecite. Le imprese che li hanno firmati si sono assunte impegni molto pregnanti di controllo sulle proprie controparti commerciali, alle quali impongono il rispetto di clausole rigorose e di condizioni che assicurino massima trasparenza sugli assetti proprietari, sulle modalità di prestazione del servizio, soprattutto nei casi di subappalto, nonché un’elevata attenzione ai costi, ad esempio per la sicurezza dei lavoratori.
Altro elemento qualificante dei nostri protocolli è la collaborazione intensa con le forze dell’ordine e le istituzioni che governano il territorio, alle quali le imprese si impegnano a fornire informazioni tempestive e complete sulle proprie controparti. Nel contempo le imprese chiedono alle istituzioni di controllo informazioni preventive, allo scopo di qualificare i fornitori e il loro inserimento nelle vendor’s list, ulteriori rispetto a quanto previsto dalle certificazioni antimafia, per verificare l’assenza di situazioni di rischio.
Questi protocolli stanno già dando risultati molto positivi e vanno nella direzione auspicata di migliorare la qualità e trasparenza delle attività economiche unitamente al rispetto delle regole del mercato e della concorrenza delle nostre aziende.

Oltre che nelle roccheforti mafiose meridionali, i protocolli possono funzionare anche a livello nazionale e internazionale?
I circuiti informativi tra imprese e istituzioni attivati attraverso i nostri protocolli mirano proprio a garantire un approccio condiviso nell’attività di contrasto al crimine organizzato, sia sul territorio nazionale che in ambito internazionale. In quest’ottica, i protocolli rappresentano il necessario complemento degli interventi che il Governo e il Parlamento stanno già ponendo in essere per contrastare efficacemente il crimine organizzato transnazionale e i fenomeni di associazionismo malavitoso, specie in attuazione di decisioni, direttive e convenzioni europee e internazionali.
I protocolli, oltre a prevedere misure e impegni per le parti coinvolte, sono un veicolo importante di diffusione della cultura della legalità nelle imprese e possono giocare un ruolo decisivo per favorire il cambiamento culturale in ambiti, anche territoriali, più estesi. Le imprese che si impegnano al rispetto, su base convenzionale, di regole e di standard qualitativi più elevati rispetto a quelli normalmente richiesti dal mercato, esprimono in pieno quell’esigenza di cambiamento e di innovazione che tutti invochiamo e che può consentire loro un confronto ad armi pari con i competitor esteri. Naturalmente parlo delle uniche “armi” lecite a disposizione delle imprese per affermarsi e creare valore per sé, per i lavoratori, per gli investitori, per la produttività del sistema Paese, vale a dire il rispetto delle regole, della concorrenza e una elevata qualità dei beni e servizi offerti al mercato.
Eliminare ogni zona grigia di collegamento, anche indiretto, tra aziende e criminalità. Confindustria, per le sue competenze, sta riuscendo in questa impresa? Gli altri protagonisti stanno facendo la loro parte?
Devo dire che ormai gli imprenditori sanno di non essere più soli nella lotta alle mafie. L’impegno e la vicinanza di Confindustria e il presidio delle forze dell’ordine sono costanti e sempre più incisivi.
Confindustria si è schierata con coraggio per aumentare e migliorare la collaborazione con tutte le istituzioni preposte al controllo del territorio, operando al loro fianco e garantendo così una continuità che consente di supportare tutti quegli imprenditori onesti che vogliono investire per mantenere il livello competitivo delle proprie imprese all’altezza dei mercati globali.
Anche l’atteggiamento delle istituzioni è diverso rispetto al passato: ne sono testimonianza sia i provvedimenti varati da governo e parlamento per predisporre strumenti più efficaci di lotta alla criminalità organizzata e di incremento dei livelli di sicurezza sul territorio, sia soprattutto l’intensificazione degli interventi delle forze dell’ordine. Le operazioni condotte negli ultimi mesi, che hanno portato all’arresto di numerosi latitanti, stanno assestando un duro colpo alle organizzazioni mafiose.

Lei ha istituito una delega ad hoc in Confindustria per la legalità. L’ha affidata ad Antonello
Montante. Può tracciare un bilancio del primo anno di questa nuova strategia?

L’istituzione, per la prima volta nella storia di Confindustria, della delega per la legalità vuole rappresentare l’impegno sempre più deciso della nostra associazione, a livello nazionale, nella lotta alla illegalità e ai fenomeni criminali.
Ancora più significativa è la scelta di attribuire questa delega ad Antonello Montante, un imprenditore simbolo della lotta alla mafia in Sicilia, impegnato da anni sul territorio e nei luoghi dove le criticità sono maggiori. Montante, che mi affianca in questa attività fin da quando ero presidente dei giovani imprenditori di Confindustria, conosce bene problemi e paure di chi fa impresa in territori difficili, e da sempre sostiene che la fermezza contro ogni forma di collusione è l’unica strada possibile. Con Antonello siamo convinti che questo impegno per la legalità, che ci appartiene da tempo, si tradurrà in uno strumento di forte attrazione degli investimenti delle imprese sia italiane che straniere.
Volendo tracciare un bilancio di questo primo anno di attività del nostro delegato, numerosi sono stati i contatti e le iniziative avviate con le istituzioni (ministero dell’Interno, prefetture, forze di polizia) per definire forme di collaborazione volte a rafforzare i controlli e gli interventi necessari ad assicurare il corretto e trasparente svolgimento delle attività economiche.
Oltre ai già citati protocolli per la legalità e alle altre attività che vedono le imprese schierate sul territorio accanto alle istituzioni nella lotta alla criminalità economica, su iniziativa di Confindustria sono state introdotte anche importanti innovazioni normative, tra le quali mi preme segnalare la modifica al codice degli appalti, fortemente sostenuta dal nostro sistema, che esclude dalle gare gli imprenditori che non abbiano denunciato tentativi di estorsione o di concussione. Si tratta di una misura forte, ma essenziale per consolidare la cultura della legalità e contrastare il racket, l’usura e, più in generale, qualsiasi forma di collusione.

Confindustria ha introdotto, quale regola base della vita associativa, la norma per cui chi è colluso o non denuncia il pizzo viene espulso. Quanto questa scelta ha aiutato e sta aiutando l’imprenditoria italiana?
Anche questa è stata una scelta di grande coraggio che dimostra che qualsiasi collusione o atteggiamento compiacente da parte delle imprese non è più accettabile. Confindustria ha fatto in questo modo una scelta di campo definitiva: chi è con noi non può accettare compromessi con la criminalità.
Questa scelta ha dato forza agli imprenditori.
Tra l’altro, proprio la presenza capillare di Confindustria sul territorio, attraverso le associazioni provinciali e regionali, rassicura gli imprenditori sul fatto che non saranno lasciati soli. Il rinnovamento culturale avviato da Confindustria Sicilia e portato avanti in sinergia con le Associazioni antiracket e le altre organizzazioni impegnate nella lotta al crimine, sta portando le nostre imprese verso una maggiore percezione dei livelli di sicurezza: l’isolamento non è più una condizione di chi fa impresa in maniera onesta, ma di chi vive nell’illegalità.

Mentre Confindustria si batte a spada tratta per ottenere migliori condizioni di accesso al credito, molte imprese corrono il rischio del taglieggiamento e dell’usura. Possiamo parlare di imprese “a sicurezza limitata”?
Purtroppo, soprattutto nella fase di crisi economica che stiamo attraversando, questi fenomeni stanno mostrando una maggiore incidenza. Le imprese, in particolare quelle piccole, sono più esposte al rischio di usura. Anche in questo caso il sostegno delle associazioni civiche e imprenditoriali è essenziale, ma non basta. L’azione decisa delle forze dell’ordine e della magistratura sta dando un’importante spinta agli imprenditori ed ai cittadini che, vittime dell’usura, decidono di denunciare. Questa, però, deve essere assistita da interventi di sostegno economico da parte dello Stato, che non deve abbandonare chi con coraggio decide di recidere qualsiasi legame con la criminalità, anche quando di questo legame è vittima.

Lei ha sottolineato il fatto che la crisi economica e finanziaria attuale può amplificare il problema della criminalità, che potrebbe approfittare della contingente debolezza di tante imprese. Ridurre al minimo la concorrenza sleale della finanza e dell’impresa inquinata può aiutare il sistema Italia a uscire meglio e prima dalla crisi?
La concorrenza sleale esercitata dalle organizzazioni criminali può annientare le imprese oneste costringendole ad uscire dal mercato perché non in grado di sostenere la competizione, soprattutto in una fase di profonda crisi, in cui ci sono “imprese” inquinate che “beneficiano” di finanza a tassi vantaggiosi e di costi di produzione più bassi. È un motivo in più per aumentare l’azione di contrasto: una diffusa applicazione delle misure della confisca e del sequestro dei patrimoni mafiosi, così come la repressione dei fenomeni di riciclaggio, consentono di ridurre i passaggi anomali di risorse verso imprese compiacenti che poi se ne avvantaggiano.

Confindustria ha dimostrato con le sue iniziative di non sottovalutare altre due attività che producono mercati neri paralleli e concorrenza sleale: la contraffazione e l’abusivismo. Queste due voci incrementano sensibilmente il giro d’affari mafioso, alterano le leggi della concorrenza e sfruttano il lavoro nero. Quale strategia per combatterle?
Nella battaglia contro le associazioni criminali organizzate, un’efficace attività di lotta alla contraffazione assume un’importanza strategica. Le contraffazioni e le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale sono fenomeni spesso collegati e realizzati da organizzazioni criminali complesse e articolate su tutto il territorio nazionale, ma anche a livello internazionale, che perseguono profitti illecitamente, alterando le regole del mercato. Per queste ragioni, la reazione di imprese, forze dell’ordine, magistratura e consumatori deve essere coordinata ed efficace anche in questo campo.
La definizione di una strategia comune è necessaria per tutelare al meglio le ragioni dell’industria che innova e produce valore immateriale e per difendere il Made in Italy, vero simbolo della qualità, del successo e della capacità delle nostre imprese di competere sui mercati globali. È pertanto necessario rilanciare la cultura della legalità anche nel settore della proprietà intellettuale, attraverso azioni di education e sensibilizzazione del pubblico e prevedere misure volte ad incentivare, da un lato, e difendere, dall’altro, le imprese che creano valore attraverso l’innovazione. Occorre introdurre regole, anche sul versante penale, armonizzate in tutti gli Stati membri dell’UE in modo da rafforzare il contrasto alla contraffazione e alla pirateria anche all’estero.
Gli interventi degli ultimi anni si sono caratterizzati per un approccio sempre più severo nei confronti delle condotte illecite, aggravando le sanzioni (penali, amministrative e civili) e rafforzando gli strumenti di indagine e di contrasto della contraffazione già dalla fase cautelare, come i sequestri e la distruzione delle merci contraffatte. Questi interventi, sostenuti da Confindustria, hanno prodotto risultati positivi, anche se l’attività di contrasto alla contraffazione richiede un impegno sempre maggiore, specie per aumentare il livello di consapevolezza dei consumatori in relazione agli enormi danni che il mercato del falso produce alla salute e alla sicurezza delle persone, ai livelli occupazionali e ai bilanci delle imprese virtuose e dello Stato.

Misure quali maggiori controlli e sanzioni applicabili più facilmente, quanto sarebbero utili per combattere il fenomeno dell’abusivismo e della contraffazione in continua espansione?
Sarebbero certamente molto utili. Va detto, però, che anche in questo campo la situazione è notevolmente migliorata: i controlli effettuati dalle forze dell’ordine e dalle dogane sono sempre più efficaci e coordinati. Certamente aiuterebbe ancora di più, soprattutto in funzione di deterrenza, un miglioramento di alcune disposizioni normative, per consentire, ad esempio, una più rapida ed efficace applicazione dei provvedimenti di sequestro e di distruzione anche in via cautelare delle merci contraffatte introdotti nel corso degli ultimi anni. Anche in questo caso, così come si è visto per i patrimoni mafiosi, le misure che incidono sui beni e sui patrimoni sono quelle senza dubbio più efficaci.

Passiamo ora al “costo della paura”, ovvero una tassa aggiuntiva definita vergognosa da molti imprenditori. Essi si trovano a dover combattere con una imprenditoria illegale in grado di raccogliere capitali da attività illecite a costi relativamente bassi; di acquisire lavoro potendo contare su manodopera utilizzata anche per attività illecite; di acquisire quote di mercato aggirando molti dei filtri normalmente imposti dalle leggi, realizzando un indebito vantaggio. Quale può essere il costo e l’effetto di questa concorrenza sleale globale?
I costi dell’illegalità sono di varia natura e sicuramente molto elevati anche se spesso difficilmente quantificabili, come abbiamo avuto modo di segnalare in più occasioni.
Ci sono costi diretti: quelli sopportati dagli imprenditori vittime del pizzo, della concussione, dell’usura. E ci sono costi indiretti derivanti dalle ritorsioni cui gli imprenditori che non cedono alle estorsioni sono normalmente soggetti, come la perdita di opportunità di business, preclusione dell’accesso a determinati mercati, per citarne solo alcuni.
Per non parlare poi di quei costi della “regolarità”, che le imprese operanti nel rispetto della legalità sostengono (in materia antinfortunistica, contributiva e assistenziale, ambientale eccetera), ma che di fatto determinano una profonda alterazione dei rapporti concorrenziali a vantaggio di quelle imprese che invece le regole non le rispettano.
Va da sé che questi costi, tipici dei contesti ad elevato tasso criminoso, sono destinati ad incidere negativamente sulle realtà più deboli e, quindi, principalmente sulle piccole e medie imprese.

* Direttore dell’Ufficio relazioni esterne e cerimoniale del Dipartimento della ps


Scacco alla mafia economy
di Annalisa Bucchieri


Legalità=Sviluppo
di Marco Venturi
(Assessore all’Industria della Giunta regionale siciliana)

Intervista a Federica Seganti
(Assessore alla Pianificazione territoriale, Autonomie locali, Sicurezza, delegata alle Relazioni internazionali e comunitarie del Friuli Venezia Giulia)


Scarica l’intervista ad Emma Marcegaglia in formato PDF

 

01/12/2009