Anacleto Flori

Intramontabile Pippo

Cinquant’anni di televisione e non sentirli. Una carriera di successi all’insegna della voglia (e del coraggio) di rimettersi ogni volta in gioco

Immaginare le centinaia di canali trasmessi oggi sul digitale terrestre 24 ore su 24, alla fine degli Anni ’50 era una cosa da fantascienza. La Rai che allora muoveva i suoi primi passi aveva un solo canale in bianco e nero e un pugno di programmi che incantavano gli italiani davanti agli schermi. Una stagione da pionieri che vedeva tra i suoi protagonisti un certo Giuseppe Raimondo Baudo, in arte Pippo, brillante avvocato siciliano che alle aule dei tribunali preferiva il palcoscenico…

Lei nel 1959 era già in Rai. Mezzo secolo di televisione, di attività e di successi, cosa si prova ad essere un pezzo fondamentale della Tv italiana?

Cinquant’anni sono tanti. E soprattutto sono passati in fretta, direi quasi volati. Eppure sono stati anni di vita intensa, di esperienze, di conoscenze, e di tanti personaggi straordinari che ho avuto la fortuna di incontrare nell’arco di tre generazioni.

A proposito di personaggi, oltre ad essere autore, conduttore, musicista ed attore, lei ha anche scoperto artisti come Beppe Grillo, Heather Parisi e Lorella Cuccarini. Qual è il suo segreto di talent scout?

Nessun segreto. La cosa che mi colpisce di più nei giovani esordienti è la luce particolare che brilla nei loro occhi, la loro determinazione. Mi ricordo che vidi Lorella esibirsi in un balletto di poche pretese, durante una manifestazione pubblicitaria; rimasi subito colpito dalla bellezza, pulita mai volgare e dalla luminosità di quella ragazzina. Mi presentai alla mamma, che, sospettosa, mi chiese se avevo intenzioni serie, e quindi convocai Lorella per un provino: mi sembrò subito bravissima e al secondo appuntamento le dissi che avrebbe debuttato assieme a me in Fantastico, il varietà del sabato sera. Per poco non svenne per l’emozione. Il successo della trasmissione e la carriera di Lorella dimostrò che non mi ero sbagliato. Lo stesso avvenne con Heather, che improvvisò il suo provino salendo sul tavolo del mio studio e iniziando a ballare. Ci volle poco per intuire che mi trovavo di fronte a una grande soubrette.

E con Grillo invece come andò?

Una sera andai a sentirlo, mentre era ancora misconosciuto: si esibiva in un cabaret di Milano, La Bullona. Il locale era praticamente vuoto, Grillo salì sul palco e fece lo spettacolo soltanto per me. Era un mostro di bravura: il giorno dopo lo portai in Rai e gli feci firmare il suo primo contratto.

Tra tanti ruoli ricoperti nel mondo dello spettacolo, qual è quello che le è mancato (finora)?

Beh, il mio sogno è sempre stato quello di fare il direttore d’orchestra. Quando da bambino andavo a teatro, dove facevo la comparsa nelle opere liriche, ero sempre affascinato dalla figura del direttore d’orchestra, dalla potenza di quei gesti in grado di armonizzare le voci del coro con l’insieme degli orchestrali. Sono doti rare, che pochissimi maestri posseggono.
In una fase difficile della sua carriera lei passò da Mediaset a Raitre, con programmi impegnati come
Giorno dopo giorno e Novecento, la trasmissione che segnò il suo definitivo rilancio. Come nacque quella scelta coraggiosa?
Fu il coraggio della disperazione. Quando mi offrirono di rientrare, l’allora direttore di Raitre mi disse, con non poco imbarazzo, che se mi accontentavo c’era uno spazio libero di 40 minuti sulla sua rete. Lo stesso imbarazzo con cui mi fu proposta la paga che, data l’ora di programmazione, era di molto inferiore alle cifre che avevo fin lì percepito. Ci scherzai su, dicendo che andava benissimo e che, anzi, mi aspettavo addirittura qualcosa di meno. Non mi importava molto dei soldi, avevo solo voglia di ripartire. Poi venne Novecento che ancora oggi rappresenta una delle più belle soddisfazioni della mia vita. Era un programma affascinante, con cui abbiamo fatto rivisitare la storia, i costumi, la cultura e i personaggi della nostra Italia.

Lei è un uomo di grande impegno civile e sociale ma anche un appassionato di calcio. Da siciliano cosa ne pensa della mafia? E del Catania (intesa come squadra di calcio)?

La mafia è la vergogna della nostra terra, un male che ci portiamo dietro da tantissimi anni; io stesso sono stato oggetto della violenza intimidatrice della mafia (un attentato incendiario distrusse la sua villa di Santa Tecla nel 1991, ndr). Oggi la delinquenza organizzata in Sicilia ha assunto una dimensione tale da rappresentare un marchio infamante per tutto il nostro Paese. Dal punto di vista calcistico, invece, sono tifoso della Juventus. Però l’altra squadra del cuore è il Catania che seguo sempre con passione: quest’anno la società ha cambiato allenatore e deciso di affidarsi a giocatori giovani. Speriamo di far un buon campionato.

Restando nel calcio è favorevole all’introduzione della tessera del tifoso?

Assolutamente sì. Ben venga la tessera e tutto quello che serve ad abbassare il livello di pericolosità nel mondo del calcio. E poi non mi sembra una cosa infamante, anzi lo considero un strumento di grande civiltà. Non è possibile che i tifosi si comportino come dottor Jekyll e mister Hyde: cittadini e persone assolutamente normali durante la settimana, ma che una volta dentro lo stadio si trasformano in bestie. È necessario riaffermare l’importanza della civile convivenza, del rispetto per il prossimo. Lo stadio deve tornare ad essere un posto tranquillo e il gioco del calcio una festa per le famiglie e i bambini.

La Polizia di Stato in questi anni si è fatta promotrice tra i giovani di messaggi positivi. Secondo lei che è un grande comunicatore, come si può parlare ai ragazzi di doveri, legalità, rispetto?
Tutti noi comunicatori televisivi oggi abbiamo, nel nostro piccolo, difficoltà a rapportarci con il mondo dei giovani e anche la polizia, che ha compiti ben più grandi, non fa eccezione. Un mondo che stentiamo a riconoscere: da una parte c’è una televisione incapace di proporre valori positivi e che ha intrapreso una strada spesso lastricata di volgarità e di disimpegno culturale, dall’altro si continuano a trattare i giovani come fossero una massa indistinta, senza premiare gli atteggiamenti virtuosi. Non c’è nulla di più pericoloso di una società che non premia e non punisce. Infine c’è una sorta di giustificazionismo nei confronti del mondo giovanile, un atteggiamento quasi di resa nei confronti di uno stile di vita fatto di droga e di notti passate in giro a bere.

A proposito di alcol, nonostante le campagne di informazione, si continua a morire…
Ogni volta che muoiono dei ragazzi in un incidente stradale causato dal troppo alcol bevuto, dagli stupefacenti assunti e dall’alta velocità rimango senza parole. Ma come si fa a buttare via la vita in quel modo così assurdo, così stupido. Anche gli adulti che smerciano quelle sostanze hanno però la loro parte di responsabilità; adulti nei cui confronti le forze dell’ordine devono essere severissime.

Baudo, lei è del ’36. In Italia si va in pensione a 60-65 anni e magari 70 per alcuni docenti e certi magistrati. Ma lei ha mai pensato alla sua pensione?
Dal punto di vista dell’ Enpals (l’Ente nazionale previdenza e assistenza lavoratori dello spettacolo, ndr) io sono già in pensione… Ma in realtà di fare il pensionato non ci penso affatto, e anzi proprio in queste settimane ha preso il via la nuova edizione di “Domenica in”, con una veste rinnovata, più moderna e brillante; poi per l’anno prossimo mi piacerebbe tornare in prima serata con un gran bel varietà.

Allora la pensione può attendere?

Penso proprio di sì.

01/10/2009