Giovanni Bollea

Coltelli adolescenti

Il desiderio della lama e la fredda determinazione dei ragazzi a usare un’arma da taglio per difendersi o per attaccare un proprio coetaneo, visti da uno dei padri della moderna psichiatria infantile

Affronto il dramma dell’uso dei coltelli da parte di giovani e giovanissimi, premettendo ciò che ho affermato e ripetuto negli anni: il fatto cioè che l’infanzia e l’adolescenza siano da considerarsi una vera e propria classe sociale emergente (e di acquisizione molto recente) e come invece ancora oggi l’importanza di questo concetto venga sottovalutata.
Negli ultimi anni, poi, adolescenti e bambini parlano e comunicano tra loro, si scambiano emozioni, immagini e affetto sempre più intensamente e con la velocità ormai del tempo reale grazie a telefonini e computer. A questi contenuti si sono aggiunti quelli di violenza, ferocia ed efferatezza, di emulazione – bullismo, stupri, alcolismo, droga – di cui si ascolta e si legge quotidianamente.
Da dove nasce questa crudeltà? Ed in particolare, da dove nasce il desiderio del coltello, la determinazione a difendersi o ad attaccare l’altro spesso coetaneo con un’arma da taglio? Da chi hanno imparato una simile determinazione?
A volte dai padri, altre volte da compagni e amici più grandi, ma sempre più frequentemente su Internet: un mondo quest’ultimo dalle infinite potenzialità, che senza regole e preparazione rischia però di trasformarsi in una legittimizzazione virtuale di un reale più che inaccettabile.
Nessuno insegna a questi ragazzi che l’uso del coltello fa parte di un’azione distruttiva, avendo perso quel significato più antico di aiuto necessario ad un’opera o ad un mestiere, insomma a un’azione legittima e necessaria, e non al gioco crudele con un animale o peggio all’attacco per minacciare, ferire o uccidere un individuo.
Quando il controllo è perduto – e l’adolescente lo perde facilmente – chi lo ferma? Non c’è più difesa alla violenza, la difesa stessa diventa violenza e poi violenza senza limiti, priva di qualunque base morale.
È da qui che nasce l’atto attraverso il quale la difesa diventa grave offesa. Un’offesa che il ragazzo non sa più definire, che apprende come atto esclusivo e come tale lo realizza. La differenza tra violenza e difesa è minima, non è quasi mai cosciente, e nei momenti critici non diventa elemento di controllo.
Davanti ad un’aggressione “di prossimità” come quella portata con un coltello tra un ragazzo e il suo compagno o amico, tra bande di quartiere o di tifosi, qual è il tipo di violenza che le forze dell’ordine devono conoscere e quindi impedire e dove è possibile prevenire? Dove invece si può bloccare e poi guidare e correggere?
Qui sta il momento più difficile sul piano educativo.
È impensabile fare a meno della scuola e della famiglia come di un unicum educativo, del ruolo fondamentale del padre nella vita dell’adolescente, del ruolo dell’informazione. È impensabile, a fronte di milioni di ragazzi e ragazze che navigano su Internet, raccontare un fatto di cronaca come il ferimento o l’uccisione tra minorenni con un coltello, senza spiegare, approfondire, esprimere un parere, indicare una via.
Non dimenticherò mai i consigli che ho dato agli operatori di polizia tutte le volte che anche per loro la violenza diventava un elemento impellente di bisogno: agire consigliando sempre e sempre rassicurando. Non c’è il perdono: c’è l’azione ricostruttiva, il recupero, l’impiego dei ragazzi violenti nel volontariato, soprattutto tra i disabili. È necessario insegnare di nuovo l’autocontrollo, insegnare a dire: «Sapessi come vorrei non colpirti, quando ti vedo attaccarmi con un atto violento». Oppure: «Penso all’amico e al genitore che soffrirà enormemente per colpa tua».
Ogni nuova generazione è trasgressiva rispetto alla precedente: fa parte dell’accrescimento di nuove idee e risorse. Ma accanto a questa trasgressività positiva ce ne sono troppe negative, frutto di noia, imitazione, sollecitazioni distruttive. Il disorientamento che ne deriva non può spaventarci: il ripetersi di così tanti episodi simili negativi deve allontanarci da quel concetto che ci appare sempre di più un suicidio collettivo. Deve indicarci un nuovo tipo di vita. Ma, ripeto, esigo che scuola, famiglia e società civile s’impegnino davvero a collaborare. Occorrono leggi chiare che impediscano e reprimano il porto e l’uso di un’arma da taglio non autorizzato; servono le risorse per aiutare gli insegnanti a fare prevenzione, affiancando al loro lavoro quotidiano anche quello educativo di campagne da parte delle forze dell’ordine.


Articoli correlati

Arma bianca e cronaca nera
di Annalisa Bucchieri

Norme a fil di lama
di Giovanni Calesini

01/08/2009