Caterina Carannante

Psicologia investigativa

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Seguire tutte le tracce per la ricostruzione di un evento

INTRODUZIONE
Investigare significa letteralmente seguire le tracce, e quindi cercare con la massima attenzione ogni impronta, osservare ogni particolare. Svolgere un’indagine è come ricomporre il puzzle della verità: servono allo stesso tempo logica ed intuito per riuscire ad individuare i tasselli che combaciano perfettamente e che, pezzo dopo pezzo, consentono di ottenere il disegno completo.
In prima battuta nulla più del luogo dove un reato è stato compiuto può fornire indizi utili a ricostruire l’accaduto e a risalire al colpevole. Serial televisivi, romanzi polizieschi e più di recente i fatti di cronaca nera ci hanno abituato a familiarizzare con l’attività delle forze di polizia impegnate nell’analisi della scena del crimine, nei sopralluoghi, nella raccolta delle prove.
Chi non ricorda la ricostruzione grafica della stanza dove è avvenuto l’omicidio di Samuele Lorenzi a Cogne? O il peso assunto in fase processuale dalle macchie di sangue sulle pareti e sul pigiama? Perché quegli schizzi, in quella precisa disposizione, erano in grado di parlare forse con più chiarezza di un testimone. Ancora, nell’omicidio di Meredith Kercher a Perugia, gli investigatori hanno dato la caccia ad un gancio del reggiseno della vittima: un oggetto minuscolo, e che invece poteva custodire il segreto del dna del potenziale colpevole. Ogni dettaglio diventa significativo, persino l’assenza, e ancora una volta la cronaca lo dimostra. Com’è possibile che Alberto Stasi sia entrato nella casa di Garlasco dove si trovava il cadavere di Chiara Poggi senza sporcarsi di sangue la suola delle scarpe?
Le tecniche di indagine giudiziaria diventano sempre più sofisticate e si avvalgono di strumentazioni all’avanguardia che consentono di evidenziare ogni minimo reperto. Eppure qualche volta le impronte digitali, il test del dna, i tabulati telefonici o l’autopsia della vittima possono non essere sufficienti e determinanti per risolvere il caso se tutti gli elementi a disposizione non vengono collocati correttamente in un preciso contesto fattuale.
Dietro ogni evidenza di natura scientifica, dietro ogni prova schiacciante, c’è sempre l’elemento della valutazione dell’uomo. È proprio questo il presupposto alla base della psicologia investigativa, che punta alla ricostruzione dei fatti umani attraverso la ricerca di tutte le possibili fonti di informazioni investigative e la loro analisi secondo lo schema di ragionamento dell’inferenza. Tutte le tracce raccolte e ritenute sensibili vengono cioè messe in correlazione, sia tra di loro sia rispetto al contesto e costituiscono le premesse a partire dalle quali formulare il più alto numero di ipotesi e congetture attendibili.
Che cosa è successo? Come e perché? Chi potrebbe essere l’autore di un fatto? Cosa potrebbe accadere nuovamente? Di fronte ad un evento, e in modo particolare di fronte ad un evento di natura criminale, sono queste le prime domande alle quali un investigatore cerca di rispondere per iniziare a costruire nella propria mente la pista più valida da seguire.
Sir Arthur Conan Doyle, creatore di uno dei più celebri detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes, sostiene che “una volta eliminato l’impossibile, quello che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

Lo sviluppo in Italia
In Italia l’interesse per la psicologia investigativa è piuttosto recente e nasce nell’ambito della psicologia giuridica, anche se ora tende progressivamente ad una certa autonomia scientifica.
Negli ultimi anni si è aperto anche nel nostro paese il dibattito sul contributo che la psicologia potrebbe fornire alle indagini giudiziarie, soprattutto in aspetti quali la valutazione delle ipotesi sull’accaduto, l’utilizzo delle tecniche di interrogatorio, la costruzione di un profilo dell’autore del reato, l’analisi di una morte equivoca, l’autopsia psicologica, la ricerca di persone scomparse e non ultimo l’attività di formazione di poliziotti ed investigatori.
A fare da spartiacque e a consentire di riconoscere la psicologia nel campo delle scienze forensi è stata in particolare la legge del 7 dicembre 2000, n. 397. Le nuove norme stabiliscono infatti che lo psicologo può collaborare, sia con gli investigatori sia con i difensori, alla raccolta delle fonti di prova, ai sopralluoghi e a tutte le attività di ricostruzione degli eventi che sono proprie della criminalistica. Inoltre, l’articolo 391 bis del codice di procedura penale sancisce l’ingresso dello psicologo anche nel contesto penale, poiché consente ai consulenti tecnici di “conferire con le persone in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa”, mentre gli articoli 391 sexies e septies regolamentano le modalità attraverso le quali i consulenti possono accedere ai luoghi, anche privati e non aperti al pubblico, per effettuare sopralluoghi e acquisire documentazione diretta di carattere ambientale.
Lo stato dell’arte della psicologia investigativa nel nostro Paese è dunque ancora in divenire, ma sono essenzialmente tre le aree di attività sulle quali comincia a concentrarsi l’interesse degli addetti ai lavori. Innanzitutto il criminal profiling, ovvero la metodologia investigativa che si basa sull’analisi delle informazioni disponibili relative ad un crimine, con l’obiettivo di estrapolare le principali caratteristiche di personalità e di comportamento dell’ignoto autore del reato. Altro aspetto è la vittimologia, centrata sullo studio delle caratteristiche della vittima e dei processi che la legano all’autore del reato durante il fatto criminoso. Infine, la psicologia della testimonianza, ed in particolare l’impiego delle tecniche di intervista ed interrogatorio più efficaci per valutare la credibilità di un testimone o di un imputato e l’attendibilità delle testimonianze rilasciate.
Possibili metodi di riferimento per lo sviluppo della psicologia investigativa, in particolare per quanto riguarda l’area del criminal profiling, sono quelli utilizzati nel Regno Unito o in America.

Il modello inglese
Nel Regno Unito la psicologia investigativa inizia a farsi strada nella metà degli Anni ‘80 a Scotland Yard, quando alle indagini di polizia si rese necessario affiancare lo studio psicologico del criminale. Un docente di psicologia ambientale, David Canter, sviluppò un approccio in cui “il crimine veniva letto come una transizione interpersonale, durante la quale gli autori producono azioni significative in un contesto sociale costituito spesso solo da loro stessi e dalle vittime”.
La psicologia investigativa di Canter si basa su cinque regole fondamentali:
coerenza interpersonale: le azioni commesse, per quanto bizzarre, sono espressione della struttura psicologica dell’autore. L’aggressore tende a relazionarsi alla vittima con modalità analoghe a come si rapporta con altri soggetti nel quotidiano, di conseguenza variazioni nell’attività criminale possono essere collegate a modificazioni nelle relazioni interpersonali;
significatività del luogo e del tempo del delitto: la scelta di questi aspetti non è mai casuale ma rivela le “mappe mentali criminali” dell’autore, ovvero le rappresentazioni interne del mondo che egli utilizza per la sua attività deviante;
classificazione delle caratteristiche criminali: le caratteristiche del reo sono catalogabili sulla base dei comportamenti assunti durante il delitto. Le modalità di esecuzione del crimine e le particolarità della scena dell’aggressione possono quindi consentire una categorizzazione degli autori di un reato;
carriera criminale: è importante valutare le possibili precedenti attività criminali compiute dall’autore ed eventualmente quali reati abbia commesso con maggiore frequenza;
forensic awareness: bisogna tener presente che la consapevolezza da parte del reo delle tecniche di indagine utilizzate dagli investigatori può determinare un tentativo di depistaggio o occultamento del reato.
Il modello di Canter si fonda in particolare sullo studio delle “narratives” dei soggetti, vale a dire dei resoconti autobiografici “internalizzati” che vengono di solito utilizzati da ogni individuo per dare un senso alle proprie esperienze. Secondo Canter, le narratives dei soggetti criminali sarebbero particolarmente limitate, filtrate in modo deformante dal loro egocentrismo, dalla loro mancanza di empatia e dalle loro personali ossessioni, connotate da una valenza particolarmente sadica che li spingerebbe a considerare le vittime come un mero strumento di soddisfacimento del loro piacere e del loro desiderio di controllo.

Il modello americano
Il criminal profiling, vale a dire lo studio dei profili psicologici degli autori di un reato, si sviluppa verso la fine degli anni Settanta proprio in seno all’Fbi, il Federal Bureau of Investigation in America. Questa disciplina parte dal presupposto che il comportamento riflette la personalità, e quindi il comportamento di un criminale durante l’esecuzione di un reato è uno specchio delle sue caratteristiche personologiche.
La procedura di costruzione di un profilo psicologico, secondo il modello dell’Fbi, inizia con la fase di raccolta dei dati (prove materiali, rapporto della polizia, fotografie, mappe, disegni, referto del medico legale ed informazioni relative alla vittima). Sulla base di questi elementi chi redige il profilo può riuscire a trarre una serie di inferenze, ad esempio, sul tipo di reato, il movente, il modo in cui è stato commesso, l’ora e il luogo del crimine, il tempo necessario per la sua esecuzione. Dopo il confronto di queste ipotesi con le informazioni in possesso degli investigatori, si procede poi alla ricostruzione della dinamica del delitto e alla classificazione del crimine, che viene cioè attribuito ad una particolare tipologia di autore con determinate caratteristiche. Si passa quindi alla fase vera e propria di stesura del profilo, contenente tutte le informazioni sull’autore del crimine (dati demografici, precedenti penali, tratti di personalità, livello intellettivo, istruzione, luogo di residenza, situazione familiare) ed infine alla scelta del processo di indagine investigativa, individuando le tecniche di intervista e le strategie processuali più adeguate al caso.
Uno dei primi studi nel campo del profiling condotto dall’Fbi circa 30 anni fa ha condotto alla suddivisione degli aggressori in due principali macrocategorie: criminali organizzati e disorganizzati, in relazione alla scena del crimine.
L’omicida organizzato ha una personalità egocentrica, ha difficoltà a rispettare i diritti degli altri, prova risentimento nei confronti del prossimo, manipola gli altri a proprio vantaggio. Nella commissione dell’omicidio risulta molto metodico, sceglie attentamente la vittima, porta con sé l’arma del delitto, non lascia tracce sulla scena, commette il crimine in un luogo isolato e lontano dalla propria abitazione, per poi trasportare il corpo dove può essere facilmente ritrovato.
L’omicida disorganizzato invece è descritto come una persona introversa, sola, che ha difficoltà a stabilire e mantenere relazioni interpersonali perché si sente rifiutato dagli altri. I crimini da lui commessi appaiono caotici e non premeditati, l’arma è scelta a caso e spesso è lasciata sul luogo del delitto, egli non si allontana troppo dalla sua abitazione per commettere il crimine e il corpo della vittima viene lasciato sul posto.
Questa classificazione, seppure non esente da critiche, appare ancora ampiamente utilizzata. Ad essa però l’Fbi negli anni ha affiancato ulteriori elementi di indagine, quali il modus operandi, la firma e la sceneggiata.
Il modus operandi di un criminale si riferisce alle azioni che il reo compie durante l’esecuzione del reato. Queste modalità d’azione sono soggette a modifiche continue, poiché il criminale accresce la propria esperienza e quindi agisce per abbassare la soglia del rischio di essere catturato, evitando di lasciare tracce utili alle indagini e al suo riconoscimento. Questo fattore è di particolare importanza per la ricerca di collegamenti e similarità tra i casi.
La firma dell’aggressore (signature) può essere considerata come il biglietto da visita del criminale violento e consiste in una combinazione unica di comportamenti tipici dell’aggressore, che vengono ripetuti ad ogni delitto, ma non sono strettamente necessari all’esecuzione del crimine. La firma di un omicida può consistere, ad esempio, nell’uso di armi specifiche o in un particolare trattamento della vittima.
La sceneggiata (staging) è la deliberata alterazione della scena del crimine da parte dell’autore del reato, al fine di depistare le indagini.
Altro contributo all’indagine viene infine dal profilo geografico, che si focalizza sul comportamento spaziale del reo. Partendo dalla localizzazione dei diversi siti criminali (ad esempio il luogo dove è avvenuta l’aggressione o il luogo di ritrovamento del cadavere) si cerca di risalire al luogo nel quale il colpevole risiede o dal quale parte per commettere i propri crimini. 

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01/04/2009