di Dacia Maraini

Ombre

Una donna cammina lungo il Corso tenendo per mano una bambina. Procedono leste con l’incedere di chi ha un appuntamento a cui tiene. La donna è pensierosa: la bella fronte è tagliata da due rughe profonde. Porta i blue-jeans incollati alle gambe, i capelli biondi morbidi le saltellano sulle spalle ad ogni passo che fa sui tacchi alti.
La bambina ogni tanto lancia uno sguardo da sotto in su verso la faccia aggrondata della nonna. È vestita come una bimba di cinque anni sebbene ne abbia già compiuti otto: il grembiule corto a quadretti bianchi e rosa, il colletto candido a bavarola che si allarga intorno al collo delicato, le gambe nude, i calzerotti arrotolati sulle caviglie, le scarpette di vernice nera.
Un uomo sorride vedendole passare. È il macellaio Pasquale Mancia. Indossa un grembiule bianco imbrattato di sangue. Sul suo collo peloso splende una catena d’oro dalle maglie pesanti e una medaglia della Madonna.
«Buon giorno, signora Agata.»
«Buon giorno, Pasquale.»
La bambina fa per fermarsi ma la nonna le molla un piccolo calcio sul tallone sinistro e la tira per la mano; hanno fretta, non lo sa?
Poco più avanti eccole sfiorare la vetrina della pasticceria. Agatina allunga il collo per spiare la pasticciera, signora Veronica, che sta spalmando uno strato di cioccolato cremoso e fumante sopra una torta a forma di losanga.
«Muoviti, testona!»
Ma Agatina si sposta di malavoglia. Cammina trascinando i piedi, la testa che si ritira nel collo come fosse una tartaruga.
«Dopo ti compro una fetta di torta. Ora andiamo, lo sai che siamo in ritardo.»
«Dopo quando?»
«Dopo.»
«E ora?»
«Ora no.»
Agatina si fa tirare dalla nonna che riprende il suo passo veloce sull’asfalto ammorbidito dal sole.
Un altro saluto teatrale, un sorriso ammiccante: Agata Peci è conosciuta nel quartiere per la sua bellezza un poco rude di contadina inurbata. Quei capelli biondissimi, “di tintoria”, come dice la zia Peppina, quegli occhi neri liquidi molto truccati, quelle spalle ampie e robuste, quei seni che nessun reggipetto può contenere, quelle gambe lunghe e muscolose le hanno guadagnato l’appellativo di “malafemmina”.
Agatina, a mano a mano che si avvicinano alla meta, si fa più riottosa, più svogliata e la nonna quasi la trascina dietro di sé aumentando la stretta sulla piccola mano recalcitrante.
La bambina reagisce a quegli strattoni con delle smorfie quasi comiche: questa donna io la conosco, sembra dire la sua faccia infantile, conosco i suoi gesti, la sua voce, il suo odore quasi meglio di come conoscessi quelli di mia madre. È l’unico affetto che ho, l’unica tenerezza: quante volte mi ha imboccata, lavata, asciugata, cosparsa di borotalco, quante volte mi ha brontolata, presa a schiaffi, ma anche riempita di baci e carezze?
Ora questa stessa mano, che l’ha tante volte amorevolmente accudita, le tiene prigioniere le dita e la conduce verso la casa piena di ombre dall’orribile odore di canfora e sigaretta vecchia.
«Eccoci arrivate» dice la nonna accingendosi a pigiare il campanello di un ampio portone su cui spicca una placca di ottone dorato. Ma prima di premere il pulsante si china con un gesto affettuoso sulla nipote: «fai vedere i capelli... questo cerchietto con le paperelle ti sta proprio bene... sei molto carina, amore mio... pulisciti le scarpe che sono tutte impolverate».
La bambina strofina le scarpe col fazzolettino di carta che le porge la nonna, ma lo sporco non va via.
«Sputaci sopra!»
Timidamente Agatina fa colare un poco di saliva sulla punta delle scarpe e poi torna a strofinarle con la carta.
«Hai visto, come sono diventate lucide?»
Intanto la porta si è aperta e un uomo anziano si affaccia sorridente: «entrate, entrate, che gioia rivedere le due Agate, una più bella dell’altra!».
La bambina lo guarda stupita: non gli ha mai visto i capelli bianchi inanellati sparsi sulle spalle. Di solito li tiene stretti con un elastico dietro la nuca. Il collo magro e rugoso ... ...


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01/02/2009