Antonella Fabiani

Dentro la mente dello stupratore

Diversi ed eterogenei i profili psicologici degli aggressori sessuali spiegano i loro comportamenti devianti. Quali sono oggi i trattamenti per evitare la recidiva. I consigli della polizia alle donne

Vittima dei propri istinti, delle proprie fantasie perverse, in balia di un impulso irresistibile, lo stupratore caccia le sue prede per sfogare la propria aggressività, per umiliarle nel corpo e nello spirito, giungendo a volte fino ad ucciderle. Difficile entrare nella sua mente, difficile capire i meccanismi che lo conducono periodicamente a cercare vittime. Ma se nel nostro Paese, secondo gli ultimi dati Istat (2007), sono state 1 milione le donne che hanno subìto stupri o tentati stupri, è importante conoscere la psicologia e le motivazioni di quelli che appaiono veri e propri carnefici, spesso nascosti in ambito familiare. Il 69,7% degli stupri, infatti, è opera di partner, il 17,4% di un conoscente. Solo il 6,2% è commesso da un aggressore sconosciuto. «Se parliamo delle dinamiche e delle motivazioni che stanno alla base delle azioni degli stupratori – osserva Angelo Zappalà, psicologo e criminologo clinico – si può dire che ci si trova di fronte profili psicologici complessi. Percorsi e personalità diverse che in comune hanno la violenza sessuale». Le ricerche degli studiosi hanno dimostrato che i fattori che possono aver influito sulla personalità dello stupratore e sull’agire in modo violento sono eterogenei e possono andare da una educazione in famiglia o a scuola che ha favorito modelli di comportamento aggressivo all’aver vissuto in ambienti socialmente degradati o in condizioni di basso livello socio-economico per mancanza di attività lavorativa proficua, ma anche all’aver subìto frustrazioni e violenze di ogni genere, oltre all’abitudine ad assumere droghe o alcol.
«Questi soggetti hanno delle distorsioni cognitive – spiega Zappalà – che li portano ad autogiustificarsi rispetto al loro comportamento e a leggere e distorcere la realtà a loro favore; forme di decifrazione della realtà che in molti casi hanno radici anche in una subcultura maschilista tradizionale tipo “se la donna dice sempre di no, invece vuol dire sì”. Questa distorsione – continua l’esperto – riguarda anche il modo con cui lo stupratore recepisce il mondo femminile in generale: quindi se normalmente il maschio (seguendo delle regole di comportamento dettate dalla nostra cultura), tende a ignorare o controllare i messaggi di tipo sessuale che le donne inviano, quando scoprono seno e gambe, il potenziale stupratore interpreta questi segnali come un invito sessuale». Non è un caso che sia l’estate la stagione in cui avvengono più stupri, il periodo in cui si sta maggiormente all’aria aperta e il periodo in cui c’è più luce che ha l’effetto di aumentare il testosterone maschile. Lo stupratore interpreta e distorce questo tipo di messaggio, in modo quasi inconsapevole, per giustificare l’invito alla violenza sessuale.
Anche l’età è un fattore determinante: «Il maschio dai 16 anni ai 40 anni è più esposto alle sollecitazioni sessuali e si dovrebbe riflettere sul fatto che la popolazione maschile di molte etnie, arrivate recentemente nel nostro Paese, è composta da giovani maschi che provengono da culture in cui le donne sono molto più vestite rispetto a quelle occidentali. Senza calcolare che la pubblicità sui giornali o in televisione veicola una immagine della donna costantemente in atteggiamenti sessuali o erotici, anche per prodotti di uso quotidiano, che contribuisce a formare un’immagine distorta della donna nella giovane mente di un ragazzo». C’è poi da considerare, su questi giovani extracomunitari, l’effetto dell’alcol, il vivere ai margini di una società percepita opulenta (il che fa aumentare la frustrazione e quindi l’aggressività), la scarsità dei mezzi culturali per decodificare la realtà e il sentimento di essere percepiti dalla società come devianti, che potrebbe diventare una identità forte da abbracciare.
L’educazione in famiglia e la scolarizzazione da questo punto di vista hanno una grande responsabilità per una corretta formazione della personalità del ragazzo e quindi anche del modo in cui controlla i propri impulsi sessuali. Crescere in una famiglia “deprivata” può determinare una carente socializzazione e può determinare delle distorsioni cognitive che gli permettono di giustificare e minimizzare il danno della violenza sessuale a una donna. Il degrado culturale e l’emarginazione sociale, una situazione familiare conflittuale, sono importanti per lo sviluppo emotivo di un ragazzo e il suo livello di socializzazione. Anche l’ambiente in cui si cresce ha una sua rilevanza: un clima violento fa diventare violenti. Tutti gli studi dimostrano che laddove c’è ignoranza, povertà ed emarginazione è maggiore la possibilità che un bambino e poi un adolescente sviluppi meno capacità empatica, abbia difficoltà a riconoscere il punto di vista dell’altro. «Le emozioni e la compassione vanno educate e maturate – osserva l’esperto – perché il confronto con l’altro è importante per il sentimento di benessere dell’individuo. Se si cresce nella solitudine emotiva aumenta la frustrazione, che è una delle cause dell’aggressività. Vivere in un clima di violenza spinge ad essere violenti per sopravvivere».
Anche un certo humus culturale può alimentare un comportamento sessuale aggressivo in certi soggetti, come il mito che dice che è importante avere tante donne nella vita. «Ultimamente – commenta Zappalà – si è scoperto che è aumentato il consumo di Viagra per scopi ludici perché ha indubbi effetti sulle prestazioni sessuali. E se si è presa la pillola e non si è riusciti a trovare una ragazza, l’aggressività può anche aumentare perché le aspettative sono disilluse. Dal punto di vista scientifico è stata dimostrata la correlazione tra l’uso di Viagra a scopo ricreativo e il comportamento sessuale violento. Questa diffusione tra i giovani ancora non sappiamo dove può portare».

Sexual offender: perché agisce
Articolata la classificazione dei tipi psicologici del sexual offender (vedi box) che va dal compensatore, l’aggressore meno violento di tutti, fino ai sadici che, oltre ad avere una elevata possibilità di trasformarsi in serial killer, impastano l’aspetto sessuale con il dolore, con la sofferenza procurata all’altra persona e hanno bisogno di alzare sempre un po’ di più il livello di violenza verso la vittima scelta, altrimenti sono consumati dalle loro stesse fantasie sessuali aggressive.
Anche per gli stupratori che agiscono nell’ambito della famiglia o che hanno familiarità con la vittima si ritrovano gli stessi profili psicologici di chi aggredisce donne sconosciute: «Anche se è raro il caso dello stupratore che violenta una donna che non ha mai visto perché magari l’ha già notata e osservata prima di attaccarla».
Per quanto riguarda la violenza coniugale, tra i vari studi delle categorie motivazionali, individuate dalla ricerca, in base alla personalità degli stupratori, c’è quella per cui il sesso è un diritto del marito, per cui il marito ritiene che sia un suo diritto fare sesso con la moglie ogni volta che ne ha voglia, a prescindere dalla volontà della donna; è la prova dell’amore e dell’affetto che si applica a quei soggetti che misurano l’amore e l’affetto in relazione ai rapporti sessuali; è una forma di virilità e una forma di degradazione, per cui il diniego della vittima è interpretato come un affronto alla virilità maschile e, quindi, può essere destabilizzante per i soggetti che hanno una scarsa autostima e sono insicuri e, in tali casi, la violenza sessuale è una punizione per la donna per aver sfidato l’autorità; è come panacea, in questo caso il sesso è visto come il rimedio universale di tutti i mali e le difficoltà all’interno della coppia. Se la donna si rifiuta è perché non sa ciò che vuole.

L’arte di interrogare
Nel caso non esistano tracce biologiche, la confessione diventa fondamentale per inchiodare il sospettato di stupro. Interrogare questo tipo di soggetti presenta delle difficoltà per la loro tendenza a manipolare le informazioni, quindi è importante il modo con cui si fanno le domande: «Se tutti noi abbiamo delle distorsioni cognitive che utilizziamo per interpretare la realtà a nostro comodo – osserva lo psicologo Zappalà – negli stupratori questa distorsione è tutta utilizzata per giustificare la loro azione. Ma questo può essere usato al momento dell’interrogatorio per ottenere una confessione». Per cui, di fronte alle loro autogiustificazioni tipo «mica l’ho ammazzata», «l’ho fatto solo una volta», «mi ha provocato lei», è importante non fare muro contro muro ma utilizzarle per facilitare la conversazione a vantaggio di una possibile confessione. L’investigatore può quindi negare o minimizzare la premeditazione, le sue fantasie e la sua responsabilità, il fatto che non ricorda cosa sia successo a proprio vantaggio. «Esistono diverse possibilità di pilotare la conversazione con le varie tipologie di uno stupratore – conclude Zappalà – tranne che con i paranoici, con cui bisogna stare attenti perché interpretano qualsiasi frase con sospetto e in senso malevolo».

Il lavoro delle Squadre mobili e consigli antistupro
A investigare sui reati sessuali sono alcune Sezioni delle Squadre mobili della polizia, attraverso operatori che hanno seguito corsi in psicologia e medicina legale, oltre a quelli sui maltrattamenti in famiglia; una formazione che li aiuta a mettere a proprio agio una donna che ha subìto violenza sessuale e che, dopo aver compiuto lo sforzo di arrivare a denunciare la violenza, non può essere sottoposta a una ulteriore vittimizzazione. «Sono le violenze sessuali consumate entro le pareti domestiche, le più difficili da denunciare – spiega Chiara Giacomantonio, vice questore aggiunto della Divisione analisi del Servizio centrale operativo – a causa di vecchi retaggi per cui molte donne hanno timore di non essere credute». Nel caso in cui la vittima non conosca il proprio carnefice, scatta l’attività investigativa con i metodi classici che si avvale delle tecnologie e dell’attività anche della polizia scientifica. «Comunque – commenta il funzionario – è possibile difendersi da possibili aggressori sconosciuti con semplici accorgimenti che permettono alle donne di girare nelle proprie città senza eccessivi allarmismi: quindi, scegliere la strada più illuminata per tornare a casa anche se è la più lunga; evitare di frequentare luoghi bui dove i rischi sono maggiori e, se proprio si è costrette a percorrere una strada buia, allora è bene tenere in mano il cellulare con un numero di emergenza memorizzato (magari il 113) o, ancora meglio, parlare al telefono con qualcuno. Accorgimenti che possono far riflettere due volte un malintenzionato prima di aggredire una donna».



Trattamento terapeutico: quale realtà
Categoria di criminali molto eterogenea, gli stupratori presentano un alto rischio di recidiva sessuale e violenta. I primi programmi di trattamento sono stati realizzati in area anglosassone tra la fine degli Anni ’50 e l’inizio degli Anni ’60, nello stesso periodo in cui in Italia un abuso sessuale era penalmente condannato solo come un “delitto contro la moralità pubblica e il buon costume”. A pronunciarsi sul fatto se sia possibile o no recuperare l’aggressore sessuale e quali siano i risultati raggiunti da un punto di vista clinico, è il prof. Carlo Rosso, presidente della Società italiana di psicopatologia sessuale (sessione speciale della Società italiana di psichiatria).
Esistono programmi di trattamento specifici per il recupero degli aggressori sessuali?
Nel corso degli anni, nel trattamento di questi soggetti, si è affermato un approccio allargato che si ritrova ormai nella maggior parte dei programmi di trattamento e che riflette le diverse teorie che tentano di spiegare l’abuso sessuale.
Di volta in volta, nell’ambito dei diversi approcci teorici, il ruolo degli aspetti psicologici, biologici, sociali e ambientali nella genesi e nel mantenimento dell’anomalia comportamentale, è stato diversamente enfatizzato. Abbiamo, quindi, trattamenti che mirano ad aggredire, correggere, modificare e influenzare un ampio ventaglio d’aree problematiche che si ritiene contribuiscano al comportamento d’abuso. Quali: l’eccitamento sessuale deviante, le distorsioni cognitive, i modi di pensare favorevoli all’aggressione, la scarsa capacità di controllare gli impulsi, le ridotte competenze sociali, la modesta capacità empatica, la bassa autostima, la scarsa competenza nel regolare le emozioni e, per finire, il ruolo dei fattori ambientali scatenanti.
Si parla spesso di castrazione chimica come possibile rimedio alla violenza degli stupratori. Cosa può dirci al riguardo?
Questa domanda mi consente di chiarire un equivoco molto diffuso. Comunque sì, è possibile. Anche se preferirei sostituire il termine “terapie biologiche” a quello contraddittorio di “castrazione chimica”. Nessun intervento mosso da una volontà terapeutica si definisce come “castratorio”. L’uso di questo termine rileva un’implicita volontà punitiva che deve essere estranea a chi si occupa di riabilitare e curare. In ogni caso bisogna sottolineare che parlando di terapie biologiche non si fa solo riferimento ai farmaci antiandrogeni (cioè i farmaci “castranti”) ma anche agli psicofarmaci, che possono rivelarsi cruciali nel trattare condizioni quali l’ipersessualità e le parafilie, che hanno, talora, un ruolo importante nell’abuso sessuale. In genere le terapie biologiche sono utili all’interno di un programma di trattamento psicoterapeutico quando si rileva: un alto rischio di ricaduta; una comorbilità psichiatrica; un comportamento ipersessuale con aspetti compulsivi tali da configurare la condizione di dipendenza; il pregresso fallimento di altri trattamenti; un’eccessiva spinta sessuale che annulla lo sforzo cognitivo di controllo del comportamento d’abuso.
I programmi di trattamento finora utilizzati hanno dato risultati riguardo alla recidiva?
L’analisi scientifica dice che oggi i buoni trattamenti fanno la differenza. Insomma un trattamento adeguato, assieme alla giusta pena, riduce di molto le possibilità di recidiva.  
Nei programmi di trattamento esistono solo piani di trattamento standard o è prevista anche una personalizzazione della terapia?  
Il trattamento degli aggressori sessuali deve essere personalizzato, tenendo conto delle caratteristiche della loro personalità e di eventuali disturbi concomitanti, oltre che della patologia specifica. Se l’aggressore sessuale presenta una scarsa compliance e chiede spiegazioni sullo scopo della terapia, gli si può ricordare che lo si sta  aiutando non solo a superare i suoi impulsi ma anche per proteggere la comunità. Infatti, uno dei primi problemi nel trattamento è che generalmente gli aggressori sessuali non scelgono di farsi curare spontaneamente; spesso glielo ha ordinato il giudice, o consigliato l’avvocato.
In genere gli aggressori sessuali hanno bisogno di nascondere i loro comportamenti, altrimenti non possono continuare a perpetrarli. A questo scopo è opportuno che i diversi terapeuti comunichino per monitorare le progressioni della terapia. Però il trattamento psicoterapeutico individuale, da solo, non è sufficiente; a questo debbono associarsi altri interventi terapeutici e forme di controllo. La terapia di gruppo sembra essere più efficace perché, oltre a permettere di trattare più pazienti contemporaneamente, consente all’aggressore sessuale di poter apprendere non solo dal terapeuta ma anche dagli altri partecipanti al gruppo. Impara dagli altri ad individuare e gestire le distorsioni cognitive e assume come modelli gli aggressori che sono riusciti a rifarsi una vita dopo la condanna. 
In Italia che cosa si sta facendo per affrontare questo problema emergente nello specifico delle terapie e dei programmi di trattamento?
Purtroppo nel nostro Paese viene fatto poco da questo punto di vista. È vero, si parla molto di più di questo problema e i fatti di abuso trovano un crescente spazio sulla cronaca dei quotidiani, la sensibilità della comunità nei confronti di questi problemi è indubbiamente aumentata; tuttavia, la tendenza rimane esclusivamente sempre quella di schierarsi con la vittima, di empatizzare con la sua posizione. L’aggressore nel discorso entra in quanto attore di un crimine, di lui attrae solo il lato oscuro che lo spinge al delitto. Ma di lui come persona non ci si occupa molto. E questo non credo sia un bene, considerato il fatto che, anche se incriminato, l’aggressore una volta scontata la pena ritorna in libertà e potrebbe abusare di nuovo.
Dato questo scenario, esiste in Italia qualche realtà in cui si sta cercando di fare qualcosa, e che cosa, per affrontare questo problema e a che punto si trova la ricerca?
In Italia mancano progetti mirati al trattamento dei delinquenti sessuali. Ci sono state delle esperienze positive intra carcerarie di formazione e trattamento per gli operatori del carcere di Saluzzo in Piemonte da parte della Società italiana di psicopatologia sessuale. Esistono in Italia altre esperienze in corso, come a Biella e a Bollate, ma sono ancora lodevoli eccezioni di un arcipelago di esperienze legato a volontà locali.


Le diverse menti dello stupratore

IL COMPENSATORE. È il meno violento. Di solito soffre per una scarsissima stima di sé. L’attacco alla donna è commesso per autorassicurarsi, per rinforzare la propria autostima e il concetto di mascolinità. Spesso vive in famiglie in cui la figura materna è o è stata dominante. Ha un livello di scolarizzazione non elevato. Può frequentare sexy shop e utilizza materiale pornografico. Molti stupratori di questo tipo credono che la vittima possa provare piacere dallo stupro e molto spesso tentano di instaurare un rapporto con le vittime. Il compensatore ha bisogno di un luogo sicuro in cui mettere in atto le sue fantasie e per questo motivo attacca le vittime all’interno delle loro abitazioni o comunque in un luogo chiuso.

IL RABBIOSO. Scopo di questo criminale è ferire le donne e vendicarsi per tutto quello che ritiene di aver subìto da loro. In genere sono persone che hanno una immagine di sé molto positiva, sono atletici e curati nell’aspetto. In molti casi sono sposati e all’interno della famiglia non è registrata alcuna violenza verso le mogli. La fantasia ha un ruolo secondario, l’attacco è veloce, brutale e mira a degradare e punire. L’atto non è molto pianificato, lo stupro è di tipo impulsivo e la fantasia scarsamente coinvolta. In genere colpiscono intorno ai luoghi in cui vivono. E solitamente in un luogo aperto. Lo stato mentale precedente l’attacco è una combinazione di stress, rabbia, frustrazione e depressione. La vittima è solitamente sconosciuta all’aggressore e rappresenta il sostituto-simbolico di una donna autrice dei torti subiti dallo stupratore.

IL DOMINATORE. Per questo tipo di soggetti lo stupro è un atto predatorio verso un essere più debole da catturare e dominare. Si sentono superiori in quanto maschi e di conseguenza lo stupro e lo sfruttamento sessuale della donna a loro uso e consumo sembra una cosa normale e dovuta. Questi soggetti hanno molti problemi nei loro rapporti interpersonali e spesso provengono da una serie di matrimoni falliti. Anche questi uomini hanno un aspetto curato e cercano le loro vittime, che “catturano” con approccio elegante in locali o discoteche. L’attacco consiste in un mix di violenza fisica e verbale che cresce progressivamente durante lo stupro. Questi soggetti non stuprano per avere un rapporto sessuale ma per esercitare il dominio e il controllo sulla donna che reputano inferiore e senza diritti.

IL SADICO. Il nucleo centrale della violenza compiuta dallo stupratore sadico è rappresentato dalle fantasie sessuali aggressive e per questo motivo lo stupro è ritualistico. La maggior parte di questi soggetti sembra provenire da famiglie in cui era presente un solo genitore, molti sembrano aver subito violenze sessuali durante l’infanzia o comunque essere cresciuti in un ambiente in cui erano presenti comportamenti sessuali devianti. Durante l’adolescenza hanno commesso crimini sessuali e comportamenti parafilici (forme anormali di soddisfacimento sessuale). Questi criminali sono spesso sposati, sono considerati dei buoni mariti e vicini di casa, vivono in zone residenziali e hanno un buon lavoro impiegatizio. Sono soggetti che evidenziano tratti ossessivi, sono estremamente ordinati, con vestiti sempre in ordine e automobili in uno stato impeccabile di pulizia ed efficienza. Sono intelligenti e difficilmente hanno precedenti penali. Siccome la spinta allo stupro è costituita dalle fantasie perverse, il crimine è altamente pianificato: dal luogo alla scelta della vittima, all’ora, alle armi da utilizzare. La sua eccitazione deriva proprio dalle sofferenze e dalla paura inferta. Trascorre molto tempo con le vittime e potrebbe anche sequestrarle e portarle in un luogo sicuro in cui si possa dedicare alle torture per ore e giorni. È il tipo di stupro che con più probabilità può terminare con l’omicidio. Questi soggetti si muovono con la loro macchina alla ricerca della vittima e spesso la seguono per giorni e giorni prima di colpire.

L’OPPORTUNISTICO. È un aggressore di tipo compulsivo. L’attacco di violenza avviene a seguito di un altro crimine. In genere questi soggetti entrano in una casa per rubare e, trovandosi al cospetto di una vittima sessualmente attraente per loro, l’aggrediscono. Lo stupro può essere quindi anche la conclusione di un altro reato come il furto o la rapina. Essendo uno stupro opportunistico e impulsivo non c’è traccia di pianificazione o di coinvolgimento della fantasia. L’uso della forza è relativamente minimo e non è escluso che l’aggressore, prima del crimine, abbia abusato di droga e alcol.

01/01/2009