Marco Cannavicci*

Intelligence creativa

Non è solo il procedimento logico a garantire la risoluzione dei casi investigativi. Anche la fantasia può avere la sua efficacia

“Il club delle piccole spie”. Sembra intrigante come inizio. È un gioco semplice, ma è un gioco di intelligenza, per verificare se ciascuno di noi, posto di fronte a un problema, usa solo l’emisfero sinistro del cervello, con le sue soluzioni razionali, logiche, poste dentro le regole e tipiche del pensiero verticale (la deduzione) oppure, al contrario, sa usare anche l’emisfero destro, con le sue soluzioni creative, tipico del pensiero laterale (l’inferenza). Avvertenza: quel “piccole spie” sta per bambini aspiranti 007. E si dimostrerà che spesso i bambini sono più creativi di molti di noi. Dunque, in una brumosa città che pare uscita dalla penna di Eric Ambler, un tizio scopre l’esistenza di un club dove nottetempo si recano una serie di personaggi, aspiranti spie, che per entrare nell’esclusivissimo locale, devono rispondere a un feroce guardiano pronunciando un numero a mo’ di parola d’ordine in risposta ad un altro numero che l’uomo di guardia spara a ogni nuovo venuto. Esempio. Arriva il primo spione e il portiere gli dice “otto” e quello di rimando “quattro”. Arriva il secondo e il portiere gli dice “dodici” e lui risponde “sei”. Al terzo tocca un “sei” al quale risponde con un “tre”. Il nostro aspirante spione ha capito – pensa – il meccanismo; esce dall’ombra e si dirige deciso verso la porta: il guardiano gli dice “quattro” e lui, sicuro, risponde “due”. È un attimo: il portiere schiaccia un bottone e arriva un drappello di muscolose teste rasate vestite di nero che si portano via il nostro sfortunato eroe. «Tu non sei uno dei nostri». Dove ha sbagliato? «Elementare Watson», direbbe sir Conan Doyle (e vedremo più avanti come, effettivamente, anche Sherlock Holmes sia della partita). Infatti il nostro James Bond da strapazzo aveva pensato a 4 metà di 8, 6 metà di 12 e 3 metà di 6 e quindi al fatidico 4 risponde 2, mentre la risposta era 7. Sì, sette, come il numero delle lettere che compongono il numero quattro: così come quattro sono le lettere che compongono il numero otto, sei quelle che compongono il numero dodici e così via. Morale: certe volte non basta applicare la soluzione che ci sembra più ovvia. Certe volte ci vuole fantasia. Questa storiella serve a farci capire che ci sono molti modi per leggere una stessa realtà. Molti modi con cui ognuno di noi affronta i dati che gli vengono forniti dalle proprie percezioni, essendo queste filtrate dalla mente in modo del tutto personale: qualche volta in modo concreto, altre volte in modo simbolico, qualche volta in modo astratto, altre volte secondo le esigenze del proprio stato affettivo o emotivo. Insomma, posti di fronte, ad esempio, a un’immagine, noi possiamo leggerla in un modo e altri in un modo completamente diverso.
Ciò che emerge immediatamente è che la consapevolezza di un tipo di percezione ne esclude tutte le possibili altre. E questo accade in molti campi applicativi: da quelli semplicemente estetici, legati alla lettura di un’opera d’arte, fino a quelli investigativi, per cui un tipo di lettura dinamica di una scena del crimine ne esclude tutte le altre. Per arrivare fino all’analisi di intelligence, dove un tipo di analisi della situazione non permette di vedere contemporaneamente altre possibili ... ...


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01/11/2008