Anna Maria Giannini*

Mani tese

CONDIVIDI

Troppo spesso si tende a sottovalutare gli effetti psicologici di chi subisce un atto criminale. Un progetto rivolto alle forze dell’ordine insegna ad assistere e a tutelare maggiormente le vittime di reato

“Persone che, individualmente o collettivamente, hanno sofferto un danno, inclusa una lesione fisica o psicologica, una sofferenza emotiva, una perdita economica o una sostanziale riduzione della possibilità di esercitare i propri diritti fondamentali, a seguito di atti od omissioni, che sono in violazione delle leggi penali in vigore negli Stati membri, incluse le leggi che proibiscono penalmente l’abuso di potere”. Così l’articolo 1 della Decisione quadro del Consiglio europeo del 15 marzo 2001 definisce le vittime.
Una definizione che evidenzia una serie di indicazioni chiare per comprendere lo stato di chi diviene vittima e mostra i punti chiave del processo di vittimizzazione: soffrire un danno, subire lesioni fisiche o psicologiche, incorrere in perdite economiche o nella riduzione della possibilità di esercitare i propri fondamentali diritti. Queste indicazioni vanno nella direzione di chiarire le carenze cui va incontro chi diviene vittima e, di conseguenza, è possibile intuire che tali carenze attiveranno specifici bisogni.
Nelle dinamiche dei reati, generalmente i media mettono in maggiore risalto gli aspetti relativi all’autore, al reo. Ci si interroga sulle motivazioni dell’atto aggressivo, sulla possibilità che lo stesso possa essere reiterato, mentre minore attenzione riceve lo stato della vittima, gli aspetti psicologici che la caratterizzano, le dimensioni della sofferenza. È facile constatare che, mentre i più ricordano il nome di chi ha commesso (o è sospettato di aver commesso) omicidi assurti alla ribalta della cronaca (basti pensare ai casi accaduti a Cogne, a Erba o altri ancora), risulta molto più difficile richiamare alla mente il nome di chi in quelle situazioni ha perso la vita.
Chi si trova nella condizione di vittima sopravvissuta ad un reato, può dover fronteggiare cambiamenti sostanziali facendo ricorso a tutte le sue risorse fisiche e psicologiche. È dunque molto importante (specialmente per chi, per ragioni diverse, è chiamato  ad interagire con chi si trova nelle suddette condizioni) comprendere quali profondi stati di alterazione può provocare il subire una qualche violenza.
Il motivo per cui ci si occupa dei bisogni delle vittime risiede proprio nell’importanza di conoscerli profondamente. In particolare modo le forze dell’ordine, i volontari o i membri di organizzazioni non governative di supporto, il personale sanitario o comunque coloro che sono impegnati a prestare soccorso hanno la necessità di comprendere, se pur a livelli e in modo diverso, la complessa realtà che si trovano ad affrontare nel momento dell’incontro con la vittima.
Una utile premessa: le reazioni di chi subisce un atto criminale dipendono non soltanto dalla gravità dell’atto subìto ma anche da elementi soggettivi legati alla propria storia personale, alle ... ...


Consultazione dell'intero articolo riservata agli abbonati

01/07/2008