Anna Oliverio Ferraris

Come parlano le gang

La ricerca dell’emozione del rischio attrae numerosi giovani in bande che ormai sono diffuse in molte città del mondo. Un modo per distinguersi quando manca il sostegno della famiglia e della società

Le gang giovanili esistono da tempo in città come New York, Chicago, Los Angeles, Parigi, Londra. In Italia ce ne sono di due tipi: quelle formate da giovani nostrani e, più recenti, quelle composte da immigrati (per esempio ecuadoriani). Il tipo di violenze che mettono in atto i membri delle gang giovanili e i mezzi che usano per realizzarle – per lo più in scontri tra bande ma non solo – variano a seconda dei luoghi e delle circostanze. Possono aggredire a pugni e calci oppure con coltelli e armi da fuoco. Alcune bande, come quelle di stampo camorristico, si ispirano ai disvalori della malavita locale. Altre hanno un carattere internazionale. I Latin King per esempio, presenti a Genova e a Milano, furono fondati a Chicago alla fine degli Anni ‘40 da cittadini portoricani con l’obiettivo di trasformare il mondo in una “nazione latina”. I Neta, anch’essi presenti in Italia, furono fondati da un detenuto portoricano che pensava che i detenuti più deboli andassero protetti. Nel tempo hanno sviluppato un linguaggio dei segni facile da imparare di cui vanno fieri. Per esempio, il dito medio appoggiato sul dito indice significa: il più forte soccorre il più debole.
La maggior parte dei ragazzi viene coinvolta in bande di strada per motivi economici e familiari. Spesso provengono da famiglie disagiate, problematiche, marginali. Altri sono attratti dal rischio e dall’eccitazione. Anche ragazzi di famiglie della classe media possono entrare in bande di quartiere e quando ciò si verifica l’origine del problema è quasi sempre da ricercarsi nell’instabilità familiare. Un clima familiare difficile può spingere un ragazzo a ricercare nel branco quel supporto fisico, emotivo e morale di cui ha disperatamente bisogno negli anni formativi.
Vari e diversi sono i bisogni e le forze che spingono i giovani nelle bande.
Identità e riconoscimenti. Nel gruppo ci si sente qualcuno. La gang fornisce quel senso di identità che né la famiglia né la scuola riescono a dare.
Senso di appartenenza. La banda è una sorta di famiglia allargata. In essa i ragazzi trovano un luogo, seppure negativo, dove certi bisogni (di attenzione, di fiducia, di amicizia…) vengono soddisfatti. Frequentemente fratelli, sorelle e cugini appartengono alla stessa gang. I riti di iniziazione, spesso violenti, sanciscono e rafforzano l’appartenenza.
Protezione. Si entra in una gang per proteggersi dalle aggressioni di altri gruppi che agiscono sul territorio.
Coercizione. Alcuni sono forzati ad entrare in una banda. Vengono picchiati, derubati e perseguitati fin quando non si decidono a farne parte. Ciò tuttavia è meno comune di quanto si pensa.
Eccitazione. Lo stile di vita è eccitante, divertente, a volte una sorta di droga.
Ordine e partecipazione. C’è una distribuzione dei ruoli e una gerarchia che danno una sensazione di ordine e di forza. C’è una struttura (che in famiglia può mancare). Quando il numero degli affiliati è elevato ci sono livelli diversi di partecipazione in base all’età, all’esperienza, al sesso, ai tratti individuali.
Sesso. La sottocultura delle gang è “machista”. Le ragazze devono avere rapporti sessuali con i membri della gang. Ci possono essere anche rapporti omosessuali.
Ci sono dei segni esteriori che indicano se un giovane è affiliato ad una banda. Uno è chiaro ed evidente: trascorre molto tempo assieme a giovani violenti o nulla facenti. L’abbigliamento è spesso un altro indizio. La collanina, quando c’è, indica che ha fatto il giuramento.
Come gli ultrà del calcio, gli affiliati ad una banda possono essere identificati dai colori che esibiscono e dai tatuaggi. Per esempio la Nazione King si riconosce dal bianco e dall’azzurro. I tatuaggi, spesso minacciosi e aggressivi, sono modi per dire al mondo chi sono, per farsi temere e rispettare.
I graffiti (sui muri dei palazzi, sulle pareti delle scuole, sui vagoni ferroviari, sui cavalcavia delle autostrade o su altra superficie) sono vandalismi il cui scopo è quello di lasciare un segno di sé e della propria appartenenza. Servono per comunicare e prendere possesso di un territorio. Una sigla o un simbolo tracciato sul muro può significare «siamo qui, questa è la nostra zona». Ma può anche essere una minaccia nei confronti di una gang rivale. In più, lo spray, nascosto in una manica, consente di agire rapidamente senza creare sospetti. E quando ad essere imbrattati sono i monumenti storici e artistici, l’eccitazione sale alle stelle: si è ammirati dai pari, ci si sente degli eroi.
Altri crimini tipici delle gang giovanili sono i pestaggi, gli scippi, i furti, le estorsioni, i ricatti, gli stupri, eccetera. Fino ai ferimenti e agli omicidi.
È raro che un giovane venga coinvolto in una gang se la famiglia sa dare affetto e cure, se disciplina i figli e li orienta verso obiettivi sani e costruttivi. I genitori di questi giovani sbandati sono quasi sempre incapaci o impossibilitati a svolgere il loro ruolo. Un tratto ricorrente è che i genitori non educano i figli alla responsabilità individuale e quando questi finiscono nei guai, incolpano la società, le forze dell’ordine, gli insegnanti. Il risultato è che i ragazzi crescono senza sentirsi responsabili delle loro azioni, quando invece l’elemento attivo su cui l’educatore può impostare il proprio intervento è il senso della responsabilità personale. Solo in questo modo si può sperare di produrre un cambiamento.
01/07/2008