Annalisa Bucchieri

Ripensare la città

Lo stretto legame tra forme architettoniche e criminalità spiegato dagli urbanisti. Le metodologie di “approccio integrato” messe in atto dalla Polizia di Stato

Aggressioni notturne, furti in appartamento, rapine, pirati della strada, scippi, tifoserie ultras, violenze sessuali, racket, usura, bullismo. Sono le voci del nuovo dizionario della paura metropolitana, o meglio i pericoli percepiti dal cittadino. Ricerche e sondaggi riferiscono il paradosso secondo il quale i timori degli italiani urbanizzati (secondo l’Istat l’84% della popolazione) sono cresciuti nonostante i dati del ministero dell’Interno confermino che i reati diminuiscono. Siamo il Paese europeo che investe di più in sicurezza, circa l’1,6 del pil nazionale (fonte Eurispes) e al contempo figuriamo come quelli i cui sogni vengono visitati da incubi peggiori rispetto agli altri popoli comunitari.

Polis infernale?
Difficile dire se le città italiane siano più insidiose di un tempo – concordano gli analisti – ma di certo è aumentata la domanda di sicurezza da parte di chi vi risiede. In primo luogo perché il 45% degli italiani vive ormai in zone ad alta urbanizzazione, in metropoli che per loro costituzione producono un fabbisogno aggiunto di safety e security, essendo around the clock, attive 24 ore su 24. In seconda battuta perché si sta diffondendo il desiderio di frequentare tutte le zone urbane, persino quelle una volta considerate off-limits, anche di notte. Desiderio di libertà di movimento presente soprattutto nei giovani. Sono loro che, vivendo molto fuori di casa, risultano i più colpiti dai reati rispetto ai concittadini anziani. Tuttavia, ovviamente, sono questi ultimi a dichiararsi più fragili e indifesi. Di nuovo percezione da una parte e pericolo reale dall’altra. La partita della sicurezza si gioca nel rapporto complementare dei due termini. «Impossibile vincerla, se non la si affronta nella sua complessità, rispondendo tanto al rischio effettivo quanto alla paura di essere vittima di un fatto deviante, sia esso reato od episodio di inciviltà – afferma Daniela Stradiotto, direttore reggente del Servizio controllo del territorio della Dac, Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato – ed è un dato ormai acquisito l’esistenza di un rapporto di stretta correlazione fra indici di sicurezza e qualità della vita. Tutto ciò che va a incidere sulla quotidianità, determinando modifiche agli stili di vita del cittadino, si traduce in una contrazione del diritto alla libera partecipazione ai diversi contesti sociali (professionali, familiari, sportivi) con evidente pregiudizio della qualità della vita. Agire sulla qualità della vita, quindi, significa attuare tre condizioni: intervenire per garantire la comunicazione e quindi operare sugli scambi (comunicazione fisica e virtuale); assicurare il rispetto della diversità all’interno degli aggregati sociali, garantendo una reale integrazione, multifunzionale e multiculturale; realizzare l’identificazione del cittadino con il territorio in cui lo spazio pubblico non sia più una realtà astratta ma un “qualche cosa” che viene vissuto come proprio. Produrre sicurezza impone, pertanto, operare su questi settori».

Parola chiave: approccio integrato
«Affrontare i problemi di sicurezza delle città – continua Daniela Stradiotto – si traduce nell’attivazione di metodologie di approccio integrato capaci di mettere in campo, a fianco del momento della repressione, da un canto programmi di prevenzione situazionale e, dall’altro, pianificazioni a più lunga scadenza di prevenzione sociale.
Per ciò che riguarda la prevenzione situazionale, settore in cui le forze di polizia devono interagire con le altre istituzioni in una logica di partecipazione, è necessario arricchire il fronte preventivo con metodologie di studio ed interpretazione del territorio capaci, da un lato, di individuare rischi immediati per la collettività e, dall’altro, di anticipare i problemi di sicurezza con un approccio proattivo, tendendo cioè ad anticipare la domanda di intervento con soluzioni globali e durature.
Nel caso specifico della sicurezza urbana, la lettura a 360° del territorio da parte delle forze di polizia, quale valutazione degli spazi intesi sia come destinazione d’uso che con riguardo alle diverse opzioni strutturali (ad esempio, barriere architettoniche ed eventuali vie di fuga) completa in chiave evolutiva l’azione delle forze dell’ordine.
La riqualificazione dello spazio urbano, infatti, mettendo in moto la riappropriazione del luogo pubblico quale “prolungamento ideale del salotto di casa”, attiva quel processo di rafforzamento del sentimento di appartenenza collettivo che innesca un circuito virtuoso nel processo di produzione della sicurezza».

Cpted per una città sicura
La sicurezza dipende anche dal modo in cui sono progettate e costruite le città. Dal modo in cui i cittadini si identificano con il territorio in cui vivono. Infine dal modo in cui gli spazi urbani vengono curati e sorvegliati. I primi ad accorgersene furono gli statunitensi che già alla fine degli Anni ‘70 dovettero affrontare le violenze dilaganti nelle loro metropoli. E spinsero per la promulgazione di una legge che rappresentò una svolta nel concetto di prevenzione perché mise l’accento sull’influenza dell’ambiente nella tendenza dei soggetti a delinquere. Washington fu il banco di prova delle nuove teorie e la strategia funzionò. Così l’esperienza americana produsse, attraverso l’analisi del criminologo Paul Jeffrey, del sociologo Oscar Newman e dell’antropologa Jane Jacobs, una disciplina dalla sigla impronunciabile: Cpted (Crime prevention through environmental design), in altre parole l’elaborazione di una serie di indicazioni per la progettazione urbana e residenziale della città con criteri di prevenzione del crimine.

L’urbanistica sposa la sociologia
«Inevitabilmente, secondo il Cpted, l’urbanista deve trasformarsi anche in sociologo – spiega Simone Ombuen, docente di Gestione dei conflitti urbani all’Università Roma Tre –  per poter comprendere le comunità, i flussi migratori, i disagi di un’area cittadina, prima di ipotizzare un intervento strutturale. Mentre in passato progettava ex novo e provvedeva all’allestimento fisico, adesso l’urbanista è chiamato a gestire il presente, ovvero a trasformare gli insediamenti e gli impianti viari esistenti spingendo sulla “riqualificazione” della città, sulla necessità di far tornare le piazze ad essere luoghi di identità collettiva, di coesione tra gli abitanti, che un tempo vi giocavano a pallone o a carte». A rafforzare il concetto, le parole di Daniela  Stradiotto che collegano il senso della comunità con quello della legalità: «L’insicurezza individuale porta a chiudersi in casa, a vivere le strade come luoghi pericolosi, rifugiandosi in forme di anonimato ed irresponsabilità. Fondamentale quindi intervenire sulla rivitalizzazione delle strade». Che gli interventi ricompositivi siano la giusta strategia per rendere più serena la vita di rioni storici e periferie ne è convinto pure Fabrizio Battistelli, docente di Sociologia della sicurezza all’università La Sapienza di Roma: «Non funziona blindare alcuni quartieri né demandare ai singoli individui il compito di proteggere i propri beni creando case-fortezze ed equipaggiandole con la moderna versione tecnologica dei fili spinati. Quando la sicurezza è un bene acquistato privatamente non si rafforza il senso di tranquillità dei cittadini. Allo stesso modo è poco efficace applicare misure segregative, come i muri o le recinzioni, perché hanno effetti positivi solo nel breve termine».

La sorveglianza naturale
Allora come procedere per abbassare il volume della sirena d’allarme, alzato al massimo dai recenti fatti di cronaca nel nostro Paese?
A rispondere è Clara Cardia, che, dopo essere stata assistente di Oscar Newman alla Columbia University proprio negli anni in cui nasceva il Cpted, è rientrata a Milano dove è attualmente responsabile del Laboratorio Qualità Urbana e Sicurezza del Politecnico: «La pace della città, come sostiene Jane Jacobs, non è garantita in prima istanza dalla polizia, anche se la polizia è necessaria; è garantita da un’intricata e quasi inconscia rete di controllo volontario esercitata dalla popolazione stessa sui propri quartieri, quel tipo di sorveglianza naturale che i cittadini possono attuare vicendevolmente sui punti critici». Ad esempio, se un parcheggio o un’uscita della metropolitana sono collocati in un luogo su cui si affacciano palazzi residenziali e negozi, e dove la visuale non è occultata da alberi o siepi troppo alti, la presenza stessa di una persona affacciata al balcone o di clienti di un bar funge già da sola da deterrente. In molti casi si può ipotizzare anche l’aiuto della tecnologia. Gli esperimenti condotti a Bagnolet e Marsiglia con sistemi di autocontrollo tv autogestiti – la cosiddetta coveillance – hanno mostrato come alla base della insicurezza lamentata dagli anziani soli del quartiere vi fosse più un deficit di socializzazione che un reale pericolo.
Il principio di sorveglianza naturale viene, però, inficiato spesso da barriere architettoniche. Quindi diventa necessario rimuoverle per fornire una visibilità ampia allo skyline del quartiere. Esempio lampante è stato l’abbattimento dei Ponti del Laurentino 38, quartiere di estrema periferia romana. I cosiddetti Ponti, infatti, non erano altro che dei passaggi pedonali coperti e sopraelevati che, nell’intenzione dei progettisti, dovevano permettere comodi attraversamenti da un edificio all’altro, ma nel tempo si erano riempiti di tranelli per chiunque vi transitasse ed erano diventati un ricettacolo di alloggi provvisori abusivi e pericolanti, senza norme igieniche, dove vivevano persone in stato di forte disagio sociale. «Questo stile architettonico degli Anni ‘70 – spiega Daniela Stradiotto – che si presenta con enormi complessi affetti da gigantismo e chiusi alla visibilità esterna, di cui sono altri esempi negativi Le Vele a Scampia, il Corviale di Roma o il Quarto Oggiaro a Milano, ha sempre prodotto più problemi d’ordine pubblico e illegalità rispetto alle cosiddette periferie selvagge, cioè sviluppatesi senza un progetto urbanistico, ma nelle quali gli abitanti sono riusciti a impostare una vita dal carattere comunitario».

Alla ricerca di un senso d’appartenenza
Gli esperti del Cpted, però, ammoniscono: ascensori dai vetri trasparenti, sottopassi con telecamere, taglio delle siepi, eliminazione dei vicoli ciechi, illuminazione multipla e differenziata delle strade non compiono miracoli, se non si riesce a sviluppare l’identificazione degli abitanti con il proprio territorio. Progettare zone residenziali che si trasformano ben presto in quartieri-dormitorio, pensando unicamente a risolvere i problemi abitativi, è estremamente deleterio. Un quartiere vissuto anche di giorno, fornito di giardini, centri culturali, attività commerciali, servizi, piazze quali punti d’incontro e socializzazione, diventa automaticamente un quartiere più amato e curato dall’occhio critico dei suoi cittadini. Un esempio virtuoso è costituito dall’apertura di una biblioteca comunale con Internet point nella periferia romana di Corviale, che ha segnato un’inversione di tendenza al degrado crescente.

La situazione in Europa e in Italia
Nel nostro Paese l’approccio Cpted ha stentato, però, a decollare. «Mentre le forze dell’ordine sono interessate a queste nuove modalità di prevenzione – sostiene la Cardia – la comunità degli urbanisti è molto chiusa, così come gli Uffici territoriali tecnici vivono l’intersettorialità e l’interdisciplinarietà come un’ingerenza nel loro lavoro. Comunque, affinché questa disciplina socio-urbanistica possa dare il suo fondamentale contributo al problema sicurezza è necessaria una volontà istituzionale forte. Come hanno dimostrato altri Stati comunitari che sono molto più avanti di noi». Andando a fondo si scopre che a Bruxelles si parla di Cpted da molto tempo e già dieci anni fa la Comunità europea, su iniziativa dei Paesi nordici, ha creato un gruppo di lavoro, il Prevention of Crime by urban planning and building design, per fornire linee guida su edilizia e urbanistica attente alle nuove esigenze. Il gruppo ha completato l’opera a novembre 2006 e nel corso del 2007 la normativa Env 14383 è stata approvata. «Si tratta di una normativa non tassativa – ci tiene a specificare la Cardia – un riferimento che non è legge per gli amministratori locali, però ha un suo peso perché nelle questioni legali le “buone pratiche” fanno testo».

Dalla normativa europea al manuale esplicativo
La normativa è stata subito diffusa in inglese e tradotta in francese e tedesco. Infatti, in Francia, opera una struttura potente: i Contrats locaux de securité, rafforzati da una legge che rende la valutazione di sicurezza dei grandi progetti obbligatoria; nel Regno Unito esiste l’obbligo di ottenere una “certificazione di sicurezza” del progetto urbanistico, la Sbd (Secured by design); mentre il governo tedesco ha promosso una serie di ricerche sulle nuove tecniche di prevenzione, dalle quali sono derivate direttive alla polizia per interagire meglio con le comunità dei distretti cittadini.
Finalmente notizie positive sono all’orizzonte anche per l’Italia. «Su nostra iniziativa – dice con un pizzico di motivato orgoglio la responsabile del Laboratorio del Politecnico – ha preso vita un gruppo internazionale per la stesura di un manuale di applicazione della norma europea. Manuale che è stato presentato in quattro lingue, italiano compreso, il 20 giugno scorso a Bologna».
Adesso sta alle amministrazioni statali e comunali il passo successivo: creare tavoli di lavoro in cui l’urbanista sieda a fianco del funzionario del commissariato locale, insieme all’assistente sociale e alla polizia municipale.



Polizia, strategie sul territorio
Inserito all’interno della Direzione centrale anticrimine della Polizia di Stato (Dac) diretta da Francesco Gratteri, insieme al Servizio centrale operativo ed al Servizio polizia scientifica, il Servizio controllo del territorio, diretto da Daniela Stradiotto, si occupa della prevenzione generale e, appunto, del controllo del territorio, mettendo in atto iniziative che permettano un impiego efficace e razionale delle Volanti (che dipendono dagli Uffici prevenzione generale e soccorso pubblico – Upgsp – delle varie questure). Il Servizio, strutturato in due Divisioni, si occupa anche di programmare l’impiego dei diciannove Reparti prevenzione crimine situati nei principali capoluoghi di regione per rafforzare l’azione di prevenzione e per presidiare le varie aree geografiche del Paese in maniera complementare alle strutture territoriali della Polizia di Stato. Infatti, a queste ultime, viene fornito ausilio in termini di mezzi e risorse umane, per far sì che l’azione di contrasto alla criminalità in genere sia maggiormente efficace.
Cristiano Morabito
01/07/2008