Giulia Bertagnolio

Alla ricerca di impronte

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I nuovi sistemi digitali di archiviazione e confronto delle rilevazioni dattiloscopiche hanno reso più rapide le indagini, mentre il tradizionale metodo di acquisizione “ad inchiostro” rimane ancora oggi altamente affidabile

Otto milioni e seicentomila cartellini dattiloscopici memorizzati. Oltre quattro milioni e mezzo di persone schedate. Il tutto conservato in formato elettronico negli uffici della Polizia Scientifica all’interno di sofisticate strumentazioni capaci di fare da supporto ad investigazioni complesse. Si chiama Afis (Automated fingerprint identification system) il sistema digitale basato su scanner e sensori che da dieci anni è utilizzato dai poliziotti in camice bianco per immagazzinare il più velocemente possibile impronte digitali e altri dati e per confrontarli poi, a seconda delle necessità del caso, con quelle di soggetti il cui profilo si trova a dover essere registrato per motivi di sicurezza e di giustizia.
Una macchina che ha portato nel settore dell’analisi dattiloscopica una vera e propria rivoluzione, dal momento che consente, con costi prossimi allo zero, di inserire informazioni relative a centinaia e centinaia di persone e di consultare in modo rapidissimo l’archivio per poter effettuare le successive comparazioni. Un congegno che si rivela cruciale quando è necessario effettuare la cosiddetta identificazione preventiva, ma anche quando bisogna procedere con l’identificazione giudiziaria. Emblematico, in relazione alla prima circostanza, il lavoro svolto in Thailandia subito dopo lo Tsunami: all’epoca l’équipe della Scientifica e gli esperti delle altre forze dell’ordine si trovarono a dover riconoscere gli italiani coinvolti nel disastro (in tutto una cinquantina) e altre migliaia di cittadini stranieri deceduti nella tragedia che colpì il “paradiso delle vacanze”. «Il gruppo Ert, composto dagli ... ...


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01/04/2008