Massimo Martinelli*

Latitanti alle corde

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Una stagione di successi che ha portato alla cattura di 236 criminali in 15 mesi. Il vicecapo della Polizia Nicola Cavaliere parla dell’effetto domino innescato dall’arresto del super ricercato Bernardo Provenzano

Una storia che non dimentichi può cominciare anche con una microspia. Basta che sia piazzata nel salotto giusto, nella città giusta. Come in casa di Saveria Palazzolo, a Corleone. Perché oggi, forse, la storia della guerra alla mafia sarebbe scritta in maniera diversa se la signora Palazzolo in Provenzano si fosse accorta che qualcuno le aveva messo una radiotrasmittente in casa. Che registrava tutto, ma proprio tutto, comprese le cose che diceva mentre preparava il pacco “con i panni”, i vestiti puliti, da inviare al marito che comandava Cosa nostra e navigava ormai verso le 43 primavere di latitanza. Quel transistor, che gli uomini della Sezione catturandi di Palermo riuscirono a infilare chissà come in casa della moglie del boss, diventò l’occhio e l’orecchio dello Stato in casa Provenzano. Ma soprattutto l’occhio di Renato Cortese, l’uomo che qualche mese dopo avrebbe messo le manette al Capo dei Capi.
È cominciata così l’ultima fertile stagione operativa della Direzione centrale della polizia criminale, al cui vertice c’è Nicola Cavaliere, vicecapo della Polizia. Arresti “pesanti”, in Italia e all’estero: 124 nel 2006, altri 111 da gennaio 2007 a oggi. Con nomi di tutto rispetto come i boss siciliani Andrea Adamo e Salvatore e Sandro Lo Piccolo; come i calabresi Salvatore Pelle, Giuseppe Bellocco, Pasquale Condello e, negli ultimi giorni, Rocco Gallico; come i camorristi Edoardo Contini e Vincenzo Licciardi. Un colpo, quello assestato dal gruppo interforze di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, che quantomeno ha disarticolato la mafia in Sicilia. «È vero, possiamo dirlo » - conferma Nicola Cavaliere. E spiega perché, secondo la sua analisi, l’arresto di Provenzano, l’11 aprile 2005, ha provocato un “effetto domino” che ha portato i cacciatori di latitanti del Viminale nei santuari della criminalità organizzata: «Catturare il boss di una grande organizzazione criminosa provoca lo sfaldamento dell’organizzazione stessa, che è costretta a riorganizzarsi in situazione di affanno. È in quel momento che i capi possono commettere errori; e quel momento deve essere sfruttato per mettere a segno nuovi colpi alla criminalità».
Accadde esattamente questo dopo l’arresto di Provenzano, con l’operazione Gotha e poi ancora con la cattura dei Lo Piccolo, Salvatore e Sandro. Adesso manca all’appello l’uomo che ha raccolto il bastone del comando di Cosa nostra, Matteo Messina Denaro, 45 anni, ricercato dal ‘93. È un capo anomalo: è di Castelvetrano, nel Trapanese. E questo potrebbe essere un punto di debolezza. Perché, se è vero che i padrini trascorrono quasi sempre la latitanza nella loro zona di origine, Castelvetrano non è come Corleone, dove l’ambiente, la città, i bar, tutto sembrava essere “protettivo” per i boss alla macchia. Bisognerà solo aspettare il momento giusto, il primo attimo in cui gli investigatori saranno convinti di poter operare in sicurezza.
Insomma, l’onda lunga innescata dall’arresto di Provenzano, che ha avuto i suoi effetti benefici anche in Calabria e in Campania, potrebbe non essersi ancora esaurita. Perché, spiega Cavaliere, un arresto importante regala agli investigatori una serie di indicazioni importanti: nella masseria di Provenzano c’erano i libri mastri di Cosa nostra, la lista dei commercianti sotto estorsione, decine e decine di pizzini. E nei covi dei Lo Piccolo, dei Licciardi, dei Condello c’era materiale altrettanto interessante, che ancora è all’esame degli investigatori e darà altri risultati operativi. Probabilmente anche all’estero, dove la grande criminalità organizzata ha impiantato da tempo vere e proprie colonie di malavitosi italiani che controllano i traffici illeciti. Soprattutto la ‘Ndrangheta, che ha fortissime ramificazioni in America Latina per il controllo della droga, e poi in Francia, tra la Costa Azzurra e il confine di Ventimiglia. E in Piemonte, a Ivrea e Bardonecchia, anche qui con lo scopo dichiarato di controllare le zone di confine.
A coordinare la “caccia” ai latitanti fuori dal territorio nazionale è la Seconda divisione Interpol, quella diretta da Gennaro Capoluongo, un segugio napoletanissimo dal sorriso contagioso cresciuto combattendo la Camorra nei vicoli sotto il Vesuvio. Adesso è alle prese con gli Stati che in qualche modo proteggono i nostri latitanti. Sono Paesi che non hanno firmato trattati di estradizione, dove i ricercati vivono tranquillamente, alla luce del sole, anche aprendo attività commerciali. Come Alessio Casimirri, sei ergastoli sulla schiena, brigatista della prima ora, l’unico del commando di via Fani che non è mai andato in galera: in Nicaragua è diventato un uomo del regime sandinista, ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense, ha aperto due ristoranti a Managua, il Magica Roma , un nome frutto della sua passione calcistica, e la Grotta del sub, dove serve il pesce che lui stesso si procura. Ma per un latitante che non si riesce ad acchiappare, ce ne sono altri venti che cadono nella rete degli uomini dell’Interpol: «Ci riusciamo anche con i Paesi che non hanno firmato trattati di estradizione con l’Italia - spiega Gennaro Capoluongo - Certo, occorre avere ottimi rapporti di collaborazione con le polizie straniere. Direi quasi rapporti di amicizia». Il motivo è semplice: quando un latitante viene individuato in un Paese che non concede l’estradizione, l’escamotage è quello di farlo espellere come indesiderato: le autorità locali gli fanno un decreto di espulsione e lo mettono su un aereo diretto in Italia, preferibilmente senza scalo. È accaduto in passato per brigatisti eccellenti come Rita Algranati e Maurizio Falessi, espulsi dall’Algeria verso il Cairo e poi verso l’Italia. E ancora con i boss di Cosa nostra Vincenzo Spezia e Francesco Termine, entrambi bloccati in Venezuela e rispediti a Fiumicino. «Certo - spiega Gennaro Capoluongo - siamo noi a dover convincere le autorità locali che un determinato soggetto rappresenta un pericolo per la loro collettività. È in questo momento che avere rapporti di collaborazione con le polizie straniere diventa di importanza strategica». Un legame, quello con le autorità di questi Paesi, che va costruito nel tempo, con visite periodiche, con scambi di informazioni e anche con l’invio all’estero per lunghi periodi di ufficiali di collegamento italiani che diventano “di casa” nelle caserme straniere.
A monte, però, c’è il lavoro di “localizzazione” del latitante all’estero: «Comincia quasi sempre dall’Italia - spiega Gennaro Capoluongo -  seguendo i movimenti delle persone che potrebbero essere in contatto con il latitante, almeno per capire verso quale paese del mondo orientare la ricerca». Poi si va dalla polizia locale e si gioca la carta della collaborazione: «Perché in certi Paesi - sorride Capoluongo - se chiedi di fare un appostamento di sabato o di domenica e nessuno ti conosce, nemmeno ti prendono in considerazione». Ma certe volte, come nel caso di Casimirri, ogni sforzo è vano: «Accade quando il latitante riesce a corrompere le autorità locali, che preferiscono dare protezione a lui piuttosto che aprire un rapporto di collaborazione con l’Italia». In tale situazione, però, il latitante diventa un recluso di lusso in quel Paese perché gli investigatori continuano a controllarlo in attesa di un passo falso, magari l’attraversamento del confine per poche ore. Può essere un’attesa lunga, un po’ come quella necessaria per piazzare una ricetrasmittente nella casa più protetta di Corleone. Ma alla fine succede.
*giornalista de Il Messaggero

Catturati
Sono 124 i latitanti di particolare interesse arrestati nel 2006. Quattro facevano parte della lista dei 30 latitanti di massima pericolosità: Bernardo Provenzano e Maurizio Di Gati, della mafia siciliana; Giuseppe D’Agostino della ‘Ndrangheta, e Rose Ann Scrocco, ricercata per sequestro di persona. Altri tre facevano parte della lista dei 500 più pericolosi (in seguito sostituita da quella dei 100) e gli altri 117 si erano resi responsabili di gravi reati. Dal primo gennaio 2007 ad oggi sono stati arrestati altri 112 latitanti: 8 facevano parte della lista dei 30 di massima pericolosità, (tre siciliani: Andrea Adamo, Salvatore e Sandro Lo Piccolo; due camorristi: Edoardo Contini e Vincenzo Licciardi; tre della ‘Ndrangheta: Salvatore Pelle, Giuseppe Bellocco e Pasquale Condello). Sedici inclusi nell’elenco dei 100 più pericolosi di cui tre di Cosa nostra, sei della Camorra, due della ‘Ndrangheta, tre delle cosche pugliesi, uno accusato di gravi delitti e uno di sequestro di persona. Ottantotto di loro erano inseriti nella categoria “altri pericolosi latitanti”, di cui 15 della mafia siciliana, 25 della Camorra, 10 della ‘Ndrangheta, 6 delle cosche pugliesi, uno accusato di sequestro di persona, 30 ricercati per gravi delitti e uno della criminalità straniera.
SCHEDE DEI 30 PIÙ PERICOLOSI LATITANTI ITALIANI
(a cura della redazione Poliziamoderna; fonti: Direzione centrale della polizia criminale, Commissione parlamentare antimafia e Dia)     
La lista dei 30 più pericolosi e, a seguire, quella dei 100 che richiedono massima attenzione, vengono stilate e aggiornate dal Gruppo integrato interforze ricerca latitanti (Giirl), composto da rappresentati della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza. Vi confluiscono informazioni dell’Aisi e della Dia. Il Gruppo dipende dal Servizio analisi criminale, costituito all’interno della Direzione centrale della polizia criminale. I criteri che portano all’inserimento di un latitante nella lista dei maggiori ricercati tiene conto della gravità dei reati contestati, del numero di provvedimenti dell’autorità giudiziaria, della pericolosità sociale del soggetto e della sua eventuale collocazione al vertice di organizzazioni criminose. Per l’inserimento si tiene conto anche delle valutazioni delle autorità di polizia presenti sul territorio in cui il soggetto ha agito, che indicano la sua capacità di ottenere appoggi e coperture per la latitanza. La lista dei 100 che richiedono massima attenzione serve anche da serbatoio a cui attingere quando uno dei trenta viene catturato. Questa lista, che non è pubblica, presenta 11 stranieri; provengono quasi tutti da Albania, Moldavia, Montenegro e Serbia; uniche eccezioni: due ricercati di nazionalità egiziana e nigeriana.

Caccia grossa - di Annalisa Bucchieri


 
Scarica le schede dei latitanti

Latitanti affiliati a mafie siciliane
Latitanti affiliati alla ’Ndrangheta calabrese
Latitanti affiliati a organizzazioni criminali camorristiche
Latitanti non affiliati a organizzazioni criminali di tipo associativo

01/04/2008