Nicola Moncada*

L’identità segreta di Viterbo

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Prossimità e una presenza costante sul territorio assicurano importanti risultati contro furti e rapine

Cinta da antiche mura. Dominata da due pietre: il tufo e il peperino. Caratterizzata da un quartiere medioevale, San Pellegrino, pressoché integro. Sorvegliata a distanza da monti, i Cimini, con densi boschi di castagni, che Tacito paragonava alla Foresta nera. Guardata, più da vicino, da una montagna vulcanica, la Palanzana. Attorniata da due laghi, i bacini di Vico e di Bolsena, anch’essi vulcanici.
Viterbo, città a ottanta chilometri a nord di Roma, è, con le sue chiese, fontane e torri, accampata sul vuoto. Una rete di antri, cunicoli e camminamenti si stende, sotto le fondamenta delle case, a proteggere l’abitato dai terremoti. Anticamente, di questo vuoto, ci si serviva ai fini della sicurezza. Drappelli armati, sulle torri, scrutavano le piazze, strade e vicoli sottostanti. In caso di disordini e sedizioni, era attraverso passaggi sotterranei che, dalle torri, si raggiungevano in pochi minuti i sediziosi. E si agiva.
Il problema della sicurezza, ancora oggi, è lo stesso: sorvegliare palmo a palmo la città, poter intervenire, come si dice, in tempo reale. Ai drappelli armati, si sostituiscono le Maree delle Volanti: veloci, silenziose, efficienti. In compenso, la sorveglianza a vista dell’ambiente è la stessa. Specie ora che, all’impiego delle tecnologie, si affianca, sempre più spesso, la riscoperta dei metodi d’indagine tradizionali: investigatori, in divisa o in borghese, a piedi, tra la gente, a riscuoterne fiducia e informazioni, dando concretezza a quel concetto di “prossimità” che, di questi tempi, ha anche un’incidenza psicologica non comune. Le istanze di sicurezza, da parte dei vari strati della popolazione, sembrano aumentate. La notte, ma anche il giorno, arrivano, da città e regioni vicine, i “sediziosi” della ... ...


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01/03/2008