Cristiano Morabito

Il mondo in un ovale

Fango, sudore e spirito di sacrificio. Gli italiani scoprono la passione per il rugby dove si vince e si perde, ma sempre con onore

Sport strano il rugby, soprattutto per chi è abituato a vivere di solo calcio; trenta persone su un rettangolo d’erba che correndo in avanti si passano all’indietro una palla “a uovo”, tra corse mozzafiato, mischie e scontri durissimi che mettono alla prova le articolazioni, senza mai contestare una decisione, anche palesemente errata, dell’arbitro.
Strano veramente questo sport. Viene da domandarsi come sia possibile che i trenta di cui sopra, dopo essersele date di santa ragione ed essersi guardati in cagnesco per ottanta minuti, si incontrino per discutere della partita davanti ad una bistecca e una birra, magari insieme a quell’arbitro che chiede scusa per un fischio sbagliato. E subito una riflessione: ma forse è veramente così che bisognerebbe intendere lo sport?
La leggenda narra di un giovane studente inglese che, durante una partita sul campo della scuola di quello che all’epoca era chiamato football, noncurante delle regole del gioco, prese la palla tra le braccia e corse velocemente verso la linea di fondo. Era il 1823 e William Webb Ellis, così si chiamava lo studente, aveva inventato un nuovo sport: il rugby. E ancora oggi una targa affissa sui muri della Rugby School nel Warwickshire ne commemora il gesto. Per certo si sa che il 26 gennaio del 1871 i rappresentanti delle principali scuole inglesi si riunirono nel ristorante Pall Mall a Londra dove ne codificarono le regole. Ma forse gli inizi un po’ romantici si addicono certamente di più ad uno sport che proprio della passione, dell’onore e della differenza con altre pratiche ha fatto la sua bandiera. Lo scrittore Oscar Wilde disse: “Il calcio è uno sport da gentiluomini fatto da bestie, mentre il rugby è uno sport da bestie fatto da gentiluomini”.
Ed è proprio lo spirito, la passione e l’assoluto rispetto dell’avversario che rendono unico questo sport.
La storia italiana è più recente; risale al  1911 a Milano il primo match di una squadra italiana, la US Milanese, contro la francese Voiron. Il movimento rugbistico italiano compiva allora i primi passi guardando da lontano i maestri delle scuole anglosassoni e francese, fondando nel 1928 la propria Federazione e disputando nel 1929 il primo campionato che vide vincitrice la squadra dell’Amatori rugby Milano. A ottant’anni di distanza oggi il rugby italiano più che una disciplina sportiva è una vera e propria cultura agonistica che ha assunto importanza a livello mondiale: l’entrata nel 2000 nel “gotha” della palla ovale con l’ammissione al Torneo delle Cinque nazioni, da quel momento ribattezzato Six Nations, ha sancito la definitiva consacrazione del rugby italiano, in continua, costante crescita sia di praticanti (i tesserati sono passati da poco più di 40.000 nel 2003 ai quasi 62.000 attuali, di cui 50.000 giocatori) che di pubblico, anche televisivo; l’immagine in lacrime di Alessandro Troncon, che alla fine della sua ultima partita con la nazionale ai mondiali francesi viene portato a spalla dai compagni per un giro d’onore dello Stade de France, è rimasta impressa negli occhi di tutti gli appassionati e non di questo splendido sport, tanto da diventarne un’icona.
Ma il rugby italiano non è solo la Nazionale o il Super10 (il campionato delle dieci squadre più rappresentative). Ci sono tantissime altre realtà, più o meno grandi, che dal basso spingono per emergere e contribuiscono a far crescere Ovalia (sinonimo del movimento del rugby). Tra queste possiamo sicuramente inserire quella che in pieno spirito di Corpo (particolarmente adatto al rugby) potremmo definire la “nostra squadra”: le Fiamme oro rugby.
La storia delle maglie cremisi parte nel 1955 a Padova e solo tre anni dopo la squadra dell’allora Corpo delle guardie di ps vince il suo primo scudetto, ripetendosi nei tre anni successivi e ancora nel 1968, in pieno clima di contestazione studentesca. Nel 1987, con due piccole parentesi a Firenze (1978) e Milano (1984-87), le Fiamme oro rugby si trasferiscono nella Capitale, fino a occupare oggi una parte del centro polifunzionale di Ponte Galeria. Qui la squadra, che attualmente milita nel campionato di serie B, ha i propri uffici e le strutture per allenarsi.
Una squadra e una struttura societaria che nell’ultimo anno hanno subito una sorta di vera e propria rivoluzione. Nuovo il presidente (Armando Forgione, dirigente all’Ufficio ordine pubblico), nuovo il general manager (Bruno Pighetti, assistente capo ex manager della Nazionale A), nuovo il coach (Sven Valsecchi, assistente capo ex allenatore e giocatore di squadre della massima serie) ed un prestigioso coordinatore tecnico (Vincenzo Troiani assistente capo allenatore della Nazionale Under 20). Un team di persone unite da un solo scopo: riportare le Fiamme oro nel posto che più gli compete, la serie A.
Ma diversa è soprattutto la filosofia che sta alla base di quello che potremmo chiamare il “nuovo corso” delle Fiamme oro rugby. Grande attenzione viene data, oltre che all’aspetto tecnico-tattico, a quelli che saranno i “giocatori di domani”, stringendo accordi di collaborazione con vari istituti scolastici soprattutto del litorale laziale per insegnare questo sport e i suoi valori anche ai più piccoli attraverso il minirugby e la scuola dedicata ai ragazzini dai 7 ai 15 anni, fino ad arrivare alla rappresentativa under 19 e alla prima squadra. “La nostra intenzione – dice Forgione – è quella di diventare un punto di riferimento nel panorama rugbistico nazionale, creando un vero e proprio stile Fiamme oro, che non può che combaciare con quello della nostra amministrazione, ponendoci con uno spirito di servizio nei confronti del movimento, attraverso la formazione non solo di giocatori, ma anche di tecnici, terapisti e arbitri”. “Quello del rugby – continua il presidente – è un piccolo mondo dove tutti sanno tutto di tutti. E noi vogliamo che della nostra squadra si sappia il più possibile”.
Basta passare un’intera giornata, in particolare le ore che precedono un match importante, con tutto lo staff della squadra per capire come questa filosofia venga messa in pratica quotidianamente.
La giornata inizia presto, a cominciare dal pranzo, a base di pasta e carne, fissato per le undici nella mensa della struttura di Ponte Galeria, per poi proseguire con il briefing prepartita nella club house del centro sportivo (totalmente ristrutturata dagli atleti stessi). Qui le facce dei giocatori si fanno serie e la tensione è quasi palpabile. “L’avversario da affrontare è forte ed è un nostro diretto concorrente – dice Bruno Pighetti agli atleti che lo ascoltano in religioso silenzio – Quello che fate oggi è importante, basilare per il futuro del campionato. Dobbiamo far capire agli avversari che la nostra non è una squadra contro cui si possono fare dei punti”. Poco dopo l’allenatore Sven Valsecchi dà le disposizioni tattiche della giornata e consegna le maglie ai giocatori titolari chiamandoli per nome ad uno ad uno. Qualcuno non ha ricevuto la casacca cremisi, perché infortunato o per scelta tecnica. Le facce di questi ultimi non sono proprio allegre, ma nessuno si azzarda a protestare, anzi incita i compagni che di lì a poco saranno protagonisti sul campo. “Mi preoccuperei se non fossero arrabbiati – dice Valsecchi – Sanno che questa loro rabbia devono trasformarla in voglia di giocare. E vi assicuro che questo accade sempre!”.
Lo stadio non è il Twickenham (tempio londinese del rugby) o lo Stade de France, ma lo spirito in campo è lo stesso delle squadre più blasonate, l’impegno è lo stesso di una partita del Sei nazioni. Gli scontri sono duri, durissimi. Qualcuno esce dal campo con un occhio pesto. Ogni tanto c’è qualche fallo di troppo che costringe l’arbitro a chiamare i capitani (unici a poter parlare con lui) per calmare gli animi. Il pubblico si appassiona sempre di più al match e, cosa che agli occhi di un profano può sembrare strana, ognuno incita la propria squadra senza mai offendere gli avversari o, tantomeno, l’arbitro. Racconta Alberto, ex giocatore delle Fiamme ed attualmente accompagnatore ufficiale, soprannominato “Cinghio” per la stazza imponente: “Quando ero bambino il mio primo allenatore mi disse che, quando sarei diventato adulto, avrei dovuto trasmettere ai più piccoli non solo ciò che avevo imparato da lui sulla tattica di gioco, ma soprattutto l’amore per questo sport e i suoi valori”.
La partita finisce e le Fiamme vincono con largo punteggio sugli avversari. Missione compiuta. Le squadre si incontrano al centro del campo, si salutano, i giocatori si abbracciano, ringraziano il pubblico e si avviano verso gli spogliatoi. È iniziato quello che in gergo si chiama terzo tempo. Una birra, un piatto di pasta al forno, qualcuno mette del ghiaccio su un labbro sanguinante mentre gli si avvicina l’avversario che glielo ha provocato chiedendogli scusa. Signore e signori, benvenuti nel mondo di Ovalia!


Per saperne di più
Il campo e il pallone – La lunghezza minima del campo da rugby è di 120 metri (100 m tra le linee di meta interne e 10 metri di area di meta) per una larghezza di 70. Le porte, poste al centro della linea di meta, sono costituite da due pali di legno alti almeno 6 metri uniti da una barra trasversale all’altezza di tre metri. il pallone è ovale (sferoide prolato) ed è lungo 280-300 mm, con circonferenze in lungo di 760-790 mm e in largo di 580-620 mm; ha un peso variabile tra 400 e 440 grammi.
Punteggio – La meta, ossia quando il pallone viene portato e schiacciato in terra oltre la linea di meta da un attaccante, vale 5 punti, il calcio di trasformazione che viene assegnato dopo la segnatura ne vale 2, mentre il calcio piazzato fa guadagnare 3 punti.
Mischia – È una fase di ripresa del gioco decretata dall’arbitro a seguito di un’infrazione di piccola entità (come un passaggio in avanti) o quando il gioco viene interrotto per situazioni in cui non sono previste regole specifiche. Deve essere formata permanentemente da otto giocatori all’interno del campo di gioco e deve essere messa in atto ad almeno cinque metri dalla linea di touch o da quella di meta. I giocatori all’interno della mischia, che possono toccare il pallone solo con i piedi e all’indietro (in gergo “tallonare”), devono essere legati tra di loro facendo attenzione che la linea delle spalle non vada mai al di sotto di quella del bacino. Termina quando il pallone esce dalla mischia (tranne che dal tunnel), quando l’ultimo giocatore ha il pallone tra i piedi e lo raccoglie con le mani oppure quando l’ovale, durante la mischia, finisce sulla o oltre la linea di meta.
Touch – Si ha quando il pallone esce dalle linee laterali o quando il giocatore che ne è in possesso mette il piede sulla linea o esce dalle linee laterali. Il gioco riprende con una rimessa laterale ed il pallone viene lanciato nel mezzo di due linee di giocatori perpendicolari, con un corridoio vuoto nel mezzo, alla linea di touch e distanti da quest’ultima non meno di cinque e non più di quindici metri.
Maul – Si attua quando il portatore di palla, legato ad uno o più compagni di squadra, viene trattenuto da uno o più avversari. Termina se il portatore si libera dalla maul, se la palla tocca terra, o se la palla non è più giocabile. In questo caso l’arbitro ordina una mischia organizzata.
Mark – Si ha se il giocatore con entrambi i piedi a terra e nella propria linea dei 22 metri prende la palla al volo, precedentemente calciata da un avversario, e grida “mark”. In questo caso viene assegnato un calcio libero (di rimbalzo o piazzato) o, su richiesta della squadra, una mischia.
Drop out – Calcio di rimbalzo, dietro la linea dei 22, assegnato alla squadra che difende per riprendere il gioco dopo che un attaccante ha calciato, portato o passato la palla in modo tale che questa sia giunta nell’area di meta avversaria senza l’intervento dei difensori e che non siano state segnate né una meta né una porta.
Calcio d’invio e di ripresa del gioco – Il primo viene effettuato all’inizio dei due tempi di gioco (che durano 40 minuti l’uno), calciando di rimbalzo la palla sulla linea di metà campo; il secondo dopo una segnatura. È obbligatorio che il pallone arrivi alla linea dei dieci metri oltre la quale sono posizionati gli avversari.
Calcio a seguire – Nel caso in cui un giocatore si trovi la strada sbarrata dagli avversari, può provare a scavalcarli calciando la palla e riprendendola al volo.
Antigioco – È da considerarsi tale una qualsiasi azione che vada contro le regole e lo spirito del gioco, come ostruzionismo, gioco sleale, falli ripetuti e gioco pericoloso.
Fuorigioco – È una situazione abbastanza complessa. Semplicemente si può dire che viene fischiato dall’arbitro verso quei giocatori che temporaneamente si trovano fuori dal gioco, ma che prendono comunque parte all’azione.
Gianluca Picardi



Parole di presidente
Giancarlo Dondi, classe 1935, già capitano della squadra delle Fiamme oro dal 1956 al 1958, è il presidente della Federazione italiana rugby dal 1996 e membro dell’esecutivo dell’International board.
Come ricorda l’esperienza con le Fiamme oro?
Mi è rimasta dentro. Lì ho stretto molte amicizie che ancora oggi coltivo. Anche se venivo da una squadra, il Parma, che era stata campione d’Italia, è con le Fiamme che ho imparato veramente il rugby: mi hanno insegnato il valore del sacrificio. Quando nel ’91 sono diventato responsabile della Nazionale, ho cercato di trasferire a questa nuova esperienza quelli che erano i principi che avevo imparato. Anzi posso tranquillamente dire che questa Nazionale è figlia di quell’esperienza. 
Pensa che la nostra squadra dopo un radicale rinnovo, abbia intrapreso la strada giusta?
Me lo auguro. Anche se il rugby è profondamente cambiato e si sta andando sempre più verso il professionismo, per cui sono necessari anche mezzi finanziari cospicui per arrivare a certi livelli. Penso e spero che possa tornare in serie A, soprattutto, ed è questa la via che è stata intrapresa, lavorando sui giovani, facendo qualcosa di importante per tutto il movimento. Ci tengo particolarmente, un pezzo del mio cuore è ancora lì.
Lei è stato tra gli artefici dell’esplosione del movimento rugbistico italiano. Non avete paura di essere travolti dall’improvviso successo?
A volte mi sembra quasi di sognare. Stiamo attraversando un momento di boom del nostro sport e sono convinto che abbiamo ancora grandi margini di crescita. Nel 1989 avevamo programmato di arrivare al Cinque nazioni. Sembrava impossibile, ci prendevano per folli. E invece eccoci qui a giocarcela con il meglio del rugby europeo e nella top ten delle federazioni mondiali.
Altri sport si sono accorti di voi e cercano di imitarvi, come nel caso dell’introduzione del terzo tempo nel calcio...
Il fatto è che il terzo tempo non può essere imposto, deve essere una cosa sentita. Terzo tempo vuol dire che giocatori, dirigenti, arbitri e tutti gli addetti si trovano insieme, discutono della partita, ci si fanno i complimenti e si cerca di capire insieme cosa si è sbagliato. Questo vuol dire crescere insieme, stringere amicizie. Per carità, a nessuno piace perdere, ma noi, in fondo, abbiamo il culto anche della sconfitta onorevole. 
Cristiano Morabito
01/03/2008