Alice Vallerini

Boss venuti da lontano

Spietate, potenti, ben organizzate, le mafie straniere fanno affari d’oro, alleandosi con la malavita locale

Sempre meno improntate sui vecchi modelli organizzativi, sempre più ramificate e potenti, sempre più legate alla malavita nostrana. E dotate di quella capacità d’intuizione cruciale nel percepire in un lampo le nuove opportunità connesse alle diverse situazioni territoriali e le “ghiotte” prospettive correlate ai mercati illegali emergenti. Sono le “mafie d’importazione”, quelle nate all’estero ma oggi, più che mai, attive sul territorio italiano grazie alle alleanze strette con le cosche da sempre presenti in Italia. Le stesse che mai come ora alimentano quella dinamica galoppante che gli addetti ai lavori definiscono “globalizzazione transnazionale del crimine”.
È un quadro chiaro ed articolato, quello che emerge dall’ultima relazione semestrale sull’attività della Direzione investigativa antimafia (Dia). Un mosaico che coglie le sfumature del fenomeno e le più recenti trasformazioni, che riesce a tracciare i contorni di uno scenario complesso e in continuo movimento.
Seguendo una metodologia operativa improntata su linee guida ormai rodate, la Dia ha portato avanti una lunga sequenza di monitoraggi e accertamenti su segnalazioni di operazioni finanziarie sospette nel quadro del contrasto al riciclaggio, investigazioni di tipo economico-patrimoniale e una quantità di altre attività i cui risultati hanno permesso di far emergere gli ormai strettissimi collegamenti che esistono tra le organizzazioni criminali estere e quelle autoctone come Cosa nostra, la ’Ndrangheta, la Camorra e la malavita pugliese.
Ad emergere in modo chiaro dalla relazione è soprattutto il doppio binario su cui oggi si sviluppa la criminalità straniera. Se da un lato infatti questa si concretizza in buona parte negli ormai noti reati predatori, dall’altro si rafforza ogni giorno di più l’aspetto associativo del fenomeno e l’abilità dei malviventi di insinuarsi nelle pieghe del tessuto sociale italiano.
Giri di prostituzione, traffici di droga, lavoro nero. Sono in buona parte “organizzazioni policentriche” basate su vari tipi di sodalizi etnici a gestire queste come altre tipologie di business illegale. Gruppi dotati di una struttura che, rispetto a quella verticistico-gerarchica in voga anni fa e oggettivamente più semplice da individuare da parte delle forze dell’ordine, permettono ai componenti del network di disporre di una barriera di protezione più forte. Così le mafie cinese, nigeriana, sudamericana e dell’ex Urss, come quella originaria del Maghreb o di Romania e Bulgaria, cercano ogni giorno nuovi assetti in uno scenario globale che cambia.

ALBANESE
Specializzati nel traffico di stupefacenti ma più che mai abili nello sfruttamento della prostituzione (che ha caratterizzato l’attività iniziale dell’organizzazione ed ha permesso di formare le basi economiche utili a “lanciarsi” nel campo della droga) i criminali albanesi hanno ultimamente esteso la propria rete dal nord al sud del territorio italiano pur mantenendo la “testa pensante” della cosca nella madrepatria.
Dallo spaccio della cannabis si è passati al traffico di eroina e cocaina, grazie alla materia prima fornita per lo più da nordafricani e alle reti di complicità nate fra i gruppi attivi nell’Italia centro-settentrionale e nel nord d’Europa.
Col passare del tempo gli esponenti della malavita hanno poi avviato un reinvestimento speculativo del denaro guadagnato illegalmente in Italia nell’acquisto di immobili in madrepatria. Contemporaneamente, i metodi di controllo dei mercati della prostituzione si sono fatti più violenti, con sistematiche campagne di riduzione in schiavitù e una vera e propria tratta delle vittime.
I monitoraggi più recenti delle forze dell’ordine rilevano l’esistenza di un sodalizio di ferro tra criminali albanesi e rumeni proprio nell’ambito del business del marciapiede: spesso ci si trova di fronte a gruppi misti o ad accordi per i quali gli albanesi “affittano” un tratto di strada ai rumeni che a loro volta piazzano in loco le “proprie” lucciole.
A un livello delinquenziale più basso si posizionano i reati contro il patrimonio come furti e le rapine in abitazione, e anche l’usura cui bande di albanesi hanno iniziato ad “interessarsi” in modo più consistente solo nel corso dell’ultimo anno.
Come attestano i dati della Dia, questi come altri illeciti che coinvolgono i criminali albanesi oggi non sono più mero appannaggio dei clandestini; ad agire sono sempre più spesso persone che vivono in Italia da tempo, ben integrate nel tessuto sociale e magari dotate di regolare permesso di soggiorno. Requisiti che conferiscono agli stranieri la necessaria parvenza di rispettabilità e libertà di movimento sul territorio, elementi preziosi per pianificare azioni illegali senza destare sospetti.
Non ci sono dubbi, infine: l’ormai rodata collaborazione con gruppi criminali di altre nazionalità ha finito col potenziare l’azione della malavita albanese. Come d’altronde l’esistenza di una compagine multietnica ha fatto crescere la “reputazione criminale” delle consorterie albanesi, rinomate soprattutto nell’ambito del traffico internazionale di droga.

CINESE
Un’accelerata nel processo evolutivo della criminalità che va di pari passo alla sfrenata crescita economica attraversata dal Paese. È quanto rileva la Dia in relazione all’attività delle organizzazioni delinquenziali cinesi, ormai “maestre” nel traffico dei migranti clandestini e nello sfruttamento del lavoro nero grazie a vere e proprie joint venture sviluppate negli ultimi anni con altre cosche etniche per favorire l’ingresso illegale di connazionali nel territorio italiano. Sodalizi evidenziati nelle diverse operazioni di polizia che hanno portato a galla i meccanismi con cui gli orientali riescono ad ottenere documenti di soggiorno validi, come matrimoni simulati fra cittadini italiani e donne cinesi o la falsa assunzione degli stranieri da parte di datori di lavoro compiacenti. Inutile dire che chi finisce nelle mani degli sfruttatori approda immediatamente sui marciapiedi del sesso o viene impiegato a bassissimo costo nei laboratori sia clandestini che regolari che nascono come funghi in tutta Italia in concomitanza con la silenziosa ma inesorabile diffusione delle attività imprenditoriali dei cinesi.
Tre i settori cardine in cui si sviluppa il business dagli occhi a mandorla, reso proficuo dall’operosità di un popolo che da sempre si contraddistingue per la sua dedizione al lavoro: il cosiddetto “ambulantato” su aree pubbliche, la vendita di merce nei negozi, la gestione di pubblici esercizi come bar e ristoranti. Risvolto ormai noto del primo tipo di attività, il dilagare del fenomeno della contraffazione. Un vero e proprio boom, quello del mercato del falso, che le forze di polizia cercano di contrastare grazie a una collaborazione costante con l’Ufficio antifrode delle dogane. Lavoro d’équipe che negli anni ha permesso di mettere a segno operazioni importanti e sequestri di grossi quantitativi di materiale soprattutto nei porti di Napoli e Genova, tra i più utilizzati per il transito di merci contraffatte.
Una fonte di guadagno non indifferente per diversi orientali stabili in Italia è anche lo sfruttamento della prostituzione: basta scorrere gli annunci hard pubblicati sui maggiori quotidiani italiani per rendersi contro che molte delle ragazze che offrono prestazioni a pagamento sono di origine cinese. Provengono quasi tutte da una zona che si trova a nord-est del Paese, il Liaoning, e vengono fatte entrare clandestinamente in Italia per poi essere inserite nel giro degli incontri a luci rosse che avvengono in case private adibite a “centro massaggi”.
ll sistema di ingresso illegale in Europa è affidato quasi sempre ad agenzie ad hoc che offrono all’utenza tutti i “servizi” necessari (visti turistici nelle ambasciate europee di Pechino, accoglienza negli scali europei, sistemazione abitativa per la prima fase della permanenza in Italia, inserimento nelle attività lavorative e falsi documenti di identità e permessi di soggiorno) ad un prezzo complessivo di circa 240 mila Yuan a testa (circa 20 mila euro), in parte pagato prima di intraprendere il viaggio e poi saldato al raggiungimento della destinazione finale.
È una sorta di “microcosmo”, la comunità cinese stabile in Italia e dedita alla malavita. Colpa della barriera linguistica, della non integrazione con la comunità ospitante, della diffidenza nei confronti delle istituzioni e della nota quanto diffusa omertà. Atteggiamenti che tra l’altro favoriscono il potenziamento delle bande giovanili, quelle composte da ragazzi di età compresa tra i 16 e i 22 anni che di recente sono passate dai reati contro il patrimonio (a danno di commercianti ed imprenditori cinesi) al traffico di stupefacenti di tipo chimico come ecstasy e chetamina.

NIGERIANA
Hanno base operativa nell’hinterland napoletano e in quello casertano le ramificazioni “made in Italy” della mafia nigeriana, sempre più legata (soprattutto per quanto riguarda il traffico di stupefacenti) alle formazioni criminali nostrane. La solida alleanza tra connazionali e i costanti rapporti sia leciti che illeciti mantenuti con la madrepatria permettono alle bande nigeriane attive in diversi Paesi di mantenere in piedi un vero e proprio network mondiale tra compatrioti residenti in diversi angoli del mondo. Il legame tra i membri della “squadra” è fortissimo, e a fare da collante è anche il massiccio utilizzo dello strumento del money transfer sfruttato a ritmo battente per lo scambio di denaro a distanza.
È il mercato della droga quello su cui più si concentra la malavita nigeriana. Non a caso le tecniche di trasporto dello stupefacente sono studiate al dettaglio e sempre più sofisticate, sebbene improntate da anni sulle stesse modalità operative: oggi come un tempo per l’occultamento dello stupefacente è in pole position la tecnica del body-packaging, quella basata sui cosiddetti “uomini ovulatori”. Persone che ingoiano grossi quantitativi di droga e li portano a destinazione imbarcandosi su voli di linea. Sullo stesso aereo, all’insaputa del “corriere”, salgono in genere anche membri dell’organizzazione: muniti di regolare biglietto e senza un grammo di stupefacente addosso, si limitano a controllare a distanza le mosse dell’ovulatore di turno e cercano di sviare l’attenzione delle forze dell’ordine durante il suo passaggio alla dogana. Va comunque sottolineato che a fronte dei controlli sempre più stringenti negli aeroporti, specialmente Malpensa e Fiumicino, ultimamente i trafficanti nigeriani hanno mostrato una predilezione per i mezzi di trasporto pubblici terrestri, in particolare per quelli ferroviari.
Secondo il rapporto Dia uno stretto legame tra criminalità nigeriana e autoctona si rileva anche in ambito di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: sono quasi sempre gli italiani a permettere la falsificazione di documenti per gli stranieri, a procurare contratti di lavoro e matrimoni fittizi. Le nigeriane che entrano in Italia con questo sistema vengono poi avviate alla prostituzione e ridotte in uno stato di totale sudditanza psicologica attraverso sacrifici e riti wodoo. Un meccanismo che il più delle volte porta le lucciole, una volta affrancate dall’estinzione del debito nei confronti degli aguzzini, a scegliere di integrarsi a pieno nel gruppo criminale assumendo perfino posizioni di primo piano.

EX URSS
Più micro-delinquenza che vero e proprio crimine organizzato. È questo tratto a caratterizzare le attività illegali dei cittadini originari dei Paesi dell’ex Urss. Lo dimostra il fatto che dalle più recenti rilevazioni della Dia emerge un potenziamento quotidiano di attività delinquenziali minori, come il cosiddetto “racket dei sordomuti”: la gestione dei tanti stranieri che spesso si vedono nei bar o sui mezzi pubblici distribuire silenziosamente piccoli gadget ai presenti con accanto un biglietto in cui si spiega che è gradita un’offerta da parte dell’acquirente. Chi paga è convinto di dare una mano a una persona sfortunata, mentre il denaro finisce dritto nelle tasche degli sfruttatori.
In ambito di estorsioni, da non trascurare quelle portate avanti dagli ucraini nei confronti dei molti connazionali che trasportano merce destinata al mercato italiano, mentre per ciò che riguarda il settore contrabbando prende sempre più quota tra i cittadini dell’ex Urss il traffico di tabacchi e lavorati esteri.

SUDAMERICANA E CARAIBICA
Gli innumerevoli arresti di corrieri sudamericani avvenuti negli ultimi mesi negli aeroporti nazionali conferma che il traffico di stupefacenti, cocaina in primis, costituisce ancora la forma di illecito più riscontrata nelle comunità presenti nella Penisola. Sebbene in Italia siano da tempo attive ramificazioni di consorterie criminali con base operativa nel Paese di origine, chi di fatto si mette in viaggio per trasportare droga in genere non è parte integrante dell’organizzazione ma viene arruolato ad hoc per compiere la “missione”. Oggi le partite di polvere bianca provenienti dal Sudamerica, il più delle volte traghettate da colombiani e boliviani, approdano In Italia non solo via aerea ma anche attraverso il trasporto ferroviario (con destinazione Milano centrale) o su navi dirette in Italia. 

RUMENA
I criminali che appartengono alla più numerosa comunità straniera presente in Italia, quella rumena, agiscono in genere in piccoli gruppi. Commettono reati incentrati per lo più sullo sfruttamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione (anche minorile) o sul traffico di sostanze stupefacenti. Senza contare i reati predatori, la clonazione di carte di credito, lo sfruttamento di manodopera di connazionali, i furti di rame che si registrano quasi quotidianamente dal Nord al Sud della Penisola.
Se in passato i malviventi rumeni agivano quasi solo in proprio, oggi è sempre più frequente riscontrare rapporti con altre criminalità, quasi sempre di origine albanese oppure italiana. Un esempio su tutti: nell’ultimo semestre la Polizia di Stato ha incastrato un’associazione ’ndranghetista che in Calabria si occupava di traffico di esseri umani finalizzato al lavoro nero grazie alla stretta collaborazione con cittadini rumeni.

BULGARA E TURCA
La Bulgaria è di recente diventata una delle rotte preferite per il traffico di stupefacenti. La criminalità legata a questo Paese mostra diverse analogie con la devianza rumena, non solo per quanto riguarda le attività correlate al traffico di droga ma anche in merito ad illeciti come la clonazione delle carte di credito, possibile grazie alla dimestichezza con la tecnologia ultimamente acquisita dai malviventi di origine bulgara.
Con riferimento alla criminalità turca, è il traffico di droga ad avere il primo posto tra le attività della malavita. La sequenza di sequestri di eroina, registrata nello scorso anno, mostra chiaramente che il porto di Trieste continua ad essere un crocevia chiave per l’ingresso di sostanze stupefacenti destinate ai mercati del nord Europa.

NORDAFRICANA
La criminalità nordafricana si caratterizza per “forme organizzative di tipo orizzontale”, piuttosto ristrette nel numero e con forte interscambio di persone specializzate nei diversi settori. Vi operano uomini un tempo sfruttati come gregari dalle altre cosche etniche o autoctone per lo smercio di droga, oggi saliti ai vertici delle bande grazie al ruolo di primo piano acquisito sia nelle fasi di approvvigionamento dello stupefacente (molti i contatti stabiliti in stati come Spagna, Olanda e Paesi produttori di derivati della cannabis) che nella tratta di esseri umani e nei reati contro il patrimonio.
Una serie di riscontri investigativi delle forze dell’ordine ha permesso di ricostruire il progressivo cambiamento nei rapporti tra gli appartenenti alle organizzazioni criminali autoctone anche di tipo mafioso e gli esponenti della malavita nordafricana. Questi ultimi, nell’ambito di traffici transnazionali hanno ultimamente stabilito con gli italiani un rapporto assolutamente paritario piuttosto che di subordinazione.
La posizione subalterna permane invece per le attività direttamente connesse al classico controllo criminale sul territorio, dove continua a vigere la primazia delle organizzazioni mafiose autoctone.


La Direzione investigativa antimafia
Il 30 dicembre 1991, con la legge n. 410, viene istituita la Direzione investigativa antimafia. Dipendente dal ministero dell’Interno ed inserita nel Dipartimento della pubblica sicurezza con carattere di struttura interforze, la Dia ha l’esclusivo compito di compiere le indagini riguardanti i delitti di associazione mafiosa ed è il principale referente per l’attività della Direzione nazionale antimafia. La Dia è organizzata in una struttura centrale ed una periferica; la prima vede la presenza di un direttore e due vicedirettori alle cui dipendenze ci sono tre reparti e sette uffici. Il direttore (che attualmente è Cosimo Sasso, generale di divisione della Guardia di Finanza) può proporre l’applicazione di misure di prevenzione personali e patrimoniali, accedere ad istituti di credito o intermediazione finanziaria in odore di mafia, autorizzare la simulazione di acquisto di stupefacenti o di ricettazione di armi, ottenere autorizzazioni a colloqui investigativi con detenuti. Per queste attività dal direttore dipendono la divisione di gabinetto, l’ufficio ispettivo e del personale. Dai vicedirettori dipendono i reparti di investigazione preventiva, giudiziaria, relazioni internazionali e i sette uffici con compiti amministrativi e di supporto. La struttura periferica della Dia, presente particolarmente nelle aree più interessate dal fenomeno mafioso, comprende dodici centri e sette sezioni operative.
Cristiano Morabito


Tabelle sulle denunce all’A.G. (in stato di libertà, arresto/fermo) nel 2006 di cittadini dell’ex Urss, Romania e Cina per i reati di:

Sfruttamento della prostituzione e pornografia minorile
Omicidio volontario
Furto

01/03/2008