Antonella Fabiani

Una passione senza fine

L’amore per la scrittura, il piacere della lettura. Dacia Maraini racconta a Poliziamoderna il ruolo del narratore nella nostra epoca, il suo rapporto con i mezzi tecnologici, la cultura della legalità

La domanda, nell’attesa davanti alla porta di casa, è come sarà incontrare una delle scrittrici più note della nostra letteratura, che ha saputo raccontare attraverso tante storie i sentimenti, gli affetti, la solitudine umana ma anche indicare alcuni malesseri del nostro tempo. Pochi secondi e se ne riconosce lo sguardo, il sorriso e la voce. La casa è zeppa di libri, tranquilla e lontana dal rumore del traffico romano. La sensazione è di entrare in un cuore segreto e silenzioso, dove nascono e maturano idee, passioni, emozioni e viene in mente la scrittrice gelosa del proprio tempo e della propria intimità che si incontra all’inizio del suo ultimo romanzo, Colomba. Lei è Dacia Maraini, nata a Firenze, (il padre Fosco è stato un etnologo, la madre, Topazia, pittrice, siciliana), che ha iniziato la sua attività di narratrice con La vacanza, (1962). Da allora ha scritto poesie, testi per il teatro, saggi e interviste e molti romanzi di successo di cui alcuni portati sul grande schermo e tradotti in molte lingue. 
Sono più di quarant’anni che lei scrive libri di successo. È cambiato il suo rapporto con la scrittura? 
Sì è cambiato, perché il tempo cambia le persone. Anche se poi c’è sempre un filo conduttore che si può riconoscere: ci sono certi temi che ricorrono, idee che vengono riprese. Comunque l’esigenza di scrivere è rimasta uguale a quella iniziale, perché scrivere per me è sempre stata ed è una passione che non si può frenare.
Nei suoi libri e nei suoi articoli si parla spesso di problematiche importanti come la violenza sulle donne e sui bambini, i danni all’ambiente. Secondo lei lo scrittore risponde solo a se stesso o pensa che scrivere sia anche un atto di responsabilità verso la propria epoca?
Lo scopo dello scrittore non è di tipo sociale. L’unico obiettivo di un romanziere è di crescere, approfondire temi che gli stanno a cuore, esprimersi; però un autore che indaga in profondità finisce per essere un testimone del proprio tempo e quindi ad assumere una posizione rispetto alla propria epoca. Credo che non sia possibile rimanere neutrali, c’è sempre un giudizio. Certo si deve essere attenti a non cadere nelle pregiudiziali di tipo ideologico, però di fronte alla verità o alla menzogna si finisce per prendere una posizione. È quasi istintivo. Quindi, anche se non ha uno scopo, lo scrittore con il suo lavoro può diventare educativo, perché il suo rapporto con la realtà rivela delle cose che possono essere utili.
A quale dei suoi libri è più affezionata?
Sempre a quello che sto scrivendo. Perché quando si crea un libro ci si vive dentro… io ci metto non meno di tre anni prima di finire un romanzo e in tutto questo tempo ci vivo dentro. Ortega Y Gasset (pensatore e critico spagnolo del Novecento, ndr) dice che in un libro si entra come in un paesaggio e non si ha più voglia di spaesarsi… credo che questo valga anche per chi legge. Si entra in un libro e non si ha più voglia di uscirne. Ma poi purtroppo, a un certo punto, bisogna farlo.
Quanto tempo dedica alla lettura?
Molto. Tutto quello possibile. Quando viaggio leggo molto, mi porto dietro sempre quattro o cinque libri diversi, dal saggio al romanzo alle poesie. Quanto sia importante leggere lo dico sempre anche ai ragazzi, quando mi capita di andare nelle scuole. Poi ci sono persone che non leggono nulla ma secondo me perdono molto.
Come sceglie i libri da leggere?
Ogni tanto riprendo gli autori classici perché nel tempo cambia il modo di rileggerli e poi sono interessata alla letteratura moderna; i libri li scelgo facendomi un’idea attraverso le critiche ma anche il passaparola è importante. Se una persona che stimo mi dice che ha letto un libro molto bello vado a comprarlo ma leggo anche i testi che riguardano l’argomento su cui sto lavorando.
Quali sono i suoi classici preferiti?
Da Charles Dickens a Stendhal, da Henry James al nostro De Roberto.
È nota la ritrosia degli italiani alla lettura. In che modo si può educare i giovani a questo piacere?
Intanto comincerei dai bambini perché la lettura è un’abitudine che si apprende da piccoli. C’è anche chi l’acquisisce più avanti negli anni anche se è raro. Per questo è importante leggere appena si può. Però deve essere un piacere e non un dovere, perché il dovere allontana per sempre da qualcosa. Ai bambini bisogna trasmettere la gioia che si è provata leggendo, contagiarli leggendo con loro. Il piacere della lettura deve passare attraverso i sensi; non è un’operazione intellettuale, quella viene dopo. L’errore che spesso commettono alcuni insegnanti è costringere i bambini a fare la critica di un romanzo…è un errore gravissimo. Il sistema critico non va insegnato ai bambini, la capacità di dare un giudizio si matura con gli anni.
Cosa consiglierebbe a una persona adulta che non ha mai letto?
È difficile far leggere chi non ha mai letto; da questo punto di vista le immagini vincono, perché sono meno faticose. La lettura non può mai essere passiva e per questo che è formativa. A un adulto si può tentare di proporre un libro che rientra nella sua sfera di interesse, perché se catturato dal contenuto poi può appassionarsi anche alla scrittura e al piacere di leggerla.
Letteratura alta e bassa. Letteratura commerciale e non. Secondo lei è meglio leggere libri di qualità o non leggere per niente?
È meglio leggere comunque. Anche i libri commerciali sono un veicolo per la lettura, perché comunque si acquisisce l’abitudine a stare sulla pagina che, se diventa un piacere, può portare a scegliere testi migliori. Se si legge molto ci si può stancare di un certo tipo di libri e avere l’esigenza di libri più profondi. Comunque anche un testo divulgativo può servire; se quella persona legge molto capirà che quello è un libro superficiale che non gli dà abbastanza e avrà voglia di approfondire certi temi e di arrivare a libri più complessi.
L’era informatica sta cambiando il nostro rapporto con l’informazione e con la cultura. Ci sono moltissimi blog e forum dedicati alla letteratura e ai libri, così come ci sono scrittori che scelgono di lanciare i loro romanzi su Internet. Si parla che in un prossimo futuro il libro elettronico potrebbe soppiantare quello cartaceo.
L’elettronica non deve essere fine a se stessa, ma deve servire la comunicazione e in questo senso può essere utilizzata bene o male. Non credo che il libro elettronico possa sostituire quello che conosciamo. Il libro è fatto di carta, una materia organica preziosa bella da toccare, si può portarlo dappertutto. Ha una duttilità notevole. Non credo che possa essere sostituito. Anche quegli scrittori che lanciano il proprio libro su Internet poi alla fine lo pubblicano. Cercano di attirare con un capitolo ma non vanno al di là.
Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Alberto Moravia, con il quale lei ha  avuto un lungo sodalizio sentimentale e intellettuale. Qual è la lezione che ha lasciato alle nuove generazioni?
È difficile riassumere perché lui è stato un testimone di un lungo periodo della storia italiana. Credo che prima di tutto abbia lasciato una lezione di realismo: è stato uno scrittore chiaro, lontano dalle poetiche dell’oscurità e dell’ambiguità. Era un razionalista, un illuminista. Ma chiarezza non vuol dire superficialità, lui era uno scrittore del profondo, però la comunicazione doveva avvenire in maniera trasparente. Un altro insegnamento di Moravia è il suo sguardo verso la famiglia; ha dato molta importanza ai rapporti dentro le famiglie, però con uno sguardo critico per niente consolatorio. Lo sguardo di un uomo che ha cercato in profondità e non ha trovato purtroppo cose confortanti. Uno sguardo senza sentimentalismi, fatto di osservazione e giudizio.
Qual è il suo rapporto con la divisa?
Istintivamente di fiducia, forse perché io vengo da una famiglia che ha radici nei Paesi anglosassoni… mia nonna era inglese e mi ricordo che da bambina si parlava del bobby, il poliziotto di quartiere, cioè una persona che conosce la gente che abita nel circondario e questa figura secondo me è ottima. Io sono cresciuta con questa idea del poliziotto amico.
Oggi si parla molto di cultura della legalità come rispetto cosciente delle regole che permettano una convivenza civile in una società complessa come quella in cui viviamo.
Quale pensa possa essere il ruolo delle forze di polizia?
Hanno un ruolo importantissimo. Io quando vedo un atto di prepotenza penso “adesso chiamo un poliziotto”, proprio perché lo sento dalla parte del cittadino. Secondo me devono ispirare fiducia e non paura. Con la paura non si realizza nulla. Bisogna introdurre nell’individuo il senso della legalità, il rispetto dell’altro; e il poliziotto dovrebbe incoraggiare con il buon esempio questo sentimento. Penso che il cittadino, se rispetta la legge, dovrebbe pensare alla polizia come a una protezione. Questo dovrebbe essere, anche se spesso non è.

01/12/2007