Annalisa Bucchieri

Mondo cane

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Sistemati in strutture fatiscenti e ridotti a fonti di reddito per personaggi privi di scrupoli. Questo il destino di migliaia di “amici dell’uomo”. Ma qualcosa sta cambiando

Gabbie arrugginite, desolate, sporche, sporchissime che vengono pulite con pompe ad acqua mentre gli animali stazionano dentro, cani carcerati che vivono in spazi di quattro metri quadrati e ai quali non è mai permesso sgambare, cani che si sbranano tra loro rosi dalla fame e dall’aggressività, cani che muoiono consumati dalle malattie. Perfino uno spinone che tenta il suicidio infilando la testa tra le sbarre per strangolarsi, si scortica completamente il muso, lo ricuciono in infermeria e una volta rimesso in recinto ci riprova di nuovo. Sono immagini difficili quelle degli ultimi sequestri di canili in provincia di Frosinone, Taranto, Ascoli Piceno (per un totale di 1.300 cani), che mostra Maria Rosaria Esposito, dirigente del Nirda, il Nucleo investigativo per i reati in danno agli animali creato all’interno del Corpo forestale dello Stato e operativo dal maggio scorso. “Il Nucleo si occupa di un ventaglio amplissimo di illeciti che riguardano il nostro patrimonio faunistico anche se il maltrattamento che colpisce quelli che chiamiamo i migliori amici dell’uomo trova nel canile-lager una delle sue forme più bieche e raccapriccianti”, dichiara la Esposito con la dolente autorevolezza di chi ha visto di quali crimini sia capace l’uomo nei confronti degli animali.
A spingere i gestori di queste strutture a tenere i cani in condizioni degradate non è né la crudeltà, né l’incapacità o tanto meno la mancanza di mezzi, bensì la gola per i facili guadagni. I canili, infatti, si sono rivelati negli anni più un business che un servizio per la comunità. Per capirlo meglio andiamo a ritroso fino al 1991, anno in cui la legge quadro 281 per debellare il randagismo decreta che i cani senza padrone non debbano più essere soppressi ma ospitati in strutture pubbliche di prima accoglienza, sterilizzati, vaccinati, trattati bene in attesa di essere adottati o di finire lì serenamente i propri giorni. Dopo 16 anni di sterilizzazioni e di politiche di contenimento ci aspetteremmo di non trovare più un randagio per strada e di potere decretare finalmente l’inutilità dei canili. E invece. Tranne Bolzano, Trento e il Friuli Venezia Giulia, che si dichiarano esenti dal problema, i dati del ministero della Salute parlano di 461.068 cani che tuttora circolano liberi nel territorio nazionale, prediligendo le regioni del Sud (77 mila randagi in Calabria, 78 mila in Sicilia, 69 mila in Sardegna). Numero di gran ...


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01/12/2007