Anacleto Flori

L’arte di negoziare

Prese di ostaggi e barricamenti. I protagonisti, le strategie e le variabili per affrontare una situazione di crisi

Sono le 4 e 35 del 5 settembre 1972 e il Villaggio olimpico di Monaco di Baviera è ancora immerso nel buio quando un commando di otto terroristi palestinesi appartenenti al gruppo di Settembre nero irrompe nella palazzina che ospita la nazionale israeliana. L’irruzione sorprende gli atleti ancora nel sonno: qualcuno, come Moshe Weinberg e Yossef Romano, tenta di reagire ma viene ucciso a colpi di pistola; altri, invece, approfittando della confusione, riescono a fuggire sfondando la finestra che dà sul cortile interno. Gli assalitori prendono in ostaggio nove atleti, in cambio chiedono la liberazione di 234 connazionali detenuti nelle carceri israeliane. La polizia tedesca prende tempo, scoprendosi impreparata ad affrontare una simile situazione (non dispone di squadre speciali dai tempi della seconda guerra mondiale); poi, intorno alle 23, alla fine di un’estenuante giornata di trattative, decide di tentare un blitz nel momento in cui il gruppo di Settembre nero sta per salire con gli ostaggi su un Boeing 727 della Lufthansa diretto a Il Cairo. È un tentativo contrassegnato da grossolani errori e dalla assoluta mancanza di coordinamento (squadre di rinforzo e mezzi corazzati bloccati nel traffico, elicotteri da combattimento che atterrano lontano dall’obiettivo, agenti piazzati sulla linea di fuoco dei tiratori scelti e piani di assalto annullati all’ultimo istante) al quale i terroristi rispondono con raffiche di Kalashnikov e lanci di granate. Alle ore 1.30 del 6 settembre è tutto finito. Sulla pista dell’aeroporto restano i corpi senza vita dei nove ostaggi, di un poliziotto della squadra di assalto e di cinque membri del commando palestinese, mentre altri tre terroristi vengono feriti e catturati.
La strage di Monaco, le cui drammatiche sequenze televisive fanno il giro del mondo, segnano una svolta nel modo di affrontare i casi di barricamento e di presa di ostaggi (fino a quel momento, infatti, soltanto gli Usa si erano già dotati, fin dai primi Anni ’60, di un corpo di intervento specializzato, gli Swat – Special weapons and tactics). Si fa strada la consapevolezza che per affrontare la nuova minaccia del terrorismo mediorientale e riuscire a gestire con successo situazioni simili non bastano più gli interventi tradizionali delle forze dell’ordine, ma occorre invece dare vita a reparti specializzati caratterizzati da una perfetta organizzazione in cui siano stabiliti senza alcun margine di incertezza i rapporti tra la squadra tattica (pronta ad intervenire in caso di blitz) e il team di negoziazione, l’ambito in cui possono dispiegarsi le trattative e la catena di comando da rispettare. Si tratta cioè di creare un’unità operativa perfettamente funzionante, in grado di entrare in azione nel minor tempo possibile e di far fronte alle più delicate situazioni di crisi (dirottamento aereo, sequestro a scopo di estorsione, rapina in banca o rivolta in carcere) ciascuna con scenari e particolarità ben definiti. Proprio per questi elementi di rischio, prima di fare qualsiasi mossa, è necessario prendere in esame ogni variabile che in qualche modo potrebbe incidere negativamente sulla riuscita dell’operazione. Non si potranno ignorare, ad esempio, le condizioni ambientali, logistiche e climatiche della zona in cui si verifica l’evento di crisi (spazi aperti o chiusi); le motivazioni (religiose, terroristiche, psicologiche o puramente economiche) che l’hanno determinato; la situazione politica dei Paesi coinvolti, il tempo che si ha a disposizione per la trattativa ma soprattutto la tipologia degli ostaggi e il profilo dell’offender (cioè il sequestratore).

Gli ostaggi
Gli ostaggi rappresentano una delle variabili più delicate nelle situazioni di crisi dal momento che al valore rappresentato dalle loro stesse vite se ne possono aggiungere altri determinati, di volta in volta, dalle specifiche caratteristiche (età, sesso, status sociale, religione). Per questo agli occhi di un criminale asserragliato in una banca, sul piano delle trattative un ostaggio non sarà mai uguale ad un altro. Senza contare poi che dietro alle persone prese in ostaggio ci sono quasi sempre altre persone (nuclei familiari, istituzioni) che diventano a loro volta vittime del ricatto e delle richieste del sequestratore. Sulla scorta delle esperienze operative possiamo individuare alcune categorie principali di ostaggi: civili, il cui valore è inversamente proporzionato all’età (più giovane è l’ostaggio maggiore è il suo valore aggiunto); civili con valenze mediatiche come reporter o volontari di associazioni umanitarie in zone di guerra; militari; politici (che, in quanto rappresentanti dello Stato hanno il massimo del valore); religiosi (hanno un’altissimo valore solo per quella parte di popolazione che ne condivide la confessione o l’appartenenza etnica).

L’offender
Strettamente legata alla tipologia degli ostaggi è ovviamente quella dell’offender sul cui profilo hanno fatto scuola le analisi condotte dall’Fbi a partire dalla prima metà degli Anni ’70, quando il fenomeno dei dirottamenti aerei comincia a colpire con frequenza allarmante le linee della statunitense Twa e della El Al, compagnia di bandiera israeliana. Secondo la polizia federale il primo approccio con i sequestratori deve puntare a individuarne il numero e l’eventuale leader, comprendere la natura delle richieste e le motivazioni del gesto criminale, accertare l’esistenza di precedenti analoghi e di eventuali rapporti con gli ostaggi. In generale i diversi profili psicologici dei sequestratori possono essere tutti ricondotti a situazioni di crisi ben definite quali i falliti tentativi di evasione da prigioni con presa di ostaggi, i dirottamenti aerei, i rapimenti di uomini d’affari, politici e diplomatici, le rapine in cui gli ostaggi servono essenzialmente a coprire la fuga e i sequestri di persona da parte di squilibrati in cerca di popolarità.

Il mediatore
Una volta messo bene a fuoco lo scenario della crisi è tempo di lasciare spazio ai tentativi di mediazione per la liberazione degli ostaggi. Il primo passo delle forze dell’ordine, dopo aver circondato la zona e interrotto l’erogazione dei servizi essenziali come acqua, gas, luce e aria condizionata per mettere sotto pressione psicologica i sequestratori, sarà quello di costituire un team incaricato di portare avanti le trattative, con ruoli definiti e un leader che faccia da portavoce. Anche in questo caso il modello di riferimento è quello elaborato dall’Fbi, con un negoziatore principale (cui spetta il compito di parlare con il sequestratore), uno secondario (fondamentale nel condividere lo stress, altrimenti insostenibile per il negoziatore principale), un team leader (che prende le decisioni) e un coordinatore, più diverse figure di tecnici e di esperti. In Italia un’ipotesi di costruzione di un team negoziale, la cui novità rispetto al modello statunitense è rappresentata dall’introduzione della figura dello psicologo, è stata avanzata da alcuni funzionari della Polizia di Stato, come Carla Cignarella, Armando Forgione e Marco Scarpa, autori, insieme al sociologo Francesco Antonelli, del volume La negoziazione delle forze dell’ordine nella presa d’ostaggi uscito nello scorso giugno a cura di Sapignoli editore. In entrambi gli schemi il compito più arduo spetta al negoziatore principale: conquistare, cioè, la fiducia del sequestratore e spingerlo a rilasciare gli ostaggi senza dover ricorrere a blitz armati.
Per il negoziatore si tratta di dare inizio a una delicata partita fatta di mosse e contromosse giocata quasi sempre sul filo delle proprie capacità comunicative, la cui efficacia può essere comunque aumentata grazie all’uso della tecnica del cosiddetto ascolto attivo, riassumibile, secondo gli autori del volume, in sette punti: incoraggiamenti minimi (risposte e commenti brevi, dati al momento giusto); parafrasi (ripetere con parole proprie il messaggio dei sequestratori); definizione delle emozioni (comprendere i sentimenti che possono nascondersi dietro le richieste); tecnica del rispecchiare (ripetizione delle ultime parole dei rapitori come dimostrazione di interesse e partecipazione); domande aperte (spingere i sequestratori a parlare più diffusamente, facendo guadagnare tempo alla trattativa); messaggi in prima persona (aiuta a rendere più “umano” il poliziotto incaricato della negoziazione); e pause efficaci (l’uso strategico di intervalli di silenzio abbassa il livello di rabbia e di violenza delle reazioni della controparte).
Un buon negoziatore deve dunque saper ascoltare e comprendere i bisogni dei sequestratori, ma soprattutto deve essere bravo a bilanciare rifiuti e concessioni. Poche le regole d’oro da seguire: cercare di ottenere sempre qualcosa in cambio per ciascuna concessione fatta (magari anche una promessa o un semplice cambio di atteggiamento); non concedere troppo o troppo in fretta, fare in modo che i malviventi fatichino ad ottenere le cose richieste; dilatare i tempi della negoziazione (con il trascorrere delle ore si riduce la tensione e si affievolisce la forza delle richieste dei sequestratori). Il negoziatore principale dovrà inoltre avere sempre ben chiaro in mente tutto quello che può essere oggetto di negoziazione: il cibo, le bevande (eventualmente anche alcoliche), gli spostamenti dei sequestratori (facendo attenzione che ciò non avvenga liberamente), il denaro, le armi, la gestione dei mezzi di comunicazione ma soprattutto il rilascio degli ostaggi.

La liberazione
Nel corso della trattativa, il rilascio pacifico degli ostaggi è in genere preannunciato da alcuni segnali che il negoziatore deve essere in grado di interpretare: il linguaggio diventa mano a mano meno violento e minaccioso, il tono della voce si abbassa così come diminuisce la velocità degli scambi verbali, gli ultimatum scadono senza che succeda nulla, la conversazione non è più fatta solo di frasi telegrafiche ma si fa strada la disponibilità dei sequestratori a parlare di sé o di argomenti estranei alla crisi, fino al rilascio di alcuni ostaggi, gesto che quasi sempre prelude a una svolta positiva della crisi. La strada sembra ormai in discesa ma il negoziatore non deve commettere l’errore di bruciare i tempi, abbassando il livello di guardia, perché quello del rilascio è, insieme all’approccio, uno dei momenti più delicati dell’intero processo di negoziazione. Le modalità della resa devono essere stabilite nei minimi particolari, dalla via di uscita alla posizione delle mani e del corpo del sequestratore, fino alle frasi da scambiare con il poliziotto a cui consegnare le armi. A questo punto potrebbe bastare un gesto, un movimento improvviso per compromettere tutto: solo quando gli ostaggi saranno stati liberati e tutti i sequestratori disarmati e presi in consegna dagli uomini della squadra tattica, soltanto allora il negoziatore potrà finalmente pensare che la partita è davvero finita.


I corpi speciali

Usa (Swat)
Uno dei primi dipartimenti di polizia statunitense a dotarsi, nei primi Anni ’60, di una specifica squadra di intervento nelle situazioni di presa di ostaggi e barricamenti fu quello di Los Angeles, che diede vita alla leggendaria Swat (Special weapons and tactics). Sette sono le specialità di addestramento che un aspirante Swat deve affrontare: cecchino, conflitto a fuoco, scalata di pareti, negoziatore,  auto-difesa, esperto di esplosivi e pronto soccorso.

Germania (GSG 9)
Il Gsg9, abbreviazione di Grezschtzgruppe 9 (Protezione del bordo gruppo 9), è la punta di diamante della polizia tedesca nella lotta al terrorismo nata nel 1973, a un anno di distanza dalla strage degli atleti della squadra olimpica israeliana del 5 settembre 1972 a Monaco.

Inghilterra (SAS)
Nato durante la seconda guerra mondiale, anche il Sas (Special air service) britannico è stato rifondato, come molti altri corpi speciali, all’indomani della strage di Monaco.
In tutti questi anni il Reggimento (come viene chiamato in gergo) si è sempre distinto per l’addestramento e la preparazione dei suoi uomini (a loro si deve l’ideazione delle famose flashbang, le granate stordenti). Il loro motto è  “Who dares wins (Chi osa vince)”.

Francia (RAID)
Il Raid (Recherche assistance intervention dissuasion), la cui costituzione risale al 1984, opera in genere con un team composto da quattro-sei operatori interni e si caratterizza per privilegiare l’aspetto comunicativo e di mediazione rispetto a quello tattico e di intervento, tipico del modello anglosassone. Un aspetto ribadito la scorsa primavera quando le teste di cuoio francesi hanno ottenuto, dopo una estenuante lunga trattativa, il rilascio delle sei persone prese in ostaggio da due rapinatori all’interno di una banca nella cittadina di Rungis, in Val de Marne.

Spagna (GEO)
Dalla fine degli Anni ’80 la polizia nazionale spagnola può contare sul Grupo especial de operaciones (Geo) specializzato nei casi di dirottamenti e barricamenti con ostaggi. L’addestramento professionale punta quasi tutto sugli interventi tattici e in misura ridotta sullo sviluppo delle capacità di negoziazione.

Russia (FSB E OSNAZ)
Acronimo di Federalnaja sluzba bezopasnosti rossijskoj federazii (Servizi federali per la sicurezza della federazione russa) l’Fsb ha preso il posto del famigerato Kgb nel novembre del 1991. L’altro corpo speciale russo che interviene in presenza di ostaggi è l’Osnaz, tristemente famoso per l’irruzione nel teatro di Mosca, in cui persero la vita 39 terroristi ceceni e  ben 129 ostaggi.

Olanda (BBE)
Un team di 33 uomini in permanente stato di allerta e pronto a raggiungere dal proprio quartiere generale di Doorn, nel cuore dell’Olanda, qualsiasi scenario di crisi in poco più di un’ora. Si tratta del Bijzondere bijstands eenheid (Bbe) costituito da squadre di assalto di cinque uomini ciascuna.

Italia (NOCS E GIS)
Il Nucleo operativo centrale di sicurezza (Nocs), corpo speciale della Polizia di Stato attivo fin dal 24 ottobre 1977, è caratterizzato sia dalla cura riservata all’aspetto tattico che a quello della negoziazione, con la presenza al suo interno di veri e propri mediatori.
A qualche mese di distanza dalla nascita del Nocs, prende le mosse il Gruppo intervento speciale (Gis) dell’Arma dei Carabinieri il cui battesimo del fuoco  avvenne nel 1980 in occasione della rivolta nel carcere di Trani (BA).
Sostanziale differenza tra i due corpi è che i Nocs operano solo in ambito civile e di ordine pubblico, i Gis possono intervenire anche in quello militare.
Cristiano Morabito



Il decalogo dell’Fbi

Ostaggi
- I primi 15-45 minuti sono i più pericolosi.
- Seguire le istruzioni dei rapitori senza tentare di fare gli eroi.
- Tentare la fuga oppure no? Meglio pensarci due volte prima di fare qualsiasi mossa!
- Prepararsi a sopportare anche lunghi periodi di detenzione.
- Parlare solo quando si è interrogati e non dare ai sequestratori suggerimenti o indicazioni.
- Non fissare negli occhi i sequestratori.
- Evitare di essere polemici e di voltare le spalle ai sequestratori.
- Evitare i comportamenti che potrebbero creare allarme o fastidio.
- Guardarsi intorno: una volta liberati si potrebbe essere d’aiuto alle forze dell’ordine.
- In caso di irruzione delle forze dell’ordine, tenersi pronti a gettarsi a terra.

Mediatori
- Essere disponibili e flessibili di fronte alle richieste.
- Essere pronti a proporre possibili alternative.
- Lasciare che siano i sequestratori a fare la prima mossa.
- Non dare consigli.
- Non giudicare mai banali le richieste dei malviventi.
- Non fare riferimento agli ultimatum fissati.
- Non tornare su vecchie richieste.
- Cercare di ottenere sempre qualcosa in cambio per ogni richiesta accolta.
- Non creare aspettative che non si possono mantenere.
- Scaricare sugli “alti comandi” l’impossibilità di accogliere determinate richieste.

01/10/2007