Anna C. Baldry*

Ti amo da (farti) morire

Oltre 100 donne ogni anno vengono perseguitate fino ad essere uccise. Analisi del fenomeno dello stalking, la molestia che troppo spesso si trasforma in omicidio

Maria Antonietta Multari è stata uccisa a Sanremo nello scorso agosto dall’ex fidanzato, Luciano Delfino, dopo che questi l’aveva pedinata, molestata e minacciata. Da tempo la perseguitava non accettando la fine della loro relazione. Gelosia, possesso, desiderio di controllo da parte di un uomo che sembra avesse già riservato questo trattamento ad altre sue precedenti fidanzate. La sua storia ricorda quella di Silvia Mantovani ammazzata a 28 anni nel settembre del 2006 a Parma dal suo ex, Aldo Cagna, e di molte altre vittime uccise per “troppo amore”.
Sono solo alcuni dei casi passati sotto i riflettori dei media a fronte delle circa cento donne che ogni anno in Italia vengono uccise dall’ex partner o dal fidanzato, marito, amante, amico: una mattanza che colpisce la popolazione femminile in maniera indiscriminata, al Nord come al Sud, benestanti o indigenti. L’omicidio è solo la punta dell’iceberg di un problema subdolo ma estremamente lesivo, lo stalking.
Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Già durante la relazione scattano le prime avvisaglie: gelosie ingiustificate e morbose, pedinamenti, controllo esasperato di tutti gli spostamenti, di chi manda sms o telefona alla vittima. Poi la relazione finisce, spesso perché la donna non sopporta più questo modo di fare opprimente. Ma chi viene lasciato non sempre accetta l’idea che il rapporto sia davvero terminato e che l’ex partner possa avere un’altra storia: “Se non ti posso avere io, non ti può avere nessun altro”. Inizia il calvario. Sms, e-mail, continue telefonate, regali non desiderati, lettere, bigliettini, appostamenti, inseguimenti, ma anche minacce, insulti, aggressioni: vere e proprie persecuzioni. Lo stalking vede nella maggior parte delle volte donne vittime e uomini persecutori anche se non mancano casi inversi (il rapporto è di circa 3:1), uomini e donne che in oltre l’80% dei casi si conoscevano o perché ex partner (il 50% di tutti i casi di stalking) o perché amici, o colleghi di lavoro. L’età delle vittime varia dai 14-16 anni fino all’età adulta; mentre il fenomeno sembra diminuire dopo i 50 anni.
I singoli comportamenti possono non costituire persecuzione né tanto meno reato; è la modalità con cui vengono portati avanti, con insistenza, reiterazione, contro la volontà della vittima che non gradisce certe attenzioni o addirittura ne è intimidita. Mandare una dozzina di rose non è stalking, ma mandare tre dozzine di rose a una ex che più volte ha detto che non vuole riprendere la relazione o chiamarla 20 volte in un giorno lo può essere. Il confine fra corteggiamento e stalking all’inizio può non essere percettibile. Si tratta di capire se il comportamento è adeguato al contesto e alla finalità, e soprattutto se crea uno stato d’ansia e di timore in chi lo subisce.
Dapprima la vittima cerca di far ragionare il molestatore: risponde ai suoi messaggi, accetta di incontrarlo, anche perché le dispiace essere rude nei confronti di qualcuno a cui ha comunque voluto bene o con il quale c’era una simpatia. Così facendo la vittima sottovaluta il rischio, perché pensa erroneamente di avere a che fare con una persona che rispetta le scelte altrui. Lo stalker invece gioca sull’ambivalenza: alterna momenti di apparente sottomissione e disperazione, “Senza di te non posso vivere”, a momenti aggressivi, “Tu senza di me non puoi vivere”. I comportamenti di persecuzione possono durare sia un paio di mesi che addirittura anni, a meno che non intervengano a deterrente i provvedimenti restrittivi adottati dall’autorità giudiziaria a seguito di una denuncia-querela o di un esposto.
La vita di una persona perseguitata cambia radicalmente fino a impregnarsi di paura per l’imprevedibilità di quello che potrebbe accadere. Per sottrarsi alla persecuzione la vittima cambia scheda del cellulare, si guarda sempre alle spalle quando cammina per strada o quando guida; subisce umiliazioni per le scritte oscene lasciatele sotto casa, nelle cabine telefoniche, sulla macchina, o subisce il danneggiamento delle proprie cose. Tutto questo produce ansia, insonnia o un vero e proprio disturbo post traumatico da stress, compromettendone l’attività lavorativa e le relazioni sociali. Pian piano la vittima si isola anche da parenti o amici per tutelarli perché nel tentativo di aiutarla potrebbero anche loro diventare oggetto delle persecuzioni.
Sebbene solo una piccolissima percentuale dei casi di stalking sfocia in un agguato mortale, è però vero il contrario: nel 70% degli omicidi fra ex vi erano già stati episodi di persecuzione. I dati sono quelli emersi dalla recente ricerca realizzata dal Dipartimento di psicologia della Seconda università degli studi di Napoli su una casistica di 300 omicidi fra partner ed ex partner avvenuti in Italia negli anni 2000-2004. Negli ultimi 4 anni sono aumentati i delitti commessi dagli ex partner che costituiscono il 39,5% del totale.
Secondo l’indagine realizzata dall’Istat (2007) su “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia – anno 2006” con un campione rappresentativo di 25 mila donne fra i 16 e i 70 anni, il 18,8% ha subìto violenza fisica o sessuale o atti persecutori da parte di un ex partner. Sono quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o sessuale ad aver subìto anche comportamenti persecutori. Il 68,5% dei partner ha cercato insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha richiesto ripetutamente appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori di casa o a scuola o al lavoro, il 55,45% ha inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e l’11% ha adottato altre strategie.
Lo stalking diventa reato per la prima volta nel 1990 in California, dopo che un’anchorwoman fu uccisa da un suo ammiratore. L’attenzione nei confronti del fenomeno aumenterà a seguito dell’emergere degli atteggiamenti mitomani nei confronti di personaggi pubblici, dello spettacolo, politici, perseguitati da persone spesso sconosciute che si invaghiscono di loro e vogliono instaurare delle relazioni impossibili. Fra il 1990 e il 1993 tutti gli Stati degli Usa hanno approvato una propria legge antimolestatori. In Europa, attualmente, ci sono otto Paesi che hanno una normativa specifica contro lo stalking (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Malta, Paesi Bassi, Gran Bretagna). La pena prevista cambia da nazione a nazione (le pene massime vanno dai 6 mesi di reclusione previsti a Malta ai 10 anni contemplati dalla normativa tedesca). L’importante è che la vittima non si vergogni e denunci la situazione anche inizialmente ad un centro antiviolenza oltre che rivolgersi alle forze dell’ordine. Chi tenta di risolvere la questione privatamente o con familiari e amici si sentirà impotente e impaurita perché lo stalker non desiste alle sue richieste di smetterla. Anzi, si nutre della debolezza e paura che induce nella vittima per mantenere un contatto. Contatto che troppo spesso si trasforma in un soffocante abbraccio che finisce per togliere il respiro e la libertà. A volte anche la vita.
*Criminologa del Dipartimento di psicologia della II università di Napoli


Segnali pericolosi

Invasione della priviacy della vittima 
Prendere informazioni sul suo conto e sui suoi spostamenti attraverso amici, conoscenti, negozianti, vicini
Sparlare sulla sua reputazione
Diffondere sue immagini o il suo numero telefonico

Contatto indiretto 
Continue telefonate (anche senza parlare)
Messaggi in segreteria (anche di tipo intimidatorio)
Continuo invio di sms, mms ed e-mail
Lettere, biglietti nella cassetta della posta, sul parabrezza della macchina
Consegne a domicilio non volute (pizza, fiori, regali, caffè)  

Tentativi di avvicinarsi alla vittima 
Pedinarla
Spiarla
Sostare in prossimità del luogo di lavoro/dell’abitazione
Fare fotografie di nascosto
Intercettare le comunicazioni
Violazione di domicilio
Furto di oggetti
Presentarsi sul luogo del lavoro

Contatto diretto con la vittima
Parlarle
Inseguirla
Afferrarla

Comportamenti atti a intimorire la vittima
Abuso verbale (insulti, maledizioni)
Vandalismo/distruzione dei suoi beni (macchina, cassetta delle lettere)
Intimidazione fisica
Far del male ai suoi animali

Minacce esplicite
Con espressione del volto
Brandire un’arma

Violenza fisica contro la vittima
Uso di armi
Lesioni, percosse
Violenza sessuale


Le 5 tipologie di stalker
Il rifiutato non accetta la fine della relazione e fa di tutto per ripristinarla. La persecuzione inizia dopo che il partner lo ha lasciato. L’obiettivo apparente è tornare insieme ma alterna questi comportamenti ai tentativi di vendetta e del ripristino di un controllo sull’altro. Inizialmente si pone come una persona distrutta che non riesce a stare senza la sua ex e per questo la tempesta di messaggi, di telefonate, tentando di avvicinarla, poi però si mostra anche aggressivo sia verbalmente sia fisicamente e può in escalation arrivare a scegliere l’omicidio come il modo estremo per sancire il controllo sulla vita altrui togliendola. Se già durante la relazione vi era violenza, gelosia, senso di possesso, il rischio mortale aumenta.

Il cercatore d’intimità vorrebbe un rapporto intimo (d’amicizia o d’amore) con un totale sconosciuto o con un semplice conoscente. La relazione idealizzata dovrebbe riempire il senso di solitudine, la mancanza di una relazione fisica o emotiva stabile con un’altra persona. Non sono soggetti particolarmente pericolosi anche se il loro comportamento procura un forte fastidio in chi lo subisce.

L’incompetente è un corteggiatore fallito. Non riesce a entrare in sintonia con il partner desiderato. Adotta “tecniche di corteggiamento” che, nella maggioranza dei casi, si rilevano controproducenti, ingenerando a volte paura nell’altro. L’incompetente pensa di avere il diritto di ottenere ciò che vuole e se non lo ottiene diventa maleducato, aggressivo, manesco. Il forte bisogno di possesso e di conquista lo porta a considerare l’altro come un semplice oggetto. Le molestie durano per un periodo abbastanza limitato nel tempo e spesso lo stalker desiste con una vittima per passare ad un’altra.

Il rancoroso agisce per vendicarsi di un danno o di un torto che ritiene aver subìto. L’obiettivo è spaventare la vittima e danneggiarla in vari modi. Considera giustificati i propri comportamenti, da cui trae confortanti sensazioni di potere che hanno poi l’effetto di rinforzarlo inducendolo a continuare. Si può trattare di un dipendente che perseguita il suo datore di lavoro da cui è stato licenziato, anche solo spostato di mansione, o un collega che ha ricevuto benefici ritenuti ingiusti; oppure di un paziente che perseguita un medico che avrebbe secondo lui commesso un errore nella terapia, nella diagnosi. Non sono rarissimi i casi di omicidio perpetrati da questa tipologia di stalker.

Il predatore vero e proprio inseguitore della vittima, il cui scopo è quello di avere un appagamento sessuale. Per raggiungere questo obiettivo può dedicare molto tempo alla pianificazione delle proprie azioni. Prova soddisfazione e senso di potere nell’osservare la vittima di nascosto, nel progettare l’agguato senza minacciare o lasciar trapelare in anticipo le proprie intenzioni. All’interno di questa tipologia possono ricadere gli stupratori seriali. Sono persone potenzialmente pericolose anche se non sempre trasformano le loro intenzioni in atti. Non è una tipologia di stalker fortunatamente diffusa.
01/10/2007