Bruno Benelli*

Trattamento di fine rapporto e pensione integrativa

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La pensione è ammalata col Tfr sarà curata?
“Il Tfr è mio, guai a chi me lo tocca”. La battuta napoleonica, aggiornata ai tempi d’oggi, si sente spesso nei discorsi dei lavoratori dipendenti che devono prendere una decisione sul trattamento di fine rapporto. Entro il 30 giugno di quest’anno se si tratta del settore di lavoro privato, entro il termine che sarà dettato dalla contrattazione collettiva per i lavoratori del pubblico impiego.
È una posizione negativa, di chiusura, quasi sempre figlia di una non-conoscenza del problema, ma figlia anche di fondate preoccupazioni circa il futuro di soldi, che vanno a finire sul mercato delle obbligazioni e delle azioni, per tentare di trarne qualche ricavo superiore al tasso reale di inflazione. Bond argentini, Cirio, Parmalat e, più indietro nel tempo, gli spaventosi crack dei fondi pensione inglesi e americani sono eventi reali che hanno distrutto i risparmi di milioni di persone.
Affidare i propri soldi a quell’entità fluttuante che si chiama mercato e a quel santuario dove nessun lavoratore ha mai messo piede chiamato borsa – dominato dagli gnomi di Zurigo e dai pescecani di New York e Hong Kong – non è operazione da prendere a cuor leggero.
Ma ormai il dado è tratto. Il sistema pensionistico è ogni anno più asmatico, ha grosse difficoltà di respirazione e i dottori che s’affannano al suo capezzale sentenziano che tra vent’anni convertirà in briciole di pensione i pesanti contributi che versiamo ogni mese sulla busta paga. C’è bisogno di una cura rinforzante, di un vaccino che escluda febbri, polmoniti e cardiopatie al sistema, e che permetta alla pensione di dare una prospettiva economica, specie ai lavoratori che oggi hanno 30-50 anni di età.
Per questo non c’è altra medicina al di fuori del trattamento di fine rapporto, della buonuscita, del trattamento di fine servizio, della liquidazione. Se non si vuole restare travolti da un ulteriore aumento dei contributi (da gennaio per molti lavoratori c’è un nuovo ritocco dello 0,30%) che tolga altro ossigeno allo stipendio bisogna ricorrere a qualcosa di esterno alla busta paga, cioè al Tfr.
Preoccupazioni, paure, esitazioni, dubbi, lasciamoli a casa: il passo è obbligato, se vogliamo continuare a vivere dignitosamente al termine del nostro rapporto di lavoro. Se ci faremo bastare una pensione, che nei casi estremi potrà precipitare al 30-40% dello stipendio e che in linea generale sarà pari al 50%, possiamo dire no al “dirottamento” della buonuscita. Ma se non ci rassegniamo all’idea di dover passare la vecchiaia da poveri, è bene “saltare il fosso” oggi e potenziare il proprio conto previdenziale per avere una pensione di base e una pensione bis, che nel complesso diano una rendita pari a quella che fino ad oggi ci ha fornito la sola pensione di base calcolata sulla scorta degli ultimi stipendi. Ci ringrazieranno a tempo debito gli acciacchi della vecchiaia che potranno avere conforto dalle cure, talvolta costose, di cui avranno bisogno.
Vuoi vedere che il trasferimento della buonuscita nei fondi pensione si rivelerà un’operazione vincente? Vuoi vedere che “rinunciare” al Tfr, così come è inteso oggi, sarà un prezioso investimento per un futuro migliore?
Per il momento la partita è iniziata. Il fischio di partenza è stato dato. L’arbitro fischierà la fine con il 30 giugno. A quella scadenza dobbiamo farci trovare preparati, con una decisione – quale che sia – certa e ponderata, dopo avere valutato pro e contro. Ed è bene che anche i dipendenti del pubblico impiego – non interessati per il momento alla scadenza – incomincino a pensare come schierarsi in campo e a quello che vogliono fare “da grandi”: il successivo fischio di inizio della partita sarà per loro.

Prima parte - Opzione per il Tfr

Il Tfr sotto tiro. “Opto o non opto?” Questo è il problema
Una scelta oculata e consapevole potrà permettere di vivere un dignitoso pensionamento.
Scippo o investimento? La necessità di decidere entro breve la destinazione del trattamento di fine rapporto – conosciuto con il più sbrigativo acronimo Tfr – fa vivere i lavoratori del settore privato in uno stato di angoscia. Si parla di “sindrome del cantiere aperto”. Davvero la pensione è un palazzo sempre in costruzione, è una tela di Penelope che si allunga e si ritira, e che perciò non offre alcuna tranquillità a chi paga i contributi per vivere dignitosamente il dopo-lavoro.
In questa logica la spinta che ai lavoratori offre la finanziaria 2007 per invogliarli a costruire una pensione di scorta anche attraverso il Tfr (ribattezzato dai pessimisti trasferimento forzato del risparmio), da molti è vissuta come uno scippo, come una sottrazione legale di soldi faticosamente accumulati dal lavoratore per goderseli secondo necessità e propensioni personali, dentro le quali allo Stato non dovrebbe essere permesso di mettere il naso.

Vita allungata
Ma è davvero uno scippo? Se restiamo con l’animo sereno dobbiamo convenire che ci sono molti atout per dichiararlo un investimento per il futuro. Con soldi bene investiti a fine carriera, attraverso il pagamento di una rendita vitalizia, si prenderà certamente di più di quanto può offrire il Tfr pagato in unica soluzione. Soprattutto se la vita media continua a crescere a questi ritmi davvero incredibili (due mesi ogni 365 giorni: in pratica l’anno è formato da 14 mesi dal punto di vista della speranza di vita).

Entro il 30 giugno 2007
In questo momento i lavoratori dipendenti del settore privato (stiamo parlando di quasi 11 milioni di persone) sono di fronte al bivio: devono decidere entro il prossimo giugno – come da prescrizione iniziale introdotta dal decreto-legge 279 del 13 novembre 2006 – se dirottare il Tfr nelle casse di un fondo pensione o se continuare a ricevere il trattamento in forma unica, così com’è.
La manovra non riguarda i lavoratori domestici. Le famiglie possono tirare un sospiro di sollievo: colf e badanti continuano ad avere diritto solo al Tfr, come è sempre stato, non devono fare alcuna scelta
Ovviamente si tratta delle quote di Tfr maturate da ora in poi. Quelle “vecchie”, maturate entro l’anno 2006 e nei primi mesi del 2007, restano nella disponibilità del lavoratore, anche se viene scelta l’iscrizione a un fondo pensione (si applica il principio dei “diritti quesiti”).
Stavolta il silenzio non paga. Stare zitti e superare la data di giugno senza dichiarare la propria volontà viene inteso dalla legge come una manifestazione di volontà volta a trasferire il Tfr in un fondo pensione, come meglio è descritto appresso.
La scelta va fatta per iscritto compilando i moduli creati dal ministero del Lavoro con appositi decreti (il modulo TFR1 riguarda i lavoratori assunti prima del 2007, mentre il TFR2 è a disposizione dei neoassunti e di quelli che lo saranno) e che il datore di lavoro ha l’obbligo di consegnare a ogni dipendente.
Nel caso in cui si opti per inviare il Tfr, in tutto o in parte, al fondo pensione è necessario allegare le copie dei moduli con i quali l’interessato ha chiesto l’adesione alla forma pensionistica complementare indicando espressamente la data della stessa.Vediamo più da vicino cosa succede con una decisione (o non-decisione) del genere in relazione alla posizione assicurativa del singolo lavoratore.
Dobbiamo per prima cosa dividere i lavoratori in due categorie:
1) quelli assunti prima del 29 aprile 1993;
2) quelli assunti dopo tale data.

Assunti prima del 29 aprile 1993
Quelli assunti prima del 29 aprile 1993 devono a loro volta essere divisi in due sottocategorie:
a) q

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01/02/2007