Cristiano Morabito

Eroi nel silenzio

A sessant’anni dall’Olocausto la storia di Angelo De Fiore, Funzionario della polizia che riuscì a salvare dai nazisti centinaia di ebrei

“Io ho incontrato solo spettri, donne, bambini, malati, incapaci di muoversi. L’aria che si respirava era asfissiante... sono passato davanti a scheletri accovacciati nella melma gelata. Quel giorno nessuno di noi si era reso conto di varcare un confine da cui non si ritorna”. Sono le parole di Yakov Vicenko, uno dei primi soldati della divisione ucraina dell’Armata rossa che il 27 gennaio 1945 entrò nel campo di concentramento di Auschwitz. Chissà cosa deve aver pensato il diciannovenne Yakov leggendo la scritta, voluta dal comandate del campo Rudolph Hoss, che campeggiava sul cancello di entrata e che recitava “Il lavoro rende liberi” (Arbeit macht frei). A posteriori verrebbe da dire “Quale lavoro – e soprattutto – liberi da cosa?”.
Quella scritta, quel cancello, quei binari ci sono ancora oggi. Ad Oswiecim (nome originario polacco) tutto è stato lasciato come sessant’anni fa, quando la furia nazista fece di questo anonimo paesino polacco al confine con la Cecoslovacchia il centro della sua macchina di morte. Qui più di due milioni di persone – in maggior parte ebrei, ma anche prigionieri politici, zingari ed omosessuali – furono avviate, chi dopo aver lavorato in condizioni disumane per mesi, chi immediatamente perché non utile alla causa del Reich, nelle camere a gas e poi sepolte in fosse comuni oppure bruciate nei forni crematori. Le ceneri venivano poi gettate nella Vistola, il fiume che scorre nelle vicinanze del campo. Qui il confine tra la vita e la morte era estremamente labile e veniva scandito sulla rampa che portava ai vagoni ferroviari piombati con semplici parole come “tu a destra, tu a sinistra”, che equivalevano a “tu ancora ci servi per un po’, tu invece puoi andare a morire subito”. I quaranta chilometri quadrati recintati dal filo spinato elettrificato e divisi tra baracche, magazzini, locali “docce” e forni crematori di Auschwitz-Birkenau sono ancora lì, in un silenzio innaturale che fa sentire il suo rumore assordante, per non dimenticare quanto accaduto sotto il regime del terzo Reich.
Sono in molti, quasi sei milioni, gli ebrei trucidati nei campi di sterminio per quella che secondo i gerarchi nazisti, tra i quali Heinrich Himmler (uno dei pianificatori dello sterminio, comandante delle SS e della Gestapo), doveva essere la “soluzione finale” del problema ebraico. Persone ormai ridotte l’ombra di se stesse il cui nome era un numero tatuato sul braccio e una stella gialla o un triangolo colorato sui vestiti.
Pochi, ma allo stesso tempo tantissimi, quelli che grazie ad un aiuto sono riusciti a salvarsi dai campi di concentramento.
Un aiuto che veniva da qualcuno che nel silenzio riusciva a sottrarre esseri umani da una sicura carneficina. La storia ci ricorda tanti di questi personaggi che durante la guerra riuscirono a nascondere gli ebrei in fuga: tra i più famosi ricordiamo sicuramente l’imprenditore tedesco Oskar Schindler, Giorgio Perlasca e l’ultimo questore di Fiume Giovanni Palatucci che salvò dai campi di concentramento più di cinquemila ebrei. Ma sono tanti anche quelli la cui storia ... ...


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01/02/2007