Fabio Massimo Splendore*

Stadio d’assedio

Partite di calcio trasformate in battaglie dalla furia degli ultras contro le forze dell’ordine. Scatta l’ora della tolleranza zero, come in Inghilterra

Un atto violento, assurdo e ignobile ha tolto la vita ad un uomo, l’ispettore capo della Polizia di Stato Filippo Raciti, che stava compiendo il proprio dovere allo stadio di Catania per il derby tra gli etnei e il Palermo. Se mai servisse un altro record di cui vergognarsi agli ultras del calcio italiano, il primo decesso di un appartenente alle forze dell’ordine in servizi di ordine pubblico nelle manifestazione sportive arricchisce il loro triste primato di nefandezze. E non solo: i fatti di Catania puntano di nuovo l’indice su un aspetto che ormai tutti dovranno valutare dandogli il giusto peso. Lo stadio è diventato il terreno di un confronto senza regole che le frange estreme del tifo hanno deciso di instaurare con gli operatori della sicurezza. È il dato più lampante che emerge dai numeri recentemente ufficializzati dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive del ministero dell’Interno in riferimento ai campionati di serie A, B, C1 e C2. Probabilmente la linea di confine più marcata del cambiamento di strategie delle curve – non più avversarie tra loro ma alleate contro le forze dell’ordine – è il derby romano del 21 marzo 2004 interrotto perché le frange estreme di Lazio e Roma diffusero la voce di un bambino morto per colpa della polizia, fuori dello stadio, notizia priva di qualsiasi fondamento (smentita in viva voce all’Olimpico dal prefetto Achille Serra) ma che portò alla sospensione di quella gara, su richiesta delle stesse tifoserie. I dati di bilancio dell’Osservatorio al termine dei gironi di andata, presentano in genere persino una situazione migliorata rispetto agli anni precedenti. Il panorama di riferimento è vastissimo considerato che in 1.163 gare dei quattro campionati ci sono stati oltre sette milioni di spettatori di cui 420 mila in trasferta. L’impegno delle forze dell’ordine, a fronte di un fenomeno tanto complesso, è riuscito ad essere efficace contenendo l’incremento del personale fuori e dentro gli stadi, secondo quella che è la filosofia di fondo a cui si ispirano le strategie generali (proprio in funzione del fatto che è stata riconosciuta questa acuita conflittualità che gli ultras ricercano con il personale addetto all’ordine pubblico). Si è passati da quasi 106.000 tra Polizia di Stato e Carabinieri (con il concorso della Guardia di finanza) a poco più di 110.000: parliamo di un 4 per cento in più.
In particolar modo questo incremento di personale si è reso necessario e va letto come conseguenza della atipicità di questi campionati, in particolare quello di B, dove si sono concentrate squadre come Bologna, Napoli, Genoa, Juventus, con un vasto seguito: prova ne sia che se in A l’Osservatorio registra un calo di spettatori negli stadi dell’8 per cento e in C del 5 per cento, mentre in B c’è un 25 per cento di pubblico in più. Gli incidenti con feriti sono diminuiti di circa il 7 per cento ma il dato su cui concentrarsi è quello che evidenzia come siano aumentati del 42 per cento (portandosi da 142 a 202) i feriti tra gli operatori di polizia e siano invece diminuiti del 31 cento (da 94 a 65) quelli tra i civili. L’incremento dei feriti tra gli uomini in divisa va sicuramente ricondotto alla crescita del numero di incontri a rischio, a come certe frange violente hanno alzato il livello dello scontro, all’assenza, in alcuni impianti, del completamento delle opere strutturali per gli stadi previsti dalla normativa di settore (che quindi implica di sopperire in certi frangenti con il potenziamento dei servizi di ordine pubblico). Sono cresciuti gli arresti (+12,5 per cento) e le denunce (+90 per cento). Emanati, infine, 1.400 Daspo, i provvedimenti di divieto di accesso agli impianti sportivi. Ma più di tutto colpisce un dato sulle tifoserie a rischio, che sono diminuite, ma tra le quali figurano in cima alla lista quelle di Catania, Salernitana e Napoli (in quest’ultimo caso ci sono comunque segnali di consistente riduzione di fenomeni a rischio e atti delinquenziali): fatto sta che su 55 incontri con feriti, 16 (quindi il 29 per cento) hanno visto coinvolte le predette tifoserie e dei 202 operatori delle forze dell’ordine che hanno riportato contusioni e lesioni 71 erano impegnati in servizi con i sostenitori di quegli stessi club (dunque, il 35 per cento); e proseguendo, si riferiscono ai supporter di Catania, Salernitana e Napoli 24 dei 108 arresti (il 22 per cento) e 138 su 486 denunciati (il 28 per cento).
Dati che ci fanno riflettere su un fenomeno che già all’estero, in tempi diversi, è stato combattuto con la tolleranza zero. La tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles con i 39 morti assaltati e calpestati dagli hooligans prima della finale di Coppa dei campioni Juve-Liverpool, il 29 maggio 1985, e i fatti di Sheffield del 1989, quando 96 tifosi del Liverpool vennero soffocati e schiacciati da altri ingressi incontrollati, spinsero la Thatcher a varare una riforma legislativa severissima, alla cui base c’era la certezza della pena. Lo stesso in Germania, dove l’ultimo Mondiale ha dimostrato in maniera lampante quanto siano cambiate le cose rispetto a sacche di vandalismo e razzismo che pure permangono, ma notevolmente ridotte: ne è prova la recente partita  Energie Cottbus-Bochum, in cui un tifoso che urlava insulti razzisti, è stato denunciato dai suoi stessi vicini e ora resterà a lungo fuori dagli stadi. Non siamo i portabandiera della violenza negli stadi che c’è ovunque (e lo dimostrano fatti di cronaca in Europa, come le devastazioni dei tifosi del Feyenoord di Rotterdam a Nantes, o gli scontri tra polizia e ultras del Paris Saint Germain che hanno causato un altro morto). Ma la morte di Filippo Raciti è il segno di un fatto allarmante: lo scontro, l’attacco alle forze dell’ordine da parte degli ultras, ha fatto un altro passo avanti, l’ultimo, il più grave. Le coscienze civili sono scosse, impazza il contributo di pensiero di professionisti di settore e non, in Toscana è nato un primo laboratorio nazionale contro la violenza negli stadi sollecitato dal questore di Firenze Francesco Tagliente e dalla Regione, al quale parteciperà anche l’Unione stampa sportiva italiana e quindi i giornalisti. I fatti di Catania demarcano con una linea profonda il fenomeno della violenza negli stadi. E il problema non è solo quello di non mettere a rischio la candidatura italiana ai Campionati europei 2012 (davvero apprezzabile l’onestà intellettuale del commissario alla Figc Pancalli quando ha detto: “Se perdiamo l’Europeo ce lo meritiamo”). La vera emergenza è quella di recuperare il senso di vivere in un Paese civile. Dove gli stadi non siano più porti franchi, dove non ci sia lo scarica barile, dove le parole tornino ad avere un senso e uno solo e dove non ci si dimetta oggi per tornare domani. Quando le parole hanno un senso solo arrivano i fatti. E ora servono i fatti.
*Giornalista de Il Corriere dello Sport


01/02/2007