Lo Stato ai calci di rigore

Ci sono parole, per quel che dicono e per chi le pronuncia, che hanno la forza invincibile di scolpirsi nella mente e di diventare indelebili. Parole piane, dense, pacate eppure avvolte da un mantello di saggezza che sa perfino essere più avvolgente del dolore. Ecco, parole così rare e insieme così preziose le abbiamo ascoltate, tutti con il groppo alla gola, da Marisa Grasso, la giovane vedova di Filippo Raciti, la mamma di Fabiana ed Alessio. Pronunciate a braccio, senza neppure l’ausilio di un foglietto dove appuntarle, lo sguardo dritto, presente, gli occhi senza lacrime, il ciglio asciutto, come prosciugato dalla pena infinita per i due figli, per sé, per il bene perduto. "Solo due parole, ha detto Marisa Grasso, per mio marito, per ricordare le sue grandi doti di uomo, di padre, di servitore dello Stato". Poi questa donna, trafitta dal dolore più grande e irreparabile, ha levato altissimo il suo pensiero, si è fatta messaggera di pace e di concordia. Si è rivolta a quei giovani sbandati, agli assassini del suo Filippo i quali "immaturamente, stupidamente, scioccamente guardando un poliziotto e quanti portano una divisa, lo guardano con disprezzo e odio". E ancora, sillabando: "Riflettete". E lo ha ricordato, il suo compagno di una vita spezzata per sempre da una morte assurda e inaccettabile, consegnandolo alla memoria di tutti come un "educatore nella vita e anche nella morte" perché mai più nessuno debba patire questo lutto.
Non ci sono parole per commentare queste parole. Esse hanno un’intensità interiore e uno spessore umano e morale che le sottrae persino all’applauso. Sono gemme rare di una verità rivelata nel momento della più acuta sofferenza, un richiamo contro l’odio che è sempre insensato ma talvolta capace di diventare una belva più cattiva di se stessa, sono anche una speranza verso il cambiamento, un impegno preso a nome di tutti per tornare a riconoscerci senza sentirci nemici.
L’Italia tutta ha tremato dinanzi a questa testimonianza che ha radici profonde, che restituisce all’ispettore capo Raciti tutto intero il valore del suo impegno di poliziotto, proprio come hanno giurato davanti al suo feretro i suoi colleghi: da domani, come sempre, saremo per le strade a difendere la legalità.
Quella morte assurda, inaccettabile, pretesa da un branco di criminali attraverso un agguato che ha l’acre odore della vendetta intrisa di pura ferocia, è già servita a molto. Ha mostrato il disfacimento di un sistema nel quale lo sport diviene quasi un pretesto per mettere a ferro e a fuoco interi quartieri, ha messo a nudo piaghe sociali tenute sotto le coltri di promesse inevase, ha richiamato al proprio dovere istituzioni e famiglie ampliando l’orizzonte dell’analisi a una condizione, meglio a una dimensione, impregnata di contraddizioni, di carenze, di risposte inadeguate.
I valori fondamentali e condivisi, quelli che consentono la civiltà dei rapporti e la serena convivenza nella società – questa l’analisi diffusa e accettata – tendono a scemare, a indebolirsi fin quasi a scomparire. Non vengono percepiti come capisaldi irrinunciabili ed ecco, allora, il dilatarsi del bullismo, dello squadrismo, della gazzarra, della violenza che non sa rintracciare neppure in sé stessa la propria ragione d’essere.
Lo ha chiesto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: che autorità di governo e dello sport, che la scuola e le famiglie stringano, subito, un patto senza se e senza ma per uscirne insieme e presto. Il governo ha aggiornato la legge Pisanu per il contrasto della violenza negli stadi, altri forti misure sono venute dai ministri dell’Interno Giuliano Amato e dello Sport Giovanna Melandri. Si è prodotto un severo giro di vite, uno stop rigoroso capace di promuovere una ripartenza su altre e nuove basi. Basi capaci di fissare le regole e poi di imporre il loro rispetto, nel tempo, senza deragliamenti, eccezioni, indulgenze.
Riflettere sui fenomeni è decisivo, fronteggiarli con fermezza indispensabile: questo il senso condiviso dalle forze impegnate su questo difficile terreno di gioco.
Si studieranno i comportamenti, perché capire è presupposto di un agire efficace. Ha scritto Umberto Galimberti, filosofo, titolare anche su queste pagine di una prestigiosa rubrica: "La violenza da stadio è ormai rituale, bisogna assolutamente interrompere il rito delle partite di calcio, a cui la ritualità della violenza si aggancia…Proprio perché senza scopo non c’è altro modo di interrompere questo tipo di violenza se non interrompendo il rito…La loro violenza è cieca perché è assurda, ed assurda perché non è neppure un mezzo per raggiungere uno scopo. È puro scatenamento di forza che non si sa come impiegare... La mancanza di scopi rende la violenza infondata e quindi assoluta… e si trasforma in pura e sfrenata crudeltà".
Fabiana glielo ha promesso: "Ciao papino, ti voglio bene. Tu sei un eroe, ti giuro avrai giustizia e spero che la tua morte spinga la società a cambiare le cose".
Forse non doveva essere lei chiamata a dirlo, la società non doveva chiederle di dirlo. Ma ora lo sanno tutti. Anche quelle parole si sono scolpite e restano indelebili.

01/02/2007