Paolo Di Giannantonio*

Il giornalista e il brigadiere

"E così conobbi Mario, il brigadiere. Era in borghese, squadra mobile. Mi squadrò, mi valutò e capì tutto. “Là non si può entrare… I giornalisti lo dovrebbero sapere…”. Mi misi accanto a lui e confessai: “Guardi è che non ho esperienza…”

In quella Roma della seconda metà degli anni ’70, tra terrorismo rosso e nero, manifestazioni di piazza dell’area dell’autonomia, banda della Magliana, anonime sequestri sarde e calabresi, c’era sempre da cercare, indagare e scrivere. Quella sera un folle si era messo a sparare e c’erano dei feriti in ospedale, nonostante fossi un semplice praticante al giornale mi chiesero di andare al Sant’Eugenio a controllare.
Non sapevo da dove cominciare, c’era molta confusione, in più dovevo avere l’espressione del novellino, perché subito uno mi disse che non potevo stare là. Cercai di replicare che ero un giornalista, ma mi vergognavo solamente a pronunciare la parola… Mi feci più piccolo, mi addossai ad un angolo e cominciai a scrivere su un pezzo di carta. Ma le cose più importanti stavano oltre la porta dell’astanteria. Dovevo cercare di superarla. Un respiro lungo e partii. C’ero quasi riuscito quando una voce mi gelò: “Ma ’ndo vai, regazzì?”. E così conobbi Mario, il brigadiere. Era in borghese, squadra mobile. Mi squadrò, mi valutò e capì tutto. “Là non si può entrare… I giornalisti lo dovrebbero sapere…”. Mi misi accanto a lui e confessai: “Guardi è che non ho esperienza…”. E Mario mi spiegò che un folle aveva estratto una pistola nei pressi di un grande albergo del centro e che aveva sparato a terra una serie di colpi. Le schegge avevano provocato diversi feriti, uno solo dei quali di una certa gravità. Cominciavo a sentirmi meglio. Ma intanto i giornalisti quelli veri stavano raccogliendo un sacco di informazioni. Sapevo che era importante conoscere il nome dello squilibrato e tutti quei particolari che servivano a scrivere un articolo di cronaca. Quindi gli tornai vicino. “Il nome…”. “Ma tu hai bisogno della balia… aspetta”. E dopo qualche secondo tornò, dandomi non solo il nome ma anche gli altri dati che mancavano. Un cenno della testa, un mezzo sorriso e se ne andò.
Intanto al giornale correggevo bozze, scrivevo qualche riga, facevo il giro delle telefonate alla polizia, ai carabinieri, agli ospedali. Insomma facevo il “praticante”, e così mentre Roma continuava a essere più che mai fonte di lavoro per la carta stampata un po’ alla volta arrivai alla agognata posizione di cronista. In questura ogni tanto vedevo Mario, in borghese, salire o scendere da qualche Alfetta. Ma sempre di passaggio. Fino al pomeriggio in cui, le Br liberarono il giudice D’Urso dopo un lungo periodo di sequestro. Era una di quelle giornate da grandi occasioni, con tutti i cronisti più importanti. Le domande che giravano erano le stesse: dove si trova ora il giudice, come sta, dove lo hanno rilasciato? Il tempo passava e dovevo chiudere il pezzo. Conoscevo sì alcuni funzionari della Digos, ma c’era troppa elettricità in giro e poi io ero il più giovane ed il mio giornale il più piccolo. Andavo a vuoto e non sapevo come fare. Mario era appoggiato alla sua Alfetta, un po’ defilato. Mi avvicinai e feci per parlare… Lui con la sua inflessione romana e con un sorriso ironico disse: “Non si batte chiodo eh?”. “Già – replicai – e mi sa che gli altri sanno già tutto…”. “Ma allora sei proprio Calimero”. E già, ero proprio Calimero. E lui per la seconda volta mi salvò, raccontandomi quello che gli altri cronisti già sapevano. Prima o poi avrei dovuto dimostrargli gratitudine.
L’occasione capitò un paio di settimane dopo, grazie ad una serie di circostanze fortunate. Le Br quando dovevano divulgare i loro comunicati chiamavano regolarmente – chissà perché – il mio giornale. Io avevo un telefono speciale sulla scrivania: ricevute le coordinate, uscivo in un battibaleno e recuperavo il volantino, in genere in un cestino dei rifiuti. In quel caso andai a prenderne uno in piazza della Repubblica e mi diressi verso la questura, che distava solo pochi metri, con il prezioso messaggio. Mario stava uscendo in auto. Mi sbracciai, lo fermai, gli consegnai il volantino. Aggiungendo con la malizia del cronista: “Questa volta sono io ad esser utile…”. E lui: “Vedi, sei diventato un vero giornalista”. È in quella occasione che mi diede il suo numero di telefono e prese il mio. Eravamo diventati ufficialmente amici.
La confidenza è venuta poco a poco, negli anni. Mario non si fidava dei giornalisti. Anzi: alcuni gli erano decisamente antipatici. Col tempo invece capì che alcune cose che mi diceva non le avrei pubblicate e sarebbero rimaste tra noi, semplici confidenze e nulla più. Ed allora cominciammo a vederci per prendere un caffè o per mangiare una pizza. A volte nel corso di quelle occasioni mi diceva: “Se fossi in te darei un’occhiata a quella storia”. Oppure: “Ti ricordi di quel tizio di cui scrivesti il mese scorso? Controlla dov’è ora”.
Questa collaborazione con Mario è continuata anche nel corso di una vicenda che mi ha sempre appassionato e che continua a farlo anche oggi. Quella dell’attentato a Giovanni Paolo II. Ricordo le ore passate insieme a parlare di ipotesi, a rivedere circostanze che potevano rivelarsi decisive. Quello che mi colpiva di Mario era la sua capacità di trovare collegamenti tra elementi che sembravano slegati, di ragionare sulle cose.
Poi la vita è andati avanti, io con il mio lavoro e Mario con il suo, che lo ha portato alla pensione. Mi immagino che sofferenza, per uno vitale come lui, doversi limitare a leggere sul giornale le indagini condotte dai suoi ex colleghi. Non ci sentiamo per un paio di anni finché trovandomi in Libano – e siamo al 2006 – ricevo una sua chiamata: “Stai attento laggiù – mi dice – che le cose si fanno pericolose”. “Che sorpresa! – rispondo – Quando torno ti vengo a trovare”. Ci siamo rivisti per due volte, l’ultima qualche giorno fa. Sorride. “Ti ricordi di quel giorno al pronto soccorso? Eri giovanissimo!”. “Già, sono passati 27 anni, in un baleno. Non ce ne siamo accorti”. Ed abbiamo ricominciato a ragionare, come se niente fosse.
L’ho chiamato per dirgli che avrei scritto di lui su Poliziamoderna. “Se proprio devi – ha risposto – ma ricordati: niente nomi, mi raccomando. I patti sono sempre gli stessi”. 

*Giornalista della Rai

01/01/2007