La fabbrica della sicurezza

Giuliano Amato, ministro dell’Interno, risponde alle domande di Poliziamoderna. Un’intervista a tutto campo sulle strategie del Viminale

L’intervista rilasciata dal titolare del Viminale, Giuliano Amato, è improntata ad una franchezza che rende chiaro e trasparente il disegno strategico, sul piano nazionale e su quello internazionale, della sicurezza. Sicurezza vista come bene supremo, verso il quale convogliare tutti gli sforzi di uomini e mezzi disponibili, ma anche patrimonio da accrescere con lo studio e la conoscenza e attraverso il rinsaldarsi dei rapporti con gli altri Paesi interessati alla ricerca delle medesime soluzioni. È proprio la problematica riguardante fenomeni complessi come il terrorismo internazionale e l’accrescersi delle dinamiche di integrazione etnica ad imporre visioni ampie nelle quali la collaborazione tra Stati gioca un ruolo decisivo. Per tutti vale l’esempio della cooperazione sul fronte del contrasto all’immigrazione clandestina. Sicurezza, dunque, come obiettivo coagulante le diverse dimensioni della società civile. Una società in rapida trasformazione che pone l’esigenza di un costante monitoraggio dei fenomeni che la caratterizzano e in molti casi la feriscono.
Sul piano nazionale il riemergere del caporalato e dello sfruttamento nell’edilizia e in genere nel lavoro nero di clandestini, dice il ministro, ci richiama al coordinamento delle diverse forze mentre preoccupa, qua e là, il montare della “tigre dell’intolleranza”.
Napoli e la questione della piccola e della grande criminalità restano al centro dell’attenzione e degli sforzi del Viminale e, in una visione più generale, il rapporto polizia-cittadini va sensibilmente migliorando proprio grazie alla “polizia di prossimità” e a un più maturo rapporto di collaborazione con la collettività.
Il ministro Giuliano Amato, nel corso dell’intervista, a più riprese sottolinea che il lavoro da fare su diversi fronti caldi non è esaurito ed anzi ha necessità di nuovi impulsi e di risposte adeguate.
 

Signor ministro, accanto a segnali di apertura del dialogo da parte di autorevoli esponenti del mondo islamico restano forti le preoccupazioni su possibili attacchi terroristici sulla scia degli attentati alle Torri Gemelle. È possibile tracciare una valutazione del quadro d’insieme dei reali rischi?
In questi anni l’efficienza delle nostre forze di sicurezza ha garantito che l’Italia non subisse attacchi da parte del terrorismo di matrice jihadista. Si è lavorato bene nel prevenire possibili attentati. In due casi, a Milano e a Bologna, sono stati sventati progetti terroristici che erano già in fase avanzata. Ora bisogna continuare su questa strada. Non ci sono segnali specifici di allarme, ma manteniamo alto il livello di allerta perché il “rischio attentati”, finché non muterà lo scenario internazionale, resta una realtà con la quale confrontarsi quotidianamente.
A quel che sembra è in atto una precisa strategia mass-mediatica da parte di organizzazioni dell’estremismo fondamentalista islamico. Esistono, a suo parere, possibili e praticabili antidoti per contrastare la capacità dimostrata dai terroristi di “navigare” su Internet e di diffondere attraverso emittenti tv messaggi terrorizzanti che fomentano l’odio tra i popoli?
Quando a luglio sono stato a Mosca, alla riunione del G-8 sulla sicurezza, ho potuto constatare che le forze antiterrorismo di tutti i Paesi sono al lavoro su Internet. La Rete, infatti, può svolgere un ruolo molto importante nel contrastare il terrorismo. Può farlo perché proprio Internet è uno dei canali più utilizzati dalle organizzazioni terroristiche per diffondere le proprie idee criminali e fare proselitismo. Dobbiamo perciò rispondere su questo stesso terreno. E ho potuto verificare che la polizia italiana è oggi all’avanguardia nel mondo nell’individuare le possibili minacce per via telematica. Il progetto comune “Check the web” si deve anche a noi.
Il problema dell’integrazione degli immigrati resta al centro di diverse problematiche sociali e politiche. Quali strade intraprendere per trovare sbocchi positivi anche a queste emergenze?
Il problema dell’integrazione è per noi relativamente recente. In Europa c’è una storia di successi, pochi, e di fallimenti, molti. Nessuno ha una soluzione pronta per l’uso. Quel che è certo è che c’è una tigre, quella dell’intolleranza, che sta montando. E noi  dobbiamo evitare che questo accada. Perciò non possiamo aprire le porte a tutti. Favoriremmo, tra l’altro, la criminalità e l’Italia non ha una ricettività illimitata. E di questo dobbiamo tener conto con una politica degli ingressi razionale: umana, ma anche realistica. Detto questo deve essere chiaro che l’integrazione non è assimilazione, ma contaminazione. Perciò credo che sia utile il lavoro che stiamo facendo sulla Carta dei valori, così come è utile la nuova legge sulla cittadinanza. Tutto questo, però, non basterà se gli italiani non comprenderanno che a volte sono anche i loro comportamenti a favorire l’illegalità. A cominciare da coloro che sfruttano gli immigrati nelle campagne e nell’edilizia.
Lo sfruttamento della manodopera clandestina, specie quella stagionale, si può configurare come fenomeno che deve allarmare o si tratta di situazioni circoscritte e controllabili?
Sono situazioni preoccupanti. Come ho spiegato in Parlamento, in Italia si sta rinnovando un fenomeno che pensavamo di aver debellato: quello del caporalato. E spesso il caporalato è legato a fenomeni di sfruttamento e di violenza che vanno ben al di là della intermediazione sul mercato del lavoro. Noi abbiamo istituito una Commissione presieduta dal Prefetto Alessandro Pansa proprio per vederci chiaro in queste situazioni, soprattutto in relazione ai fatti intollerabili  che sono avvenuti nelle campagne del foggiano. Le forze di polizia hanno portato a termine in questi mesi molte operazioni, che hanno permesso di individuare imprenditori e caporali. Mi attendo però un’attenzione costante su questo fenomeno. E le nuove norme sul permesso di soggiorno a chi denuncia situazioni gravi di sfruttamento saranno uno strumento utile a mettere fine a questa pratica.
L’estate scorsa ha riacceso il fenomeno degli sbarchi clandestini. Il governo ha approvato soluzioni interne e riaperto il fronte delle relazioni bilaterali con i Paesi da cui partono i “disperati della speranza”. E si è cercato di coinvolgere l’intera Unione europea sul delicato tema. È possibile fare il punto sulla questione e tracciare le linee che il governo intende percorrere?
Solo con l’Europa si potranno mettere in atto politiche tanto vaste da poter incidere in modo strutturale sul fenomeno. È con la partecipazione dell’Europa che si è cominciato a sperimentare il pattugliamento navale delle coste libiche per disincentivare le partenze. Ora bisognerà rafforzare la collaborazione tra la Ue e la Libia per rendere più efficace quel pattugliamento. Su questo il commissario europeo Franco Frattini sta lavorando in stretto contatto con il Governo italiano e con altri. Ma c’è un obiettivo a più ampio raggio che dobbiamo perseguire. È evidente a tutti che la questione dei flussi migratori dall’Africa all’Europa non si potrà risolvere solo con i controlli alle frontiere. Ci sono, alla base, problemi economici e sociali di dimensioni enormi. Perciò io sostengo un piano europeo di aiuti ai Paesi africani per lo sviluppo, per la promozione di impresa, per gli investimenti e così via. Gli italiani hanno smesso di emigrare negli Stati Uniti quando hanno trovato la possibilità di costruirsi un futuro qui da noi. Ora noi dobbiamo aiutare l’Egitto, il Marocco, l’Eritrea a dare un futuro ai loro figli.
Sul fronte interno Napoli rappresenta un punto di crisi acutissima e i rigurgiti di Camorra e di delinquenza diffusa - anche minorile - segnano di sangue e di violenza le cronache quotidiane. È possibile fare il punto su questo territorio sia sul fronte della sicurezza ma anche, più complessivamente, sugli altri aspetti sociali e politici?
Sulla questione Napoli sta operando una task-force con i massimi vertici delle forze di sicurezza e le autorità locali per dare risposte concrete alle esigenze di sicurezza dei cittadini. Gli uomini impegnati sul territorio sono più di 13 mila. Sono tanti. Ora stiamo cercando di rendere più efficace la loro azione. Questo significa innanzitutto mettere più poliziotti sulle strade: e questo è ad esempio fattibile dimezzando il numero dei commissariati per raddoppiare di fatto le volanti. Ma io credo molto anche nella Cittadella della polizia. È un progetto che permetterà alla polizia di lavorare meglio, ma anche di rioccupare tutta una zona di Napoli che oggi è il territorio d’azione di piccoli e grandi criminali. La sicurezza si garantisce anche così: riprogettando gli spazi urbani, creando attività, rimuovendo il degrado e dando opportunità.
Le cronache dei quotidiani raccontano ogni giorno di episodi e reati nei quali sono coinvolti ex detenuti, usciti dal carcere grazie all’indulto. Episodi isolati e poco indicativi rispetto al significato generale dell’operazione o spie accese che fanno ripensare in termini critici alla reale utilità dell’indulto stesso?
Da ministro dell’Interno ho dovuto prendere atto della volontà del Parlamento non senza sofferenza. È chiaro che un provvedimento del genere crea problemi a chi fa il nostro lavoro. Ma c’è un problema più generale che merita di essere affrontato: quello della certezza della pena. Oggi troppi delinquenti arrestati vengono scarcerati per mille motivi. Questo determina sfiducia nei cittadini e nelle forze dell’ordine. È una questione, evidentemente, che coinvolge altri ministeri. Ma credo che il Governo debba fare una riflessione seria sulle misure che si possono adottare per interrompere questo fenomeno, senza per questo ridurre le garanzie dei cittadini.
Il governo pone al centro della sua azione numerose riforme. Ve ne sono alcune che riguardano la politica della sicurezza e più in generale dell’ordine pubblico?
Il cittadino vive la sicurezza come un fatto locale, ma essa può essere garantita soltanto come funzione nazionale perché vi sono collegamenti tra le varie forme di criminalità e perché i criminali si spostano tra le diverse regioni d’Italia e del mondo. Perciò io sono un difensore della attribuzione nazionale delle funzioni di pubblica sicurezza, ma difendo tutte le ragioni di chi la vede come un prodotto che deve essere realizzato e percepito sul piano locale. In questo contesto la mia azione è indirizzata soprattutto a rafforzare il coordinamento tra le forze di polizia: coordinamento nazionale, ma anche coordinamento sul territorio. Credo che su questo ci sia ancora molto lavoro da fare. Così come va potenziata una gestione coordinata, a livello interforze, del patrimonio informativo sui fenomeni criminali, sulle organizzazioni malavitose (nazionali e internazionali) e sulle attività illecite da queste esercitate, con crescente attenzione sulle attività economico e finanziarie e sui loro proventi.
Molti indicatori ci dicono che il lavoro della Polizia di Stato è percepito dai cittadini con favore. La polizia vicina alla gente: ha qualche idea per rafforzare questo rapporto democratico, aperto e leale?
Due cose su tutte: il rafforzamento dei modelli di controllo del territorio riconducibili alla cosiddetta “polizia di prossimità”; e il coinvolgimento di tutti i soggetti sociali ed economici presenti sul territorio in quella che anch’io ho cominciato a chiamare “sicurezza partecipata”. C’è poi una strada già imboccata con grande successo: quella dell’ammodernamento e del potenziamento tecnologico delle forze di polizia. Anche su questo mi piacerebbe fare un ulteriore cammino insieme. (Finanziaria permettendo!) 

01/11/2006