Anacleto Flori

Profilo criminale

Identikit psicologici, esperti a caccia di serial killer e nuove teorie che guardano alla scena del delitto dal punto di vista della vittima. Tutto serve, senza però dimenticare il ruolo delle indagini scientifiche

La stanza è tutta sottosopra: mobili rovesciati, vestiti e carte gettati alla rinfusa sul pavimento e, ai piedi del letto, il corpo senza vita di una donna. Ha le braccia e le gambe legate con filo elettrico, e segni di strangolamento.
Per questo omicidio la polizia di Detroit, nel Michigan, ha arrestato lo scorso agosto un uomo di 37 anni sospettato di aver assassinato altre 13 donne negli ultimi sette anni. Uno dei tanti delitti seriali che continuano a insanguinare le città americane, basti pensare che un rapporto dell’Fbi di qualche anno fa, stimava che su oltre ventimila omicidi ancora irrisolti, 3.500 fossero stati commessi dagli oltre 500 serial killer ancora in libertà.
In una realtà così particolare (gli Stati Uniti hanno il triste primato degli omicidi seriali con oltre il 58% dei casi) è stato inevitabile per quasi tutte le polizie locali dotarsi di unità speciali nelle quali ha trovato sempre più spazio l’affascinante figura del profiler (per lo più psichiatri e psicologi) chiamata, attraverso l’attenta lettura della scena del crimine, a tracciare il criminal profiling, cioè il profilo psicologico dell’assassino.
Una lettura del luogo del delitto che viene da lontano, dal quel 1910, anno in cui Edmond Locare, direttore dell’Istituto di criminalistica dell’Università di Lione, teorizzò il cosiddetto principio dell’interscambio: “Tra due oggetti che entrano in contatto, c’è sempre uno scambio: così l’assassino lascia qualcosa di sé sulla scena del crimine e qualcosa della scena finisce per restargli addosso”. Una lezione perfettamente ripresa dai profiler federali che basano la propria azione sulla premessa che il comportamento del reo sulla scena del crimine riflette la sua personalità e sulla suddivisione dell’omicidio in organizzato e disorganizzato. Al primo – caratterizzato da un’aggressività predatoria o strumentale – corrisponde il profilo di una persona dotata di buona intelligenza e preparazione scolastica, di un lavoro qualificato, sessualmente adeguata, eccetera; al secondo – caratterizzato invece da una aggressività affettiva – corrisponde il profilo di un single, dotato di scarsa intelligenza, socialmente disadattato, con un lavoro precario, che vive o lavora vicino alla vittima. Un’affascinante teoria interpretativa che ha permesso ai profiler statunitensi di far passare nell’opinione pubblica del proprio Paese l’idea di poter arrivare a tracciare un identikit psico-comportamentale del criminale contenente perfino precise informazioni di carattere biografico (età, sesso, razza, professione, status socio-culturale, aspetto della persona, eccetera).
Così mentre negli Stati Uniti il criminal profiling è ormai diventato un fenomeno di moda, con sempre più siti Web che offrono corsi per profiler a prezzi stracciati, tra i criminologi italiani permangono molte perplessità sulla sua effettiva applicabilità: a non convincere è la mancanza di una letteratura scientifica in grado di quantificarne la validità e il fatto che la realtà del crimine violento nel nostro Paese appare troppo specifica per essere letta con sistemi importati da altre nazioni.
“Non c’è dubbio che tutto ciò che può servire per indirizzare una strategia investigativa è ben accetto – afferma Carlo Bui direttore dell’Unità analisi crimine violento del Servizio di polizia scientifica  – ma rimane il fatto che la realtà italiana, in cui gli omicidi premeditati sono una percentuale irrisoria (7-8%) è molto diversa da quella degli Usa. Bisogna perciò evitare l’errore di pensare che un modello di profilo comportamentale nato per i serial killer possa essere applicato anche all’omicidio singolo. Un conto è avere una persona che commette una serie di delitti e che quindi dimostra di avere una progettualità ripetitiva che in qualche modo posso tentare di leggere, altra cosa è l’omicidio singolo senza apparente movente dove la componente psicologica è debolissima. In una situazione di stress, infatti, emerge un comportamento assolutamente atipico rispetto alle caratteristiche generali di un individuo: nel momento in cui l’omicida uccide senza sapere perché, in modo non premeditato, compare sulla scena un atteggiamento che se anche riuscissi ad esplorare, non direbbe come è l’assassino nella normalità ma come è lui in quel particolare momento”. Inoltre, alcune ripetizioni formali della scena (come le modalità ricorrenti negli omicidi ai danni di omosessuali: età, tipo di ferite, vittime seminude, legate mani e piedi con fili del telefono o cordoni delle tende), che potrebbero far pensare a una stessa mano assassina, sono in realtà spiegabili con quello che il direttore dell’Uacv definisce il Pca (Problema del condizionamento ambientale). “Per questo prima di affrontare l’aspetto psicologico di una scena – continua il direttore dell’Uacv – dobbiamo infatti essere sicuri di avere controllato ed escluso tutto ciò che è fisiologico”.
In Italia importanti contributi alle indagini, possono forse venire dalle ultime teorie comportamentali che hanno posto al centro dell’attenzione l’interazione vittima-aggressore. Al di là delle modalità con cui viene scelta la vittima, quello che più interessa ai fini investigativi sono soprattutto le caratteristiche e le reazioni della vittima stessa. Il tentativo di opporre resistenza da parte della persona aggredita potrebbe, infatti, aver innescato nell’offender una violenza omicida, così come un atteggiamento completamente remissivo potrebbe aver dato luogo a comportamenti di vero e proprio sadismo.
Nel frattempo l’Uacv continua a lavorare sul campo e ad affinare i propri sofisticati sistemi di indagine: “L’ultima novità – rivela Bui – riguarda un progetto avviato in collaborazione con la facoltà di psicologia dell’università La Sapienza di Roma: su un grande schermo a parete un proiettore speciale riproduce la scena del delitto in ogni minimo particolare alla presenza del sospetto, che guarda le immagini attraverso speciali occhiali ad infrarossi: e se è già stato sulla scena del crimine, i suoi occhi compiranno istintivamente dei micromovimenti alla ricerca di elementi già visti. I risultati al momento sono incoraggianti, anche se c’è ancora molta strada da fare, ma questo non ci spaventa, perché fa parte del nostro lavoro. E poi anche noi abbiamo un nostro archivio informatizzato (Sacs) con oltre 4.500 casi di omicidio e più di 50.000 immagini che permette già ora di confrontare tra loro casi criminali simili. Però non escludo che in futuro, quando la casistica di centinaia e centinaia di casi lo permetterà, potremo anche noi arrivare a tracciare modelli comportamentali utili nell’indirizzare le indagini, senza però dimenticare che tali modelli dovranno essere continuamente sottoposti a riscontri, in quanto frutto di parametri sociali, culturali, antropologici, religiosi in continua evoluzione”.



Per saperne di più
Ricca la bibliografia su profiler e serial killer, tra le ultime pubblicazioni: Anatomia del serial killer 2000 di Ruben De Luca, Giuffrè Editore, Milano, 2001; Criminal profiling di Massimo Picozzi e Angelo Zappalà, edizioni McGraw-Hill Milano 2002; Serial killer di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, edizioni Mondadori, 2003. Sul Web la ricerca può essere fatta attraverso i siti www.omicidiseriali.it; www.crimelibrary.com; www.criminalprofiling.ch e www.serialkiller.it.
Non mancano corsi di aspiranti profiler organizzati dalla Associazione italiana psicologia investigativa (www.psicologiainvestigativa.it ) o i master di specializzazione universitari organizzati dagli atenei di Cassino e Napoli in collaborazione con la Polizia di Stato; anche se l’aspirazione di molti è quella di entrare a far parte, dopo avere superato le prove finali di un apposito corso interno per esperto della scena del crimine, dell’Unità di analisi del crimine violento della polizia scientifica, il cui team è composto da fisici, psicologi, informatici, medici legali e ovviamente esperti investigatori.



La trilogia di Hannibal The Cannibal
La figura di John Douglas uno dei più famosi profiler americani di tutti i tempi nonché agente speciale dell’Fbi impegnato per quindici anni a dare la caccia agli assassini seriali affinando la tecnica investigativa del criminal profiling ha ispirato alcuni dei film sui serial killer più visti degli ultimi anni: da Manhunter – frammenti di un omicidio (1986) a Il silenzio degli innocenti (1990) fino al recente Red Dragon (2002), ultimo episodio della trilogia dedicata al terribile dottor Hannibal Lecter, nato nel 1981 dalla penna dello scrittore Ted Harris e interpretato da un grande Anthony Hopkins.

Altri film
La storia del cinema, e non solo quella made in Usa, è comunque disseminata di pellicole sui serial killer, a partire dal capolavoro di Fritz Lang Il mostro di Dusseldorf (1931) tratto dalla terribile storia di Peter Kurten detto “il vampiro di Dusseldorf” perché beveva il sangue delle proprie vittime. Come non ricordare poi l’immortale Psyco (1960) di Alfred Hitchcock con Anthony Perkins, Landru (1963) di Claude Chabrol fino ai recenti Il collezionista di ossa (1998) e Nella mente del serial killer (2005).
C’è spazio anche per la filmografia italiana con Girolimoni, Il mostro di Roma (1972) con
Nino Manfredi e Almost blue (2000).

Le serie televisive
La figura del profiler è arrivata in televisione con alcune serie poliziesche d’oltreoceano di successo come Criminal Minds, in queste settimane in onda su Rai 2, tutta incentrata sul lavoro investigativo di una squadra di profiler dell’Fbi il cui motto è: “Per catturare un criminale, devi pensare come lui”. La serie ha appassionato il pubblico statunitense, entrando nella classifica dei 20 programmi televisivi più visti in Usa. Tutto italiano invece il successo di Sk – predatori di uomini, un viaggio all’interno della mente dei più efferati serial killer a cura di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi, andato in onda lo scorso anno su Italia 1.

01/10/2006